gialli di sicilia
A 13 anni violentata e uccisa nel cuore della campagna, dopo anni può riposare in pace
Il cold case di Montedoro, dopo mezzo secolo l’esame autoptico non ha restituito il nome dell’assassino e la chiesa organizza il funerale
Gandolfo Maria Pepe
Per oltre mezzo secolo è rimasto uno dei gialli più dolorosi della provincia di Caltanissetta. Un delitto senza colpevole, una bambina di appena 13 anni trovata morta in un casolare alla periferia a Montedoro, una comunità che non ha mai smesso di ricordarla e una domanda: chi ha ucciso Lucia Mantione, la piccola «Lucieddra»? Il fascicolo aperto contro ignoti dalla Procura di Caltanissetta è stato chiuso tre anni fa. Gli accertamenti disposti dopo la riapertura delle indagini non hanno consentito di individuare elementi utili a risalire all’autore dell’omicidio. Nemmeno la scienza, chiamata in causa a distanza di oltre sei decenni, è riuscita a restituire un nome a quel delitto.
È la conclusione amara di una vicenda cominciata il 6 gennaio 1955, giorno dell’Epifania. Lucia uscì di casa per una commissione apparentemente banale: doveva acquistare una scatola di fiammiferi. La tredicenne apparteneva a una famiglia umile. Il padre era minatore, come tanti uomini della Sicilia centrale di quegli anni, e lei stessa contribuiva alle necessità familiari lavorando presso alcune famiglie benestanti. Quella sera, a Montedoro, la sua scomparsa fece scattare le ricerche. La madre, allarmata, cominciò a cercarla e il paese si mobilitò. Per tre giorni uomini e donne batterono le strade, le campagne e il territorio circostante. Poi, il 9 gennaio, l’atroce scoperta: il corpo della bambina venne trovato in un casolare, a circa un chilometro dal centro abitato.
La ricostruzione dell’epoca parlò di un tentativo di violenza. Lucia avrebbe reagito all’aggressore e sarebbe stata strangolata, morendo verosimilmente per asfissia. Accanto al corpo venne trovato anche un coltello. Ma nessun elemento riuscì a condurre gli investigatori verso un responsabile. Nessuno seppe indicare un nome, nessuno fornì una testimonianza decisiva. Il delitto rimase avvolto nel silenzio. E proprio il silenzio è diventato uno degli aspetti più inquietanti di questa storia. Lucia non ebbe neppure il funerale. All’epoca il sacerdote negò le esequie applicando rigidamente il principio che escludeva il rito religioso nei casi di morte violenta. La bambina venne così sepolta in un angolo del cimitero di Montedoro, ai margini della memoria ufficiale della comunità.
Il nome di Lucia non è scomparso. La sua vicenda è stata raccontata ai figli e ai nipoti, mentre alcuni ragazzi di allora, diventati adulti, hanno continuato a custodire il ricordo di quei giorni del gennaio 1955. Anche i più giovani, negli anni, hanno portato fiori sulla sua tomba. È stato questo filo della memoria a impedire che il caso venisse definitivamente inghiottito dal tempo. Nel 2019, una segnalazione di Calogero e Federico Messana ha contribuito a riaccendere l’attenzione sulla vicenda. Il vescovo di Caltanissetta Mario Russotto dispose una messa in ricordo della tredicenne.
Ma il desiderio di andare oltre il semplice ricordo e tentare nuovamente la strada della verità si fece sempre più forte. La svolta arrivò nell’estate del 2020, quando la Procura di Caltanissetta, su input del Comando provinciale dei carabinieri, decise di riaprire le indagini. La bara di Lucia venne prelevata dal cimitero e trasferita all'obitorio dell'ospedale Sant'Elia di Caltanissetta. L'obiettivo era ambizioso: sottoporre i resti a nuovi accertamenti medico-legali, alla ricerca di tracce biologiche e soprattutto di un eventuale Dna che potesse essere riconducibile all’assassino.
Sessantacinque anni dopo quel delitto, la tecnologia avrebbe potuto fare ciò che nel 1955 non era stato possibile. Gli investigatori del Nucleo investigativo dei carabinieri hanno cercato di ricostruire ogni tassello della vicenda. Sono stati ascoltati anche familiari della vittima. In particolare, i militari si sono recati nel Nord Italia, dove vive il fratello di Lucia, per raccogliere i suoi ricordi e provare a ricostruire quei tre giorni di angoscia, dalle ricerche alla scoperta del corpo. Ma anche questa volta il giallo non ha trovato il suo colpevole. Sul corpo ormai profondamente deteriorato della tredicenne non sono emersi elementi investigativi sufficienti a indicare l'identità dell'assassino. La speranza di ottenere dal Dna una traccia capace di riaprire concretamente la strada verso un responsabile si è infranta contro il tempo. Il tempo che, in questo caso, non è stato soltanto il nemico della memoria, ma anche quello delle prove. Il fascicolo contro ignoti è stato quindi chiuso.
Resta una conquista che per Montedoro ha un valore enorme. La riapertura delle indagini ha restituito a Lucia almeno una parte di quella dignità che le era stata negata nel 1955. Nel 2021, dopo 66 anni, la comunità ha potuto finalmente accompagnarla in chiesa e celebrare i funerali. La cerimonia si è trasformata in un momento collettivo di risarcimento morale: non poteva restituirle la vita, ma poteva restituirle il diritto a essere ricordata e salutata con un rito. A Montedoro è stato inoltre realizzato un monumento funerario, sostenuto anche grazie alla raccolta di fondi promossa da Calogero Messana. Oggi quella memoria ha un luogo preciso nel cimitero del paese. Un monumento che ha restituito quella dignità che le era stata tolta allora. Ne hanno violato la purezza, ma non potranno mai rubarne l'innocenza.
La vicenda di Lucia, nel frattempo, è andata oltre i confini di Montedoro, il volto di quella bambina, vittima di una violenza sessuale e di un omicidio rimasto impunito, è diventato uno dei simboli delle iniziative contro la violenza sulle donne. Un paradosso doloroso: Lucia aveva soltanto 13 anni, era una bambina e non ha avuto il tempo di diventare donna. Eppure, decenni dopo, la sua storia è diventata un monito contro la violenza che continua a colpire le donne. Ogni anno, nel giorno dedicato alla memoria delle vittime della violenza di genere, il pensiero torna inevitabilmente a lei. Sul monumento dedicato alla tredicenne, oggi, non c'è soltanto il ricordo di una vittima. C'è la testimonianza di una comunità che ha rifiutato di lasciare che il tempo cancellasse quella morte.
Il mistero giudiziario, invece, rimane. Nessun nome, nessuna confessione, nessuna prova decisiva. L'uomo che quella sera di gennaio del 1955 aggredì Lucia e ne provocò la morte non è mai stato identificato. La riapertura delle indagini, a oltre sessant'anni di distanza, non ha cambiato questo dato. Il caso è chiuso, dunque. Ma la storia di Lucieddra no. Perché a Montedoro quella bambina continua a vivere nel ricordo di chi la conobbe e di chi, pur non essendo ancora nato quando fu uccisa, ne ha raccolto la memoria. E Lucieddra adesso riposa in pace con la benedizione della chiesa.