L’intervista
Il generale Altavilla: «Questi tre anni a Catania sono stati un sogno nel cassetto diventato realtà»
Il comandante dei carabinieri di Catania saluta la città prima di partire alla volta di Roma. Un percorso fatto di traguardi professionali ma soprattutto umani.
«Un sogno nel cassetto che si è realizzato». Così il generale Salvatore Altavilla ha descritto i suoi tre anni da comandante provinciale dei carabinieri di Catania. Un «percorso» professionale disseminato di brillanti operazioni. Oltre 6.400 arresti: solo per dare dei numeri. Ma per Altavilla la sicurezza non è solo pugno duro. È soprattutto ascolto. «Questa città mi ha regalato emozioni diverse e vere. In valigia mi porto i tanti insegnamenti della gente che ho avuto il privilegio di incrociare in questi tre anni». Il generale Altavilla andrà a Roma, al Comando Tutela patrimonio agroalimentare dei carabinieri. Gli subentrerà il colonnello Nicola Ferrucci che si insedierà lunedì.
Generale, la prima domanda è la più semplice, ma forse anche la più complessa. Che bagaglio umano e professionale si porta dietro dopo questi tre anni, così intensi, a Catania?
«Lascio questo Comando portando con me un sentimento profondo di gratitudine e, inevitabilmente, anche di commozione. Sono stati tre anni intensi, entusiasmanti, difficili in alcuni momenti, ma certamente ricchi di soddisfazioni. Il patrimonio più importante che porto con me è rappresentato dalle donne e dagli uomini dell’Arma che ho avuto l’onore di comandare: i Carabinieri delle Stazioni, delle Compagnie, del Reparto Operativo, del Nucleo Investigativo, del Radiomobile, dell’Informativo e di tutti i reparti specializzati. Ho sempre ricordato loro che le strade dritte sono quelle che danno poche o nessuna emozione e che, spesso, sono proprio i luoghi di lavoro più impegnativi e sacrificanti a regalare le gratificazioni più autentiche. Se in questi anni abbiamo raggiunto risultati di assoluto rilievo, il merito è soprattutto del loro lavoro quotidiano, della passione con cui indossano l’uniforme, della professionalità e anche del tempo che, inevitabilmente, sottraggono alle proprie famiglie. Porto con me soprattutto la consapevolezza che, anche in una realtà complessa come quella catanese, l’Arma continua a essere percepita come un punto di riferimento saldo, rassicurante e affidabile per la comunità».
Qual è stato l’imprinting che ha voluto dare alla sua squadra, sul piano operativo e investigativo?
«Direi un’impostazione fondata su due direttrici. La prima è stata quella della massima reattività, del rigore e dell’inflessibilità nei confronti dell’illegalità, lavorando sempre in stretta e leale sinergia con le Autorità Giudiziarie di Catania e Caltagirone, con la Prefettura e con le altre Forze di Polizia. La seconda, altrettanto importante, è stata la convinzione che l’azione dell’Arma non potesse esaurirsi nella sola repressione. La sicurezza non si misura esclusivamente con il numero degli arresti o delle denunce. Significa anche capacità di ascolto, prevenzione, presenza nei quartieri, vicinanza alle persone più fragili e capacità di comunicare ai cittadini ciò che lo Stato fa per loro. Per questo abbiamo cercato di accelerare senza sosta sulle indagini più complesse, ma contemporaneamente di rafforzare quella dimensione di prossimità che è nel DNA dell’Arma: dagli anziani esposti alle truffe alle donne vittime di violenza, dai ragazzi delle scuole alle famiglie che vivono nei quartieri più difficili.»
Catania, come tutte le grandi realtà metropolitane, presenta dinamiche criminali molto articolate: mafia, droga, reati predatori, violenza giovanile. Quanto è difficile rispondere alla domanda di sicurezza dei cittadini?
«È una sfida quotidiana. Catania e la sua provincia presentano fenomeni profondamente diversi tra loro, che richiedono risposte altrettanto differenziate. Da una parte ci sono organizzazioni mafiose con una storia, una struttura e una capacità economica ben definite; dall’altra una criminalità diffusa, spesso estremamente aggressiva, che incide direttamente sulla percezione di sicurezza dei cittadini. A livello provinciale l’Arma procede per una quota superiore al 70 per cento dei delitti denunciati. È un dato che testimonia quanto capillare sia la nostra presenza sul territorio. Nel triennio abbiamo registrato un andamento progressivamente favorevole della delittuosità complessiva: dai circa 42 mila reati del 2023 si è passati ai circa 38 mila del 2025, mentre i dati del 2026 indicano una proiezione inferiore ai 36 mila. Anche nel capoluogo, dopo l’incremento registrato nel 2024, si è assistito a una flessione nel 2025 e nel 2026. Particolarmente significativo è stato il calo dei reati predatori. Naturalmente, i numeri vanno letti con prudenza: dietro ogni statistica c’è una persona, una famiglia, un commerciante, un anziano che ha subito un reato. Per noi anche un solo episodio è importante. Il vero obiettivo è fare in modo che alla diminuzione statistica dei fenomeni corrisponda anche una maggiore percezione di sicurezza da parte dei cittadini.»
Negli ultimi mesi diversi episodi hanno evidenziato una preoccupante disponibilità di armi, anche tra persone molto giovani. È un fenomeno che la preoccupa?
«Molto. La disponibilità di armi rappresenta uno degli aspetti più delicati perché aumenta in maniera esponenziale la pericolosità di qualsiasi manifestazione criminale. Dall’autunno del 2025 fino alla primavera e all’estate del 2026 abbiamo registrato episodi armati, intimidazioni, agguati e cosiddette “stese”, sia nel capoluogo sia nell’hinterland. Parliamo di quartieri come San Giovanni Galermo, Librino, Cibali e San Cristoforo e di realtà della provincia come Misterbianco. A questa recrudescenza abbiamo risposto non soltanto con le indagini sui singoli episodi, ma cercando di aggredire a monte il fenomeno attraverso una sistematica attività di ricerca e sequestro delle armi. Nel solo 2025 sono state sequestrate 104 armi leggere, 8 ordigni e oltre 4.300 munizioni. L’attività è proseguita senza sosta anche nel 2026, consentendo di sottrarre alla criminalità armi e munizionamento particolarmente pericolosi. E proprio la recente attività condotta nel quartiere Monte Po dimostra quanto sia importante questo approccio. Il 26 agosto, durante un servizio di controllo del territorio, i Carabinieri della Stazione di Nesima hanno intercettato un gruppo di circa otto persone. Alla vista dei militari, il commando si è dato alla fuga, abbandonando un borsone contenente una pistola calibro 22 con matricola abrasa, munizionamento di diverso calibro, comprese 19 cartucce calibro 7,62×39, compatibili con armi della tipologia AK-47, oltre due chili di marijuana, un giubbotto antiproiettile, un passamontagna, una tuta monouso, guanti e una giacca riconducibile al personale sanitario del 118. Gli approfondimenti successivi, condotti dai Carabinieri del Comando Provinciale, coordinati dalla Procura Distrettuale, hanno consentito di ricondurre quell’episodio alla crescente contrapposizione tra gruppi criminali emersa dopo la sparatoria di Motta Sant’Anastasia del 23 agosto. Le indagini hanno portato, il 9 settembre, al fermo di sette persone, gravemente indiziate, a vario titolo, di reati in materia di armi, munizioni, droga e giubbotto antiproiettile, con contestazione dell’aggravante mafiosa. Quello che considero particolarmente significativo è che il controllo del territorio, in quel caso, non è stato semplicemente un’attività di prevenzione ordinaria. Ha consentito di intercettare un gruppo che, secondo la ricostruzione investigativa, si stava preparando a un’imminente azione di fuoco. L’intervento dei Carabinieri avrebbe quindi impedito che quella escalation producesse un ulteriore episodio di violenza. È un esempio concreto di cosa significhi fare prevenzione: non arrivare soltanto dopo che qualcuno ha premuto il grilletto, ma arrivare prima per impedirlo»
E sul fronte della droga? È ancora uno dei principali motori della criminalità catanese?
«Assolutamente sì. Il narcotraffico continua a rappresentare una delle principali fonti di finanziamento della criminalità organizzata e, contemporaneamente, uno dei fenomeni che maggiormente alimentano il degrado sociale. Per avere un’idea delle dimensioni del fenomeno basta ricordare l’operazione “Malerba”, dell’ottobre 2023, condotta dal Nucleo Operativo della Compagnia di Catania Fontanarossa: furono interessati 46 indagati, 5 dei quali minorenni all’epoca dei fatti, nell’ambito dell’indagine sulle piazze di spaccio di San Giovanni Galermo e, in particolare, di via Capo Passero. Secondo la ricostruzione investigativa, si trattava di un vero e proprio sistema organizzato con turnazioni nell’arco delle 24 ore, capace di generare introiti stimati in circa 240 mila euro al giorno attraverso migliaia di cessioni quotidiane. A questa sono seguite numerose altre attività. Nel marzo 2025 l’operazione “Saracena”, condotta dalla Compagnia di Randazzo, ha portato all’esecuzione di 18 provvedimenti di custodia cautelare nei confronti di soggetti gravemente indiziati, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsioni e reati in materia di stupefacenti. Le investigazioni hanno riguardato una compagine ritenuta collegata alla famiglia Mazzei e operativa nell’area di Bronte, Maniace e Maletto. Nel maggio dello stesso anno, con “Cubisia Connection”, 14 persone sono state raggiunte da misure cautelari nell’ambito di un’indagine su un’associazione armata dedita al traffico di droga nell’area acese. Infine, nel gennaio 2026, con “Game Over”, la Compagnia di Randazzo ha dato esecuzione a 14 custodie cautelari in carcere, ricostruendo l’esistenza di una nuova organizzazione che, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbe riuscita a conquistare una parte rilevante del mercato degli stupefacenti dopo i precedenti interventi nei confronti del clan Sangani. Colpire la droga significa quindi intervenire contemporaneamente su più livelli: togliere risorse economiche alle organizzazioni criminali, ridurre il degrado nei quartieri e proteggere soprattutto i più giovani».
Ci sono vicende che, al di là dell’aspetto investigativo, l’hanno particolarmente colpita sul piano umano?
«Sì, inevitabilmente. Dietro alcune indagini ci sono vicende di una violenza tale da lasciare un segno anche in chi, per impegno professionale, è abituato a confrontarsi quotidianamente con il crimine. Penso, ad esempio, al raid armato avvenuto nell’ottobre 2025 all’interno di un’officina di Paternò. Un’azione violenta e organizzata sulla quale l’attività investigativa ha consentito di ricostruire responsabilità e dinamiche, portando nel gennaio successivo all’esecuzione di misure nei confronti dei componenti del commando. E poi ci sono gli omicidi. Fatti nei quali la professionalità dell’investigatore deve necessariamente convivere con la consapevolezza che dietro il fascicolo esistono una vittima e una famiglia. Penso all’indagine conclusa nel marzo 2026 con due arresti per un omicidio aggravato dal metodo mafioso, seguito dalla soppressione e dall’incendio del cadavere di un 35enne (Salvatore Alfio Privitera). Un delitto di particolare efferatezza, maturato, secondo la ricostruzione investigativa, in un contesto legato al traffico di droga. Sono vicende che ricordano quanto sia fondamentale arrivare rapidamente alla verità investigativa, ma anche quanto sia importante non perdere mai la dimensione umana del nostro lavoro».
Se dovesse scegliere alcune operazioni che meglio raccontano questi tre anni, quali indicherebbe?
«Più che scegliere una singola operazione, parlerei di un percorso. Nel settembre 2023 “Ultimo Atto” ha consentito di colpire il clan Toscano-Tomasello-Mazzaglia di Biancavilla, articolazione territoriale della famiglia Santapaola-Ercolano. Tredici persone furono raggiunte da provvedimenti cautelari nell’ambito di un’indagine che aveva fatto emergere, tra l’altro, estorsioni ai danni di imprenditori e traffico di stupefacenti. Contestualmente furono sequestrate due società operanti nel settore del trasporto merci, per un valore complessivo stimato in circa 5 milioni di euro. Nell’aprile 2024, con “Pandora”, il Nucleo Investigativo del Comando Provinciale ha affrontato un fronte differente e altrettanto delicato: quello dei rapporti tra criminalità organizzata, amministrazione pubblica e interessi economici. Undici persone tra esponenti politici, funzionari e imprenditori furono raggiunte da misure cautelari nell’ambito dell’inchiesta sulle vicende del Comune di Tremestieri Etneo. Nel febbraio 2025 è stata poi eseguita l’operazione “Mercurio”, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia e condotta dal ROS, con il supporto del Comando Provinciale: 19 indagati furono destinatari di un provvedimento cautelare nell’ambito di un’inchiesta che ha riguardato, tra le altre ipotesi di reato, associazione mafiosa, estorsioni, stupefacenti e scambio elettorale politico-mafioso. E poi ci sono le due grandi operazioni dell’estate 2025. Con “Cerbero”, il Nucleo Investigativo ha eseguito 21 misure cautelari nell’ambito dell’indagine sui Cursoti Milanesi, documentando, secondo l’impostazione accusatoria, non soltanto la persistente operatività del sodalizio, ma anche la violenta contrapposizione interna per la leadership e il controllo delle attività illecite. Poche settimane dopo, con “Naumachia”, sono state eseguite 38 misure cautelari nei confronti di soggetti ritenuti appartenenti o comunque collegati alle articolazioni della famiglia Santapaola-Ercolano. L’indagine ha consentito di ricostruire l’operatività di gruppi radicati in quartieri come San Giovanni Galermo, Librino, San Cristoforo, Castello Ursino e San Cosimo. Sono operazioni diverse tra loro, ma raccontano bene il metodo seguito in questi tre anni: non limitarsi a intervenire sulla manifestazione visibile del crimine, ma cercare di comprenderne e aggredirne la struttura, i vertici, le fonti di finanziamento, le armi, il patrimonio e le relazioni esterne. Perché la mafia non si combatte soltanto arrestando chi commette materialmente un reato. La si combatte anche sottraendole consenso, territorio e soprattutto capacità economica»
Lei ha voluto portare simbolicamente la divisa anche nei quartieri più difficili, scegliendo di celebrare la Virgo Fidelis prima a San Cristoforo e poi a Nesima. Crede che una parte della battaglia per la legalità si giochi proprio lì?
«Ne sono profondamente convinto. Abbiamo voluto rompere alcuni schemi perché ritengo che il compito delle Istituzioni non sia soltanto quello di intervenire nei territori più complessi quando accade qualcosa. Bisogna esserci prima, durante e soprattutto dopo. Nel 2024 abbiamo scelto di celebrare la Virgo Fidelis nel cuore di San Cristoforo, nella Chiesa e nell’oratorio di Santa Maria de La Salette. Nel 2025 siamo andati a Nesima, nella parrocchia di San Pio X. Non sono state scelte casuali. Volevamo testimoniare concretamente che quei quartieri appartengono innanzitutto alle persone perbene che vi abitano e che lo Stato non intende lasciarli soli. Incontrare i ragazzi degli oratori, entrare nelle scuole, confrontarsi con gli studenti e con i baby sindaci mi ha confermato una convinzione: la sicurezza si costruisce offrendo alternative proprio in quei luoghi. Quando un ragazzo incontra un Carabiniere non durante una perquisizione o un intervento d’emergenza, ma in una scuola, in un oratorio o durante un momento della vita del quartiere, vede nello Stato qualcosa di diverso: una presenza alla quale potersi rivolgere. E forse è proprio questa la sfida più importante. Fare in modo che le nuove generazioni comprendano che la legalità non è un limite alla loro libertà, ma lo strumento attraverso il quale possono costruire un futuro realmente da cittadini liberi».