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gialli di sicilia

L’omicidio eccellente di Messina: il 15 gennaio 1998 due killer freddano Matteo Bottari, illustre medico. Intrigo tra colleghi, ateneo e appalti

Un colpo alla tempia, uno squarcio sul verminaio e la verità che manca ancora dopo 28 anni

18 Agosto 2026, 11:59

12:00

L’omicidio eccellente di Messina: il 15 gennaio 1998 due killer freddano Matteo Bottari, illustre medico. Intrigo tra colleghi, ateneo e appalti

A sangue freddo. Sono da poco trascorse le 21. Matteo Bottari lascia la clinica Cappellani. Sale in auto diretto verso casa e telefona con il cellulare alla moglie, Alfonsetta Stagno d'Alcontres, per avvisarla che sta per rientrare. Ma a casa non arriverà mai. Ferma l’auto al semaforo, all’incrocio fra viale Regina Elena e viale Annunziata, e lì si ferma anche la sua vita. Due uomini in sella a uno scooter lo affiancano: un colpo secco alla tempia. È il 15 gennaio del 1998. Ventott’anni dopo non c’è ancora alcun colpevole. Cinque grandi scatoli pieni di fogli, accatastati in uno stanzino, sono quel che resta di anni di indagini, inchieste e perfino scandali.


L’Università di Messina ne viene travolta subito: non sembrano esserci dubbi, infatti, sul fatto che l'omicidio sia maturato all'interno dell'Ateneo. Si parla di un “verminaio”. Sullo Stretto sbarca una commissione di inchiesta, un rettore è costretto a dimettersi e una persona accusata - e poi scagionata - finirà anni dopo per togliersi la vita. Ciò nonostante, dalle indagini non emerge alcuna verità: tanto rumore per nulla. Per scomodare Shakespeare, che ambientò il suo celebre dramma proprio a Messina, ci vuole pochissimo. E non a caso l'omicidio Bottari venne subito considerato il “caso Messina”. Tutta la città, o perlomeno i gangli di potere più importanti, sembravano invischiati nell’omicidio.


Quest’anno, la Procura di Messina, guidata da Antonio D’Amato, si è messa in testa un’operazione straordinaria: fare ordine in quel rumore e restituire finalmente la verità a una città ferita, in cui un fatto di tale gravità e risonanza resta da quasi trent’anni senza colpevoli. D’Amato può contare su un aiuto d’eccezione: il comandante provinciale di Messina, il colonnello Lucio Arcidiacono, l'ufficiale dell’Arma che, quando era ancora in servizio al Ros, aveva arrestato l’allora superlatitante Matteo Messina Denaro.
Bisogna però fare un passo indietro e muoversi come farebbe un investigatore.


La vittima


Il primo indizio: chi era la vittima? Matteo Bottari, 49 anni, era un endoscopista del Policlinico, genero di Guglielmo Stagno d’Alcontres, già rettore, e braccio destro di quello in carica, Diego Cuzzocrea (padre di Salvatore Cuzzocrea, dimessosi dalla guida dell’Ateneo nel 2023, accusato per il caso dei rimborsi gonfiati). Non a caso la Procura, ed in particolare il sostituto Carmelo Marino, si mosse subito in direzione del Policlinico, scoprendo che erano sorti dei profondi dissidi fra il professor Giuseppe Longo, gastroenterologo, e Bottari per l’accorpamento di due reparti. La prima ipotesi fu dunque che Longo puntasse a diventare il responsabile del nuovo megareparto e che per questo la frattura fra i due fosse diventata insanabile. Longo fu arrestato con l’accusa di essere il mandante, ma venne successivamente scagionato. La riapertura delle indagini, però, ha impresso il suo nome.


Il contesto


Il secondo indizio: il contesto. Anni di intimidazioni all’Università. Quelli in cui matura l’omicidio Bottari erano anni in cui l'università di Messina sembrava il Far West: omicidi, intimidazioni mafiose, gambizzazioni, esami truccati e appalti corrotti, i vertici spesso coinvolti in indagini giudiziarie. Il 6 dicembre 1984, per esempio, Luciano Sansalone, studente di Locri (all’epoca nominato “Grifo” dell’ateneo, la principale carica della goliardia), venne centrato da un colpo di fucile quasi davanti al portone di casa. Un delitto mai chiarito che, secondo la Commissione Antimafia, poteva essere considerato la conseguenza di uno «sgarro fatto all’interno del sistema di appalti». Nel 1988, invece, tre studenti calabresi finirono sotto processo per aver minacciato - piazzando persino una pistola sulla scrivania - un docente universitario di Lingua e Letteratura Inglese, il professor Giovanni Nicosia, che non aveva ben inteso gli “inviti” a promuovere un collega. Nel 1992 fu la volta della professoressa Maria Calapso, docente di Matematica Finanziaria, che denunciò l’atteggiamento intimidatorio nei suoi confronti da parte di due studenti intesi a far concludere gli studi a un loro collega. Fino ad arrivare alle maxi-inchieste “Aula Magna”, sulla presunta compravendita di esami in alcune facoltà, e alla già citata “Panta Rei”. E poi ancora intimidazioni: il professor Giovanni Romeo, titolare di Chimica Organica, fu avvicinato da tre studenti, mentre colpi di pistola vennero esplosi contro l’abitazione del professore di Diritto Privato, Vincenzo Scalisi.
All’interno del contesto accademico era dunque possibile fare riferimento a un gruppo armato, ma dalle indagini non emerse nulla.


L’intercettazione


Nel 2008 spuntò improvvisamente, tra gli atti dell'operazione “Gioco d’azzardo”, un audio registrato sette anni prima. Nel 2001, infatti, in un bar vicino al Palazzo di Giustizia di Messina era stata intercettata una discussione fra il giudice Giuseppe Savoca, il costruttore Salvatore Siracusano e l’avvocato Letterio Arena. Fra rumori di fondo e mezze frasi venne fuori il nome di Matteo Bottari: nel colloquio l’imprenditore si sarebbe soffermato su alcuni particolari riguardanti il killer e avrebbe raccontato addirittura che lo stesso sicario avrebbe chiesto ai mandanti: «Non credete di avere sbagliato vittima?». Sembrava un colpo di scena in piena regola, ma si rivelò un altro buco nell'acqua. Savoca e Siracusano sostennero che il contenuto della conversazione fosse completamente diverso da quello ricostruito dalle trascrizioni dei periti. La battaglia delle perizie portò a un nulla di fatto.


Nel ’98 si parlò di “un intreccio di potere”. Il presidente della Commissione Antimafia, Ottaviano Del Turco, segnalò la stessa Procura di Messina al ministero della Giustizia: «Temo che a Messina - commentò nel 1998 Del Turco - sia stato siglato un patto tra Cosa Nostra e la ’ndrangheta per il controllo del territorio. C’è un filo invisibile che sembra legare i mondi della politica, dell’amministrazione e dell’economia». È ancora così? Anche Rosa Raffa, ex aggiunta della Procura di Messina (adesso trasferita a Reggio Calabria), ha parlato di intreccio di potere. Era stata lei ad occuparsi del caso tra il 2006 e il 2009 e di quelle indagini disse: «L’intreccio di quei rapporti ha costituito l’ostacolo fondamentale all'individuazione di un movente».


Il 20 luglio del 2013 Longo, accusato e scagionato dell'omicidio Bottari, iniettandosi in vena del cloruro di potassio ha messo fine alla sua vita. Adesso, ad apertura delle indagini il procuratore ha sottolineato: «Verificheremo l’ipotesi di un collegamento tra l’omicidio del professore Bottari, quello di Epifanio Zappalà, avvenuto a Cesarò il 20 marzo 2013, e il decesso del professore Giuseppe Longo».


Esiste ancora lo stesso intreccio di potere? Riuscirà la Procura di D’Amato a fare finalmente chiarezza sul “caso Messina”? Ventott’anni dopo non restano che interrogativi.