L'intervista
Corso Martiri: parla Casamonti, l'architetto del nuovo masterplan. «San Berillo? La qualità "aggredirà" il degrado»
Il progetto che darà un volto nuovo alla città dopo lo sventramento di settant'anni fa è stato presentato ieri in Consiglio comunale. «In quelle fosse c'è un grido di dolore»
Marco Casamonti, buona parte della popolazione catanese non ha idea di come fosse la città prima dello sventramento di San Berillo. A lei, che viene da Firenze, che effetto hanno fatto le fosse quando le ha viste per la prima volta?
«Io vengo dalla città di Michelangelo e quindi amo il non finito, è poetico, è una scultura appena abbozzata nel marmo. Ma questo non è un non finito, è una distruzione. Questa città con muri che recintano vuoti mi ha fatto un’impressione enorme, come un grido di dolore e insieme di speranza. Qui c’è un ibrido delicato: il privato che investe e che non deve speculare, perché è una cosa che non ci possiamo permettere, ma allo stesso tempo non deve nemmeno perdere profitto perché sennò l’operazione non si compie. Come sempre il crinale è molto stretto. È come tra modernità e tradizione: se non ti muovi dalla tradizione sei un ostaggio, se sei troppo moderno fai un corpo avulso dalla città».
Non era preoccupato, all’inizio?
«Fosse arrivato un immobiliarista che mi avesse chiesto di massimizzare i profitti, non avrei accettato. Quando ho avuto la disponibilità dalla proprietà di rendere di uso pubblico gli spazi privati a terra questo mi ha convinto. Poi l’avere ridotto gli spazi a destinazione commerciale di oltre il 40, 45%, inoltre, mi ha assicurato che si poteva fare un lavoro di qualità. La committenza è privata, ma le istanze sono arrivate dall’amministrazione pubblica. È stato il sindaco, per esempio, a chiedere che i servizi venissero concentrati attorno all’attività congressuale, a completamento di quello che già si fa alle Ciminiere. La committenza ha accettato l’idea che non ci fosse un solo posto auto in superficie, e questo non era scontato. Se si fa un supermercato non sono i mille metri quadrati di area food che possono dare fastidio, ma i tre, quattromila metri quadri di parcheggio fuori. Io non sono contro gli spazi commerciali, sono contro i centri commerciali: quantità che erode la qualità».
Lei ha girato molto per il quartiere e la città per fare il suo progetto. Visto che conosce San Berillo: come si fa a evitare che, con il nuovo corso Martiri, si marginalizzi di più chi è già marginalizzato?
«Oggi non c’è nessuno scambio fra lato destro e lato sinistro del quartiere. Se questa ferita si riduce, immediatamente questo scambio avviene e la rigenerazione è automatica. È come un sasso nello stagno, che se lanciato bene genera altri cerchi concentrici tutti attorno. Secondo me, quando si introduce un elemento di qualità urbana in un luogo di disagio, ci sono due possibilità: o il disagio aggredisce la qualità o il contrario. Il fatto che ci siano delle funzioni inclusive farà sì che la qualità urbana “aggredisca” il quartiere».
Due cose, dai render, sembrano evidenti: colori caldi, diversi dal bianco della pietra di Noto e dal nero della pietra lavica. E poi: il verde c’è, ma è basso.
«Sui colori abbiamo lavorato tanto. Catania è una città in bianco e nero, io ho escluso i colori scuri perché in questo momento c’è un’esigenza ambientale. Amo la pietra lavica, però c’è il problema delle isole di calore che dobbiamo combattere. Abbiamo privilegiato ocra, bruno e marrone perché siamo preoccupati per gli spazi a terra e le proiezioni di calore. Sugli alberi di alto fusto: saranno esterni alle zone di parcheggio. Nella zone delle corti, l’ombra è data dagli edifici e il verde sarà un verde di medio fusto, perché sotto ci sono i parcheggi. Dove non ci sono i parcheggi, gli alberi saranno alti perché l’apparato radicale potrà andare in profondità».
L’amministrazione ha dato la scadenza del 2032. Proviamo a essere ottimisti: se tutto andrà come deve andare nella migliore delle ipotesi, è una data credibile?
«Non vorrei essere ottimista, vorrei essere realista. Penso che sia passato così tanto tempo, che tutti i catanesi sono stanchi. Mi sembra che il desiderio prevalente sia di realizzare questo progetto, con tutte le cautele e le preoccupazioni. Questo desiderio mi fa sentire sicuro: in Italia è sempre il gioco delle contrapposizioni che ferma l’azione, anche rigenerativa».