Il caso
Condannato per un omicidio dopo due decenni: ora chiede la Grazia a Mattarella
Un delitto commesso a Torre del Greco. Le accuse di due pentiti cambiano la vita di un uomo per sempre, che si professa innocente. Una vicenda giudiziaria che sta portando anche a depositare una proposta di legge
Da Catania a Napoli, passando per Tivoli. Strade incrociate di una vicenda giudiziaria che comincia nel 1997 con un omicidio. Il protagonista si chiama Francesco Di Rosa: qualche anno fa è stato condannato dalla Corte d'Assise a 19 anni e 4 mesi per il delitto di Gennaro Russo. L'avvocato catanese Massimo Ferrante ha depositato un'istanza di Grazia al presidente della Repubblica Sergio Mattarella evidenziando che la sentenza di condanna è arrivata a distanza di anni dai fatti contestati (per cui comunque Di Rosa si professa innocente). Un arco di tempo in cui l'uomo aveva cambiato città e si era rifatto una vita professionale e umana. «Ai sensi dell'articolo 27 della Costituzione, la pena - scrive Ferrante nell'istanza - deve tendere alla rieducazione. Poiché Di Rosa si è pienamente inserito nella società e ha mantenuto per trent'anni una condotta civile e professionale irreprensibile, la carcerazione tardiva assume una valenza meramente afflittiva». Su questi presupposti, l'avvocato catanese ha chiesto al Capo dello Stato «l'avvio dell'istruttoria» per ottenere la Grazia con la conseguente estinzione della pena.
Ma facciamo un riassunto del caso giudiziario. Il 2 marzo 1997, a Torre del Greco, Gennaro Russo è stato ucciso a colpi di pistola da due sicari in sella a un motociclo, mentre si trovava in moto con la moglie. L'omicidio fu condotto nell'alveo della criminalità organizzata per l'affiliazione della vittima al clan Falanga. Dopo un’iniziale archiviazione delle indagini a carico di altri soggetti, il caso veniva riaperto anni dopo grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Pietro Formicola (mandante) e Massimo Conciliano (esecutore materiale). Entrambi accusavano Francesco Di Rosa di aver guidato il motociclo durante l'agguato. Altri quattro collaboratori di giustizia, pur confermando il ruolo di Formicola e Conciliano de relato, non facevano invece alcun nome o riferimento al coinvolgimento del Di Rosa.
IL PROCESSO
Rinviato a giudizio nel marzo 2021, Francesco Di Rosa ha affrontato il processo professandosi estraneo ai fatti e denunciando di essere stato vittima di minacce da ambienti criminali. La Corte d’Assise lo ha condannato in primo grado a 22 anni di reclusione, pena poi ridotta in Appello a 19 anni e 4 mesi. Successivamente, la Corte di Cassazione rigettava il ricorso, rendendo definitiva la condanna nonostante la difesa avesse evidenziato l'annullamento della misura cautelare da parte del Tribunale del Riesame di Napoli nel 2019 per mancanza di elementi sul reale coinvolgimento di Di Rosa.
L'ISTANZA
Per l'avvocato Ferrante «l'esecuzione della pena a trent'anni dai fatti distrugge l'equilibrio di una famiglia strutturata e priva i figli adolescenti e i genitori ultraottantenni del loro punto di riferimento. Questa misura - continua il legale - si pone in contrasto con l'art. 8 della Cedu, che tutela il diritto al rispetto della vita privata e familiare. L'eccessivo lasso temporale trascorso mina il diritto a un equo processo e il principio di parità delle armi. A distanza di vent'anni dalle accuse dei pentiti, la difficoltà di reperire prove a difesa o ricostruire alibi ha compromesso - argomenta ancora il penalista - l'esercizio del diritto di difesa».
LA PROPOSTA DI LEGGE
«La peculiarità della vicenda risiede - commenta l'avvocato a "La Sicilia" - in particolare, nell’eccezionale distanza temporale intercorsa tra i fatti oggetto della condanna e l’esecuzione della pena. Un arco temporale estremamente ampio, nel corso del quale la vita di una persona può profondamente mutare, ponendo interrogativi di carattere non soltanto giuridico, ma anche umano e sociale, con particolare riferimento alla funzione rieducativa che la Costituzione assegna alla pena. Proprio l’esame del caso ci ha indotto ad approfondire una problematica che può riguardare anche altre situazioni analoghe e, su queste basi, abbiamo elaborato un disegno di legge che provvederemo a depositare in Parlamento. La proposta mira a introdurre nell’ordinamento l’istituto della “detenzione domiciliare allargata”, destinato a consentire al Tribunale di sorveglianza, in presenza di condizioni rigorosamente individuate, di valutare modalità alternative di esecuzione della pena nei casi in cui sia trascorso un periodo eccezionalmente lungo dalla commissione del reato e la persona abbia nel frattempo realizzato un effettivo, stabile e duraturo percorso di reinserimento familiare, lavorativo e sociale. Non si intende mettere in discussione il principio di responsabilità per i fatti commessi, né l'autorità delle decisioni giudiziarie. La questione - conclude Ferrante - che intendiamo porre all'attenzione pubblica è diversa: quale debba essere la funzione concreta della pena quando la sua esecuzione interviene a distanza di decenni dai fatti e riguarda una persona la cui situazione personale e sociale si sia nel frattempo profondamente trasformata».