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Il caso

All'Inda il copione si ripete: tre sovrintendenti in meno di quattro anni, la governance scricchiola

Dimissioni a ripetizione, poteri contesi e critiche alle scelte artistiche: la Fondazione sotto accusa per una governance instabile che getta ombre sul futuro delle Rappresentazioni.

21 Agosto 2026, 14:25

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Walter Pagliaro vince dopo dieci anni: la battaglia per la trasparenza all'Inda

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All’Inda va in scena un copione già visto. Cambiano i protagonisti, cambiano le circostanze, ma il finale resta lo stesso: i sovrintendenti vanno via. È accaduto con Valeria Told e adesso con Daniele Pitteri, che ha lasciato l’incarico dopo poco più di un anno. Una sequenza che, al di là delle singole vicende, torna a porre una domanda sulla stabilità della governance della Fondazione.

Le dimissioni di Pitteri arrivano dopo mesi nei quali il rapporto con la consigliera delegata Marina Valensise si sarebbe progressivamente deteriorato. Una delle questioni motivo di scontro avrebbe riguardato la presenza discontinua del sovrintendente a Siracusa, già contestata a Valeria Told. Nel bando per il nuovo sovrintendente venne inserita la necessità di una presenza stabile in città, requisito diventato a quanto pare motivo di tensione anche con Pitteri.

La consigliera delegata riteneva inopportuno che il sovrintendente si assentasse dalla città in occasione di appuntamenti ritenuti importanti. Pitteri ha continuato a ricoprire la presidenza della Fondazione Mecenate 90 e a svolgere attività di docente nella Faculty del Master universitario in Management delle Risorse Artistiche e Culturali della Iulm, dividendo i propri impegni tra Siracusa e Roma. Secondo voci interne, le assenze sarebbero state contestate da Valensise, fino alla decisione, pare, di mettere il sovrintendente in ferie. Una disposizione che Pitteri non avrebbe accettato e che avrebbe ulteriormente incrinato un rapporto già difficile.

Per Roberto Fai, però, le dimissioni di Pitteri sono soltanto «un epifenomeno», la manifestazione di un problema più profondo. Fai definisce la vicenda «paradigmatica».

«Tre sovrintendenti saltati in meno di quattro anni sono il segnale di una conflittualità interna ormai strutturale. Il nodo è nell’assetto della Fondazione e, in particolare, nel ruolo attribuito dallo Statuto al consigliere delegato, figura anomala rispetto alle altre grandi fondazioni culturali italiane e con un peso maggiore di ideazione e di “indirizzo artistico e culturale”, lasciando al Sovrintendente il ruolo di “mero esecutore” degli spettacoli».

Da qui la questione della sovrapposizione dei poteri: chi decide l’indirizzo artistico e culturale dell’Inda? Chi ha l’ultima parola sulla programmazione? Quale deve essere il ruolo del consigliere delegato?

Fai ricorda le collaborazioni con l’Istituto dagli anni ’80 e ’90, durante la gestione di Giusto Monaco, fino al Centenario del 2014, quando organizzò convegni e una Lectio di Massimo Cacciari. La sua critica è al «volto autarchico», a suo giudizio «di corto respiro», assunto dall’Inda.

E proprio la vicenda di Cacciari diventa, per Fai, un esempio concreto. Nel 2022 propose una Lectio, ma Valensise rispose che, «per ragioni finanziarie», non si sarebbero tenuti incontri con studiosi, che poi si fecero. Fai organizzò allora due appuntamenti con il filosofo, sostenuti da associazioni e privati. Nel 2026 aveva nuovamente proposto al Cda una Lectio di Cacciari su Alcesti. Pitteri aveva dato la sua piena approvazione, ma la proposta non passò e arrivò il no della Fondazione. Per Fai, un esempio della sovrapposizione delle competenze all’interno dell’Inda.

Pungente l’affondo di Giuseppe Rosano, ex presidente di Noi Albergatori, che legge le dimissioni di Pitteri come l’ennesimo effetto di un problema di governance e allarga la sua critica anche alle scelte artistiche e al rapporto tra la tradizione del teatro classico e le modalità con cui oggi vengono costruiti gli spettacoli. «Recentemente la “Signora del dramma antico” si è incensata, nel corso di un’intervista a un quotidiano nazionale, attribuendosi il merito dei 201 mila biglietti venduti. Ammettendo, fra l’altro, che le Rappresentazioni non hanno più niente di classico, perché da tempo sostiene che mobilitano un pubblico “meno colto”, richiamato, come afferma il grecista Guidorizzi, dalle scelte di registi “narcisisti e ignoranti”, irrispettosi dei testi scritti dai drammaturghi dell’antichità. Oggi quello che conta è unicamente lo stacco dei biglietti, a prescindere, e maggiormente gli effetti speciali: l’importante alla fine dello spettacolo è fare tifo da stadio con la ola. Il resto non conta. Se ne sono accorti gli amanti della classicità, gli spettatori di livello d’istruzione e di fascia medio-alta che amano la drammaturgia, la letteratura e la storia antica, che nel corso degli ultimi anni disertano le rappresentazioni».

Sul tema interviene anche Paolo Romano (FdI): «Quante dimissioni ancora prima di interrogarsi sulle ragioni?». Il partito chiede una riflessione sulla governance e garanzie per il prossimo sovrintendente.

Prima di cercare un quarto nome, dunque, la discussione torna al punto: cosa accade nelle stanze del Palazzo di corso Matteotti, dove la conflittualità tra organi sembra essere diventata una costante. E se le notizie delle difficoltà dell’Inda sono arrivate al Ministero, resta da capire perché non sia arrivato un intervento capace di affrontare il problema alla radice.