L'analisi
«Guerra, infame, famiglia». Così parlava la madre del pistolero, il vocabolario delle mafie e le ferite sociali
Nelle carte del conflitto a fuoco a Motta devono essere lette con una chiave di lettura non solo investigativa, ma anche educativa
«C'è una guerra». «Ha fatto un'infamia». «Sono tutti una cosa». Il linguaggio è quello tipico della mafia militare. Quello dei "soldati" dei clan, giovani reclutati per fare gli affari più sporchi e più a rischio. Ma a parlare così, stavolta, non è uno di loro. Ma è una madre. Una mamma che spiega - inconsapevole di essere ascoltata in diretta dai carabinieri - di quello che ha portato il figlio, ora dietro le sbarre, a rispondere al fuoco a Motta Sant'Anastasia». Una madre, appunto. La donna era totalmente consapevole dello scenario di "guerra" in cui suo figlio è immerso. Una madre che conosceva le dinamiche criminali, le migrazioni mafiose e le alleanze fra famiglie. Un dato inquietante più a livello sociale e giudiziario è quello che viene fuori dalle carte dell'operazione che ha portato a disvelare le ragioni della sparatoria con inseguimento e reazione avvenuta la settimana scorsa a Motta Sant'Anastasia nei giorni della festa del patrono. Drammaticamente allarmante è che una madre utilizzi "il vocabolario dei mafiosi" per esprimersi. Perché le parole sono cultura. Le parole sono un mezzo educativo. Le parole plasmano le coscienze. Hanno una forza dirompente. E sentire quella madre che offre la fotografia criminale agli investigatori con una consapevolezza inquieta. Inquieta sul futuro. Perché è la famiglia il ring dove si deve combattere la mafia. E cancellare questo turpe dizionario criminale.
Come si dice, le cose non capitano mai per caso? Oggi al Parlamento europeo c'è stata una seduta della Commissione Libe che si è occupata del fenomeno dell’arruolamento di bambini e giovani da parte delle mafie, alla presenza di rappresentanti della Commissione europea, di Europol, dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali e di Save the Children. Sandro Ruotolo, europarlamentare del Partito Democratico, è stato molto severe nei confronti del Governo Meloni. «Per contrastare il reclutamento dei minori da parte della criminalità organizzata bisogna colpire chi recluta, chi sfrutta e chi commissiona la violenza. È questa la direzione indicata oggi in Europa. In Italia, invece, il Governo Meloni ha scelto soprattutto la strada della repressione e del carcere minorile. I dati ci dicono che questa politica non sta funzionando. Secondo Antigone, dopo l’introduzione di misure come il Decreto Caivano le presenze negli istituti penali minorili sono aumentate del 50%. Ma a questa crescita non corrisponde un analogo aumento della criminalità minorile. Il risultato è il sovraffollamento delle carceri, con sempre più ragazzi dietro le sbarre senza che siano aumentati nella stessa misura i reati commessi dai minori. Oggi al Parlamento europeo abbiamo ascoltato un approccio completamente diverso. Le organizzazioni criminali reclutano ragazzi anche attraverso i social media, arrivando a commissionare reati violenti e persino omicidi. Europol ha riferito di quasi 1.500 persone coinvolte nei meccanismi di reclutamento individuate e di oltre 280 sospetti arrestati. È su questa catena criminale che dobbiamo intervenire: sui reclutatori, sugli organizzatori e su chi commissiona la violenza. Il Decreto Caivano ha scelto di intervenire quando il ragazzo è già dentro il circuito criminale, aumentando la risposta penale. Noi diciamo che lo Stato deve arrivare prima. Con la scuola, i servizi sociali, la cultura, lo sport e opportunità concrete, soprattutto nei territori più difficili. La sicurezza non si costruisce riempiendo le carceri minorili. Si costruisce togliendo ragazzi alla criminalità e colpendo gli adulti e le organizzazioni che li reclutano e li sfruttano», ha detto Ruotolo. E, infatti, è il linguaggio comunicativo dei social che affascina i ragazzini in cerca di soldi per apparire "uno che conta". E delinquere è la strada pia semplice, seppur più rischiosa.
