L’analisi
Benvenuti al Nord: la mappa dei clan infiltrati “fiutando” l’odore dei soldi
Come (e dove) 'ndrangheta, Cosa Nostra e Camorra riciclano denaro sporco e inquinano imprese e istituzioni
«Follow the money». E dove c’è il denaro si scoveranno gli interessi sporchi dei mafiosi. Anche dei boss in giacca e cravatta, che non sono meno pericolosi di quelli con la lupara. Il giudice Giovanni Falcone ha lasciato un insegnamento investigativo chiarissimo nel contrasto a Cosa Nostra. Parole che fanno comprendere che le organizzazioni criminali puntano ad arricchirsi uscendo fuori dalle terre dove affondano le radici. E, ormai da decenni, i clan - soprattutto la potente ’Ndrangheta - hanno scelto di riciclare i capitali neri nelle capitali finanziarie e imprenditoriali del Nord Italia.
L’attacco frontale al Csm lanciato da Nando Dalla Chiesa, figlio del prefetto di Palermo ucciso proprio per mano mafiosa, apre uno squarcio profondo sulla lotta ai livelli più alti del sistema mafioso. E la replica dei consiglieri togati non basta. Troppo debole la difesa d’ufficio che ha spaccato in due l’Italia (le procure, per la precisione) dal punto di vista della densità mafiosa. Dalla Chiesa junior ha deciso di parlare dall’aula bunker di Milano dove si sta svolgendo il processo Hydra, che ha documentato - come hanno confermato diversi collaboratori di giustizia - l’esistenza di un patto criminale fra Cosa Nostra, Camorra e ’Ndrangheta per gestire affari imprenditoriali in Lombardia. Una forza criminale a tre teste che sarebbe stata capace di infiltrarsi nel tessuto economico, camuffandosi nei circuiti apparentemente legali. Si chiama strategia dell’inabissamento: i boss riciclano i soldi guadagnati in maniera illecita in attività commerciali. Ristoranti, pizzerie, hotel. Ma anche imprese che servono da “carrozzone” per lavare i milioni del traffico di droga.
L’inchiesta Hydra ha rivelato il patto della mafia a tre teste, che però per agire ha bisogno della connivenza di pezzi dell’imprenditoria e pure delle istituzioni. E anche del settore bancario. Per la Dda di Milano, la confederazione mafiosa sarebbe riuscita a creare una rete relazionale che sarebbe stata capace di pilotare il funzionamento delle istituzioni e delle attività amministrative locali. Un network con influenti colletti bianchi che avrebbero permesso al consorzio criminale di interferire in alcuni casi con le scelte degli amministratori e con il voto elettorale in comuni lombardi. I boss del “cartello” avrebbero agito attraverso società “cartiere” e cooperative fittizie nell’edilizia e nei grandi appalti. Dalla logistica ai trasporti, ma anche nei parcheggi, nei servizi di pulizia e nella sicurezza privata. Attraverso il meccanismo delle frodi - come la truffa dell’Ecobonus - sarebbero state emesse fatture fantasma con cui sarebbero stati creati dei fondi neri. Ma la mafia a Milano è presente da decenni: già un’alleanza simile era stata scoperta quarant’anni fa con l’inchiesta dell’autoparco di Milano, dove i mafiosi catanesi dialogavano con i boss calabresi.
L'ultima relazione della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) documenta l’operatività di almeno 48 "locali" di ’Ndrangheta stabili tra il Centro e il Nord Italia. Guardando la mappa che la Direzione Investigativa Antimafia annualmente consegna alle mani del Parlamento e dell’opinione pubblica è chiaro come l’organizzazione mafiosa calabrese abbia “colonizzato” città e territori del Settentrione. La mafia non è solo sangue e spari, ma anche bonifici e speculazioni.
Le inchieste che hanno ribaltato le percezioni sui metodi di agire delle mafie sono molte. Ma due meritano sicuramente un approfondimento. L'inchiesta Aemilia del 2015, con il successivo maxiprocesso, ha “aperto gli occhi” sull’ecosistema criminale dell'Emilia Romagna. Nella terra bagnata dall’adriatico c’era stata la "clonazione" della ’Ndrangheta cutrese nelle province di Reggio Emilia, Parma, Modena e Piacenza. L’operazione ha permesso di svelare il modo di agire della mafia silente, che in Calabria continuava a sparare mentre in Emilia Romagna firmava assegni ai colletti bianchi che dovevano pilotare intestazioni fittizie e fatturazioni false. L’inchiesta ha rivelato come la ’Ndrangheta fosse riuscita ad avere il monopolio nei subappalti nel settore edile, soprattutto nella ricostruzione post-terremoto del 2012.
Dall’Emilia al Veneto, regione simbolo di produttività e impresa. L’indagine antimafia Taurus è una delle più importanti maxi-inchieste che ha «dimostrato e sancito» in via definitiva il radicamento della ’ndrangheta nella provincia di Verona. La Dda di Venezia, con i carabinieri del Ros di Padova, ha condotto l’operazione che è scattata a luglio 2020. Poche settimane fa è arrivata la sentenza della Corte di Cassazione, che ha confermato l'esistenza e la piena operatività della struttura mafiosa nel territorio veronese. L'indagine ha svelato l'esistenza di una vera e propria "locale" di ’ndrangheta radicata da decenni (le prime infiltrazioni risalirebbero al 1981) nell'area meridionale di Verona, in particolare nei comuni di Sommacampagna, Villafranca, Valeggio sul Mincio, Lazise e Isola della Scala. Il gruppo criminale avrebbe fatto capo a nuclei familiari originari della piana di Gioia Tauro (la porta d’Europa della cocaina proveniente dai narcos sudamericani), legati ai clan Gerace, Albanese, Napoli e Versace. Erano emersi forti collegamenti anche con la cosca Grande Aracri di Cutro e con le famiglie Arena e Nicoscia.
La mafia, insomma, non è solo “cosa” del Sud, ma anche del Nord. E forse, considerando che Sicilia, Calabria e Campania sono allenate a riconoscerla, la criminalità organizzata preferisce territori dove può mimetizzarsi più facilmente. E se sottovalutiamo questo aspetto rischiamo di perdere la guerra. E non ce lo possiamo permettere.