Iniziativa
"La Sanità che vogliamo", dai Lea alla rete ospedaliera troppi buchi neri
L'appello, a cui hanno già aderito professionisti, operatori della sanità pubblica e privata, università, imprese, associazioni e cittadini, chiede responsabilità, trasparenza e riforme per ridurre la mortalità, rilanciare i Lea e sanare i conti
La sanità siciliana ha bisogno di verità. È da questa esigenza che nasce l’appello “La Sanità che vogliamo”, che ha già raccolto oltre 1.400 adesioni tra professionisti, operatori della sanità pubblica e privata, università, imprese, associazioni e cittadini.
Nasce dai fatti e da una domanda inevitabile: com’è stato possibile tornare indietro? Tra il 2008 e il 2012, durante il Governo del presidente Raffaele Lombardo, la Sicilia riuscì a risanare i conti della sanità, recuperando equilibrio finanziario ma anche capacità di risposta ai bisogni di salute dei cittadini. Oggi ci ritroviamo invece con una mortalità significativamente superiore alla media nazionale, agli ultimi posti nei Lea, con una rete ospedaliera oggetto di pesanti rilievi ministeriali e con una perdita di oltre 103 milioni.
Salute, assistenza, programmazione, conti: quattro dati che mostrano una crisi profonda. Se non è il fallimento del sistema, certamente è il fallimento del modo in cui è stato governato.
Il dato più drammatico riguarda la mortalità. In Sicilia quella generale standardizzata supera la media nazionale del 13,1% tra gli uomini e del 16,5% tra le donne; la mortalità evitabile è superiore di circa il 17%.
La recente morte a Palermo della bambina di quattro anni colpita dalla difterite ci ricorda, nel modo più doloroso, cosa significa non sapere intercettare chi resta fuori dalle vaccinazioni obbligatorie, in un contesto segnato dall’arretramento delle coperture vaccinali: un segno evidente di una prevenzione che non funziona come dovrebbe.
È qui che il dato sui Lea acquista tutto il suo significato. Le valutazioni di Agenas hanno riportato la Sicilia nelle ultime posizioni: dietro quegli indicatori ci sono prevenzione insufficiente, servizi territoriali inadeguati, ritardi nella diagnosi precoce, difficoltà di accesso alle cure, incapacità di presa in carico della cronicità, mobilità sanitaria e diseguaglianze.
Quando una Regione non garantisce adeguatamente i Lea, non fallisce un indicatore: viene messo in discussione lo stesso diritto alla tutela della salute.
La seconda criticità riguarda la nuova rete ospedaliera. La proposta siciliana ha ricevuto pesanti rilievi ministeriali per disallineamenti, incongruenze e criticità tecniche. Si può discutere se chiamarla bocciatura o interlocuzione con Roma: la sostanza non cambia.
Programmare la rete significa decidere dove e come sarà curato un cittadino, quanti posti letto servono, quali specialità e quali strutture potenziare. Una programmazione sbagliata produce carenze, duplicazioni, pronto soccorso sovraccarichi e mobilità forzata. Rilievi simili segnalano un serio problema di capacità di governo del sistema.
La terza certificazione è forse la più inquietante, perché arriva dalla stessa Regione Siciliana. Il D.A. n. 895 del 6 luglio 2026 attesta, per il bilancio consolidato del Servizio sanitario regionale 2025, una perdita di 103.935.015,70 euro, di cui ben 85.036.484,69 coperti utilizzando gli “utili portati a nuovo” delle aziende sanitarie.
Utilizzare risorse accumulate negli anni precedenti per coprire una perdita corrente significa intervenire sull’effetto, non sulla causa. È come una famiglia che spende più di quanto guadagna e usa i risparmi: i conti tornano, ma lo squilibrio resta. Coprire il buco non significa risanare il sistema.
Qualcuno dovrà spiegare ai siciliani come si sia formata nuovamente una perdita superiore a cento milioni. Perché dietro un disavanzo non ci sono soltanto numeri. Ci sono scelte.
Ci sono state duplicazioni di reparti non giustificate dai bisogni? Sono stati mantenuti servizi e strutture che non rispondono alla domanda dei territori? Si è investito abbastanza nel territorio e nella prevenzione? Le scelte organizzative, gli appalti e le nomine sono stati sempre guidati dall’interesse generale o hanno pesato logiche politiche, particolari o clientelari, come emerso dalle vicende giudiziarie?
Sono domande doverose. Occorre un’analisi trasparente delle cause e delle responsabilità.
Eppure questa battaglia la Sicilia l’aveva già vinta. Con scelte difficili e impopolari si intervenne sulle cause del disavanzo, i conti tornarono in equilibrio e fu possibile ridurre la maggiore pressione fiscale sopportata dai siciliani attraverso l’aumento dell’Irap e dell’addizionale Irpef.
Non è nostalgia. È la dimostrazione che si poteva fare. Ed è stato fatto.
Per questo la domanda ritorna: com’è stato possibile tornare indietro?
La prima responsabilità è politica. Negli anni successivi governi e assessori non sono riusciti a consolidare quel percorso né a portare la Sicilia fuori dal Piano di rientro. E l’attuale Governo, che ha già cambiato ben tre assessori alla Salute, non è riuscito a invertire la tendenza.
Chi governa, in democrazia, deve rispondere dei risultati.
Dopo quasi 20 anni la Sicilia è ancora sottoposta ai pesanti limiti del Piano di rientro, che condiziona anche il rapporto con il privato accreditato, parte complementare della risposta alla domanda di salute. Il ritorno del disavanzo costituisce uno stop gravissimo al percorso di recupero della piena autonomia regionale nella programmazione e nell’impiego delle risorse, impossibile finché permangono i vincoli del Piano.
Politica, amministrazione e management hanno funzioni diverse, ma ciascuno deve rispondere dei risultati: non può accadere che i risultati siano negativi e le responsabilità scompaiano.
Da qui si deve partire. Conti, reti, organizzazione e responsabilità sono strumenti. Il fine è la salute dei cittadini.
L’obiettivo è costruire un sistema capace di leggere la domanda di salute dei siciliani e organizzare intorno ad essa prevenzione, territorio, ospedali, professionisti, innovazione e risorse. Non per conservare strutture o equilibri, ma per rispondere ai bisogni delle persone.
Perché dietro i Lea, la rete ospedaliera e il bilancio ci sono cittadini e famiglie, malati che aspettano una diagnosi, una visita, un posto letto, una cura. C’è il diritto di ogni persona a essere curata bene e in tempo.
È questa la sanità che vogliamo.
Una sanità che programmi prima di spendere, scelga sulla base dei bisogni e misuri ogni decisione su una domanda cruciale: serve davvero a migliorare la salute dei cittadini?
L’appello ha fatto emergere una comunità civica, sociale e professionale che vuole contribuire a costruire le risposte di cui ha bisogno il nostro sistema sanitario.
È dunque tempo di cambiare metodo. È questo il compito dell’Officina della Sanità Siciliana: scrivere, con le competenze e le esperienze di questa comunità, il programma di riforma del sistema sanitario siciliano per la prossima legislatura, chiamando la politica a confrontarsi sui contenuti e, soprattutto, ad assumersi la responsabilità di realizzarlo.
Perché è dalla salute dei cittadini che deve ripartire la sanità siciliana.
Massimo Russo, già assessore regionale alla Salute