Il cold case
Scordia, quell'agguato mafioso al bar rimasto senza colpevoli dal 1989: «Nicola D'Antrassi merita la verità»
L’uccisione dell’“avvocato” ha segnato profondamente la comunità che ogni anno, anche attraverso l’impegno dell’associazione Asaes, continua a tenere vivo il suo ricordo
Fu tradito Nicola D’Antrassi. Qualcuno che conosceva gli diede un appuntamento per un caffè. Ricevette la telefonata nell’azienda agrumicola di Scordia. Uno dei figli ebbe appena il tempo di vederlo uscire poco prima delle 19. Ma ad attendere D’Antrassi fuori dal bar “La Bussola” non ci fu un amico ma un killer. Appena l’imprenditore scese dall’auto, un sicario si materializzò alle sue spalle e sparò. Un colpo alla testa. L’11 marzo del 1989 fu il giorno maledetto.
Nicola D’Antrassi, originario di San Felice Circeo a Latina, era un uomo dalla schiena dritta: non si piegò mai ai compromessi. A Scordia lo chiamavano tutti «l’avvocato»: a 23 anni si laureò in Legge, ma la toga non l’indossò mai. Seguì invece le orme del padre, commerciante di prodotti ortofrutticoli. D’Antrassi aprì lo stabilimento di commercio d’agrumi a Scordia. E fu subito successo. Negli anni precedenti al delitto ricevette minacce e tentativi di intimidazione. Gli consigliarono di cercarsi l’amico buono. Ma l’imprenditore non si piegò mai. Tre incendi nel giro di poco. L’ultimo rogo fu devastante. Aveva sempre il sorriso per i cinque figli e la moglie, ma i familiari capirono che “l’avvocato” non era sereno. Ci fu l’idea di acquistare dei cani da caccia. Ma non ebbe il tempo.
La sera dell’11 marzo di 37 anni fa arrivarono i carabinieri. Nessuno aveva visto e sentito nulla. Un’omertà che fin dall’inizio tracciò l’esito delle indagini. Non è mai stato trovato il colpevole. E nemmeno il mandante. Leggendo alcuni articoli dell’epoca, si percepì anche un goffo tentativo di depistaggio. Ma poi l’inchiesta portò a una pista precisa: l’imprenditore D’Antrassi fu ucciso dalla mafia. I sospetti caddero sul capo della famiglia Campailla, quel Pippo Di Salvo, referente dei Santapaola a Scordia, che ingaggiò una cruenta faida con il clan Nardo. Ma le prove raccolte furono troppo deboli per arrivare a un processo. Così il delitto davanti al bar “La Bussola” è rimasto uno dei cold case.
D’Antrassi è una delle figure simbolo del lunghissimo elenco delle vittime di mafia stilato da Libera. «Aveva denunciato infiltrazioni malavitose nell’agrumicoltura», c’è scritto vicino alla sua foto. Il Comune di Scordia ha dedicato uno slargo all’imprenditore-eroe proprio nel luogo dell’omicidio. Pochi anni dopo il delitto è stata creata un’associazione antiracket che porta il suo nome. La presidente dell’Asaes, Daniela Di Stefano, non ha filtri: «Abbiamo sete di giustizia. Fare luce su questo delitto sarebbe un segnale importante per l’imprenditoria sana che quotidianamente lotta contro il malaffare, seguendo l’esempio di D’Antrassi».
L’omicidio dell’imprenditore scosse profondamente la comunità di Scordia. Ma da quella ferita è scoccata una scintilla che ha reso “viva” l’eredità di legalità del commerciante agrumicolo. E da qualche anno i giovani sono entrati a far parte della realtà dell’associazione. «Giovani che parlano ai giovani con il loro linguaggio per diffondere ed educare alla denuncia, alla lotta al racket. Al contrasto alle mafie».
La presidente dell’Asaes è preoccupata del clima “pesante” che nell’ultimo periodo si respira. «Pare che abbiamo fatto dieci passi avanti e cento indietro. Dobbiamo tornare a parlare di legalità nelle scuole, nelle piazze, nelle famiglie. La mafia esiste e va contrastata senza se e senza ma. Avere il nome dei mandanti e degli assassini di Nicola D’Antrassi - ribadisce - sarebbe un segnale forte. Fortissimo». Daniela Di Stefano chiede alle istituzioni di riaprire un faro sul delitto. D’Antrassi merita giustizia e verità.