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Il colloquio

Bimba uccisa dalla difterite a Palermo, Burioni: «Nessuna colpa dei medici, il vaccino contro i portatori sani»

Il virologo detta la linea sulla profilassi. L’Asp smentisce altri casi oltre ai due noti

25 Agosto 2026, 06:00

Bimba uccisa dalla difterite a Palermo, Burioni: «Nessuna colpa dei medici, il vaccino contro i portatori sani»

Roberto Burion

 «Chiariamo subito che la bambina non è morta per un ritardo nelle cure o per una diagnosi sbagliata, ma è morta perché non era vaccinata». A parlare è Roberto Burioni, medico, virologo e divulgatore scientifico, professore ordinario di Microbiologia e Virologia all'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, intervenuto sul caso di Anna Rosa Bartolotta, la bimba di 4 anni morta a Palermo a causa della difterite.

Burioni ne ha parlato a La Sicilia e in diversi interventi sul suo canale divulgativo su Substack (burioni.substack.com) sottolineando come l'unica vera barriera contro la malattia sia la vaccinazione. Nel frattempo Regione Siciliana e Asp di Palermo hanno attivato una task force. Al momento, secondo l'azienda sanitaria, non risultano nuovi casi oltre ai due già noti: la bambina morta e il cugino ricoverato.

«Il primo problema sono i portatori sani: persone che stanno benissimo ma possono ospitare e trasmettere il batterio senza saperlo. Identificarli è possibile ma farlo su larga scala, moltiplicando la ricerca per un intero quartiere o per una città, è un'operazione estremamente complessa e difficilmente percorribile», spiega Burioni.

«Noi abbiamo due epidemie che dobbiamo evitare», aggiunge il virologo: da una parte la circolazione del batterio capace di produrre la tossina, dall'altra quella dei virus che possono trasformare batteri inizialmente innocui in ceppi capaci di produrre una sostanza potenzialmente devastante.

Con questo batterio bisogna convivere. Le strade sono due: cercare uno per uno tutti i portatori, un'operazione difficilmente realizzabile, oppure proteggere le persone dalla tossina attraverso la vaccinazione. «È qui che entra in gioco la copertura vaccinale: mantenere una protezione elevata nella popolazione, sopra l'80%, riduce la possibilità di circolazione del batterio. E chi rinuncia alla vaccinazione non espone al rischio soltanto se stesso o i propri figli, ma contribuisce ad aumentare la vulnerabilità dell'intera comunità». C'è un aspetto che distingue la difterite da molte altre infezioni batteriche. A provocare i danni più gravi non è semplicemente la presenza del batterio nella gola, ma soprattutto la tossina che questo produce. Una volta assorbita, viene trasportata dal sangue verso diversi organi e può provocare danni gravissimi, in particolare al cuore e al sistema nervoso.

Nell'immaginario comune, a un batterio corrisponde un antibiotico. Nella difterite, però, la situazione è più complessa. «Gli antibiotici sono efficaci nell'eliminare il batterio e nell'interromperne la proliferazione, ma eliminare il batterio non significa annullare automaticamente gli effetti della tossina già prodotta», spiega Burioni.

Quando il farmaco entra in azione, infatti, una parte della tossina può essere già stata assorbita, trasportata dal sangue e penetrata nelle cellule. A quel punto il danno può proseguire anche dopo l'eliminazione del batterio. «L'immagine è quella di un bombardiere: abbatterlo impedisce che sganci altre bombe, ma non può fermare quelle che sono già cadute». Gli antibiotici restano quindi indispensabili per fermare la produzione di ulteriore tossina e ridurre il rischio di trasmissione, ma contro quella che ha già raggiunto le cellule la loro efficacia è inevitabilmente limitata.

Per neutralizzare la tossina ancora presente nell'organismo esiste un'altra arma: l'antitossina, un preparato di anticorpi che può legare e neutralizzare il veleno prima che raggiunga le cellule. Ma anche questa terapia ha un limite decisivo: può neutralizzare soltanto la tossina che non è ancora entrata nelle cellule, non quella che ha già colpito i tessuti. Decisivo il tempo. Il problema è che la malattia può iniziare in modo subdolo, con sintomi lievi e poco specifici. Mentre l'infezione può sembrare ancora poco preoccupante, la tossina può essere già prodotta e assorbita dall'organismo. «Quando si arriva in ospedale, insomma, la partita spesso è già persa».

La differenza tra cura e prevenzione, dunque, sta soprattutto nel momento in cui si interviene. Da una parte c'è l'antitossina, utilizzata quando il paziente è già malato e la corsa contro il tempo è iniziata. Dall'altra c'è il vaccino, che prepara il sistema immunitario prima dell'infezione e consente all'organismo di disporre di anticorpi pronti a intervenire contro la tossina.

Il punto centrale è questo: prevenire, nel caso della difterite, è molto più efficace che inseguire la malattia quando è già cominciata. Per questo, conclude Burioni, attribuire il decesso a un presunto ritardo nelle cure o a una diagnosi sbagliata significa non tenere conto della natura stessa della malattia. Antibiotici e antitossina sono strumenti essenziali, ma hanno limiti precisi, soprattutto quando la tossina ha già iniziato la sua azione.