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lotta alla mafia

Beni confiscati, i 50 Comuni siciliani inadempienti che tengono nascosti gli elenchi

Il report di Libera "RimanDATI" fa il punto sugli enti che non pubblicano le informazioni sui beni sottratti alla criminalità. Quadro in miglioramento. «Ora servono le risorse del Fondo unico giustizia»

12 Settembre 2026, 14:04

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Beni confiscati, i 50 Comuni siciliani inadempienti che tengono nascosti gli elenchi

Sono 50 i Comuni siciliani che ancora non rendono pubblico l'elenco dei beni confiscati che gli sono stati affidati, il 24 per cento del totale. Un numero fortunatamente in calo. È quanto emerge dalla quarta edizione di "RimanDATI", il rapporto nazionale promosso da Libera in collaborazione con il Gruppo Abele, il Dipartimento di Cultura, Politica e Società dell'Università di Torino e con il contributo di Istat.

In generale il report fa emergere come la trasparenza sulla gestione dei beni confiscati nelle amministrazioni comunali italiane compia un netto passo in avanti. Su 1.174 Comuni destinatari di immobili sottratti alle mafie, ben 938 (pari al 79,8%) adempiono oggi all'obbligo di pubblicazione dell'elenco sul proprio sito internet. Soltanto 236 enti (il 20,2%) risultano ancora inadempienti. Di questi, 50 sono in Sicilia.

I COMUNI SICILIANI NEL DETTAGLIO

Sull'Isola sono stati monitorati 208 Comuni, tutti quelli che risultano avere assegnati beni confiscati: 158, cioè il 76 per cento, ha pubblicato sul proprio sito internet l'elenco. Una percentuale in crescita del 14 per cento rispetto alla prima ricognizione. Molto da fare c'è ancora sulla qualità dei dati pubblicati: nel ranking della trasparenza, che misura la facilità di accessibilità e comprensione di quanto reso pubblico, i Comuni siciliani si fermano al 49,50 per cento, sotto la media nazionale del 56 per cento. 

Ma quali sono i Comuni ancora inadempienti? Ecco l'elenco in ordine alfabetico: Antillo, Calatabiano, Capo d'Orlando, Castiglione, Cefalù, Cianciana, Erice, Favignana, Floresta, Giardini Naxos, Giarre, Gioiosa Marea, Licodia Eubea, Lipari, Mascali, Mazara del Vallo, Melilli, Menfi, Merì, Messina, Misilmeri, Misterbianco, Modica, Montedoro, Niscemi, Pachino, Petralia Sottana, Piana degli Albanesi, Pietraperzia, Polizzi, Pozzallo, Prizzi, Racalmuto, Raffadali, Ragalna, Ramacca, Reitano, Roccella Valdemone, Sambuca, Santa Elisabetta, Santa Flavia, Santa Lucia del Mela, Sant'Agata Li Battiati, Serradifalco, Sinagra, Torrenova, Trappeto, Trecastagni, Vizzini

Un monitoraggio nazionale, realizzato grazie all’impegno di oltre 80 volontari formati e attivi su tutto il territorio, fotografa un deciso avanzamento del livello di trasparenza degli enti territoriali italiani. Il risultato segna un incremento del 15% rispetto alla precedente rilevazione del 2024 e una svolta rispetto al primo report del 2021, quando soltanto il 38% degli enti pubblicava i dati richiesti e mancava ancora un modello unico di riferimento per il confronto.

PROVINCE E REGIONI, IL CASO MESSINA

Sul fronte degli enti sovracomunali, il quadro è nel complesso positivo: tra le 10 province e città metropolitane destinatarie di beni confiscati, solo la Provincia di Messina non rende disponibili gli elenchi. Quanto alle 6 regioni coinvolte, emergono criticità in Calabria, che non pubblica l’elenco dei beni e le relative informazioni; Sicilia e Lazio, pur mettendo a disposizione gli elenchi, lo fanno con modalità che non consentono un’immediata individuazione e consultazione da parte dell’utenza.

“Mafie e corruzione prosperano nel buio e nell’indifferenza. Democrazia, legalità e giustizia lo fanno, invece, nella illuminare i beni confiscati - commenta Tatiana Giannone, responsabile nazionale Beni Confiscati di Libera - vuol dire attivare tutti quei meccanismi che, a partire dalla conoscenza e dalla piena accessibilità dei dati e delle informazioni, possono facilitare i percorsi di riutilizzo; perché ogni dato pubblicato non è solo un’informazione in più: è uno spazio di potere risposto alla collettività”.

La “mappa della trasparenza” segnala una crescita omogenea, pur con differenze territoriali. Il Nord si conferma l’area più virtuosa con l’88,5% degli enti adempienti; il Centro accelera e raggiunge il 77,8%, guadagnando quasi 20 punti rispetto alla precedente rilevazione; il Sud e le Isole proseguono nel percorso di miglioramento, attestandosi al 75%. A livello regionale, toccano o superano il 90% di Comuni adempienti Basilicata, Molise e Umbria (100%), Liguria e Veneto (94%), Emilia-Romagna e Friuli-Venezia Giulia (90%). Nessuna regione scende sotto la soglia del 50%.

LA RICHIESTA DEL 2% DEL FONDO UNICO GIUSTIZIA

Chi gestisce i beni confiscati, o se ne prende cura per la collettività, sottolinea l’esigenza di risorse adeguate non solo per rifunzionalizzare gli immobili, ma anche per sostenere l’avvio e la continuità delle attività di riuso. Tali risorse devono essere previste su scala nazionale, considerato che nel Centro e nel Nord i sequestri e le confische sono aumentati in modo significativo negli ultimi anni. «In questo quadro - sottolinea il report - la sola legislazione regionale non basta: serve un impegno forte e centralizzato. Uno strumento chiave è il Fondo Unico Giustizia (FUG), istituito nel 2008 per centralizzare e gestire le risorse finanziarie recuperate dallo Stato attraverso sequestri e confische, penali, amministrative o di prevenzione. Oggi il FUG è ripartito tra Ministero dell’Interno, Ministero della Giustizia e bilancio statale. Se anche una piccola quota venisse destinata in modo stabile alle comunità che amministrano i beni confiscati, si potrebbero sostenere progetti di inclusione e coesione in tutta Italia, trasformando concretamente patrimoni illeciti e rigenerando i territori segnati dalla presenza mafiosa e corruttiva». Da qui la richiesta che «una parte delle somme del FUG venga destinata annualmente a questo scopo: basterebbe il 2% perché il denaro sottratto alle mafie torni a far crescere il bene comune — scuole, cooperative, comunità, futuro».