la ricorrenza
A 36 anni dall'agguato: Rosario Livatino, il giudice che scelse la responsabilità
Rigore, fede e responsabilità personale hanno alimentato la memoria civile e la beatificazione
Sono passati trentasei anni da quella mattina del 21 settembre 1990 in cui Rosario Livatino venne assassinato lungo la statale 640, tra Agrigento e Caltanissetta. Aveva 37 anni. Quel giorno la mafia agrigentina colpì un magistrato che aveva fatto della sobrietà, del rigore e della lealtà alla legge i cardini della propria attività. Il suo nome, oggi, richiama non soltanto la lotta alla criminalità organizzata, ma anche un’idea di giustizia vissuta come responsabilità personale.
Nato a Canicattì il 3 ottobre 1952, Livatino entrò in magistratura giovanissimo. Dal 1979 al 1989 fu sostituto procuratore, impegnato in inchieste su mafia, corruzione e sistemi di tangenti. Nel 1989 assunse l’incarico di giudice a latere. Operò in una Sicilia in cui i magistrati esposti sul fronte antimafia affrontavano pressioni e minacce costanti. Livatino rifuggiva i riflettori e l’immagine del magistrato protagonista. Coltivava, invece, una concezione severa e lineare del proprio ruolo: applicare la legge senza cedimenti, mantenendo al centro la persona. La fede cristiana costituiva un elemento essenziale del suo orizzonte e del modo di intendere il lavoro: proprio nell’intreccio tra fede, diritto e responsabilità risiede uno dei tratti più peculiari della sua figura.
La mattina del 21 settembre percorreva la statale 640 diretto al Tribunale di Agrigento. Fu affiancato, costretto a fermarsi, tentò di allontanarsi a piedi, ma venne raggiunto e ucciso. Il Quirinale documentò, in quelle ore, l’omaggio del presidente della Repubblica Francesco Cossiga, recatosi ad Agrigento subito dopo l’agguato. La sua morte provocò una reazione profonda nelle istituzioni e nella società civile; nei giorni successivi Cossiga intervenne anche davanti al Consiglio superiore della magistratura per commemorarlo. L’assassinio si inseriva nella stagione di violenza mafiosa che segnò la Sicilia e, con essa, la storia italiana dei primi anni Novanta.
Trentuno anni più tardi, il 9 maggio 2021, Livatino è stato proclamato beato nella cattedrale di Agrigento. La Chiesa cattolica ha riconosciuto il suo martirio «in odio alla fede», facendo di lui il primo magistrato italiano elevato agli altari. Un riconoscimento che si è aggiunto a una memoria civile già salda, costruita attorno alla sua opera e alla sua testimonianza personale. «Un magistrato rigoroso che scelse di affrontare la criminalità organizzata e le sue logiche di violenza e complicità, nella convinzione che la legalità non è un principio astratto, ma una scelta quotidiana, fatta di coerenza e coraggio». Con queste parole, in un post su X, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha ricordato il giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990. E ha aggiunto: «A distanza di 36 anni la forza del suo esempio continua a ispirare le nuove generazioni di magistrati, le forze dell’ordine e tutti i cittadini impegnati per il riscatto dei propri territori».