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cybercrimine

Siti clone, video fake, “zero click”: così l’Ia ha cambiato le truffe online

Intervista a La Bella (polizia postale): «Uso sempre più diffuso dell’Intelligenza artificiale nelle frodi. Ma il panorama dell’utilizzo illegale è ampio». Ecco come difendersi

12 Settembre 2026, 00:27

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L’Intelligenza artificiale sta “rivoluzionando” il mondo digitale. Ricerche, utilizzo del web, creazione di contenuti. Ma l’Ia è diventata uno strumento anche dei cybercriminali. Soprattutto nell’affinare le truffe online. Ne abbiamo parlato con uno dei massimi esperti a livello investigativo del settore: Marcello La Bella, dirigente del Centro Operativo Sicurezza Cibernetica della Polizia Postale “Sicilia Orientale”.


Con l’avvento del web il fenomeno delle truffe si è modificato e amplificato. Ora con l'Intelligenza Artificiale la situazione è nuovamente cambiata, ampliando il range delle modalità delle truffe?

«L’espansione dell’uso della rete negli anni ha condotto ad una crescita esponenziale del cybercrime e, in particolare, delle frodi on-line. Da alcuni anni, poi, le organizzazioni criminali utilizzano sempre più gli strumenti di Intelligenza artificiale amplificando, così, gli attacchi informatici e le truffe. Assistiamo a un impiego diffuso dell’Ia per finalità di frode, consumate attraverso voci clonate, deepfake e phishing personalizzato. A questo si aggiunge la frequente violazione dei dati personali, con accessi abusivi ad archivi informatici o per mezzo di azioni di phishing. Mi spiego nel dettaglio. La clonazione della voce: sono sufficienti pochi secondi di audio per replicare la voce di familiari o altre persone come manager o imprenditori. Video deepfake: video realizzati talmente bene da apparire veri ed ingannare la vittima, ad esempio utilizzando immagini di personaggi famosi per sponsorizzazioni o investimenti fraudolenti. Phishing potenziato: le piattaforme di Ia consentono di creare messaggi privi di errori grammaticali, adattandoli al profilo della vittima. Social engineering di massa: bot intelligenti, cioè software programmati per eseguire azioni automatizzate, che comprendono le conversazioni e generano risposte e, in tal modo, gestiscono contemporaneamente migliaia di chat romantiche o finanziarie. Siti ed applicazioni civetta, fake websites: gli strumenti di Ia consentono in poco tempo di creare piattaforme ingannevoli progettate per apparire legittime, e molto realistiche, ma utilizzate per scopi malevoli e truffe. Come si vede il panorama di un utilizzo criminoso degli strumenti di Ia è abbastanza ampio».

L’ultima organizzazione smascherata dalla polizia riusciva a creare delle pagine internet identiche a istituti di credito ed enti istituzionali. È una modalità diffusa? Come viene agganciata la vittima?

«La frode realizzata tramite la creazione di un sito clone è una tecnica di attacco nota da molto tempo. Adesso, come abbiamo detto, si potenzia grazie all'utilizzo di sistemi di Ia. In merito spesso i criminali utilizzano il cosiddetto typosquatting, cioè nomi simili all’originale ma leggermente modificati con lettere scambiate, trattini o estensioni insolite e proprio a questi dettagli si deve prestare attenzione per riconoscere un sito falso. Per cui, per evitare di essere ingannati, ricordarsi di analizzare la Url (il nome del sito che appare sulla barra degli indirizzi del browser), di verificare i dati societari (contatti, partita Iva), di cercare eventuali recensioni, di effettuare una ricerca sul web delle immagini utilizzate dal sito. L’aggancio della vittima, poi, avviene spesso tramite mail, pubblicità sui social o sui siti con link ingannevoli o su alcuni servizi di messaggistica».

Dottore non pensa che lo strumento del bonifico istantaneo ha reso più fragile la difesa della “preda”?

«Sì, certamente. Ed è per questo che quando vengono richiesti pagamenti tramite bonifici istantanei occorre essere molto prudenti e accertarsi del reale beneficiario. Tuttavia, in alcuni casi, quando la denuncia è molto tempestiva, si può tentare di bloccare il conto di destinazione del bonifico, che successivamente sarà sottoposto a sequestro da parte della procura».

Molte volte queste organizzazioni lavorano con basisti locali che riescono a “reclutare” con qualche spicciolo. Quindi l’ultimo anello della catena è quello che rischia l'arresto. Le indagini quindi si complicano?

«Sì, è vero, spesso le organizzazioni “reclutano” persone che si prestano a essere intermediari, anche semplicemente attivando un conto a loro nome e diventando così complici dei reati. L’indagine, ovviamente, non può fermarsi a denunciare esclusivamente il titolare del conto su cui sono confluite le somme fraudolentemente sottratte ma deve proseguire ricostruendo tutti i vari passaggi e i contatti. Su quest’ultimo punto posso dire che, come Polizia di Stato, stiamo affinando sempre più, grazie all’esperienza, alla collaborazione internazionale ed all’utilizzo di sofisticati strumenti di analisi, le capacità investigative. Al Servizio Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica di Roma opera una divisione che non solo coordina le indagini sul territorio ma è punto fondamentale di contatto per la cooperazione internazionale. Sulla questione, inoltre, la Procura Distrettuale è molto sensibile a implementare strumenti d’indagine più efficaci per il contrasto dei fenomeni di frode che, come detto, sono sempre più diffusi».

I truffatori hanno affinato le loro tecniche tanto da far cadere anche adulti e professionisti. Come riconoscere quindi questi furbetti e difendersi?

«Per difendersi occorre attenersi alle regole di prudenza, ad esempio se si riceve un messaggio insolito da parte di un contatto da noi conosciuto chiediamo spiegazioni direttamente telefonandogli, e non perdere mai di vista la protezione dei nostri dati. Verificare siti web, mail e messaggi, cercare riscontri, non avere troppa fretta o farsi attrarre da acquisti eccessivamente economici o facili guadagni derivanti da falsi investimenti. E poi, informarsi ed essere sempre aggiornati sulle nuove tipologie di attacco. Su questo punto, consiglio di leggere e seguire i canali di comunicazione della Polizia di Stato, il sito www.commissariatodips.it , i nostri canali social o il nostro canale sul servizio Whatsapp di recente attivato. Proprio qualche giorno fa abbiamo lanciato un alert (nella scheda) sulla nuova ondata di compromissioni di account WhatsApp, caratterizzate da modalità riconducibili ad attacchi cosiddetti “zero-click”».