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Caltanissetta

Via D'Amelio, nell'archiviazione sofferta di "Mafia-appalti" la spinta sul depistaggio: «La chiave è nella "126"»

Nelle seicento pagine del decreto, il gip Santi Bologna indica anche come muoversi per far ripartire le indagini su Borsellino

04 Ottobre 2026, 03:24

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la strage di Via D'Amelio

Strage di via D'Amelio

Un’imprenditoria vicina a politici e magistrati avrebbe fatto, mediante le tangenti, affari negli anni ‘90. Le ombre quindi ci sono tutte. Così come i documenti. Ma ci sono troppi fantasmi (complice il passare del tempo) per portare il dossier Mafia-Appalti davanti a un giudice. La maggior parte dei testimoni chiave infatti ormai non c’è più. E per gli altri la memoria inizia a vacillare. La ferita quindi rimane aperta. E sanguina. Così è arrivato anche il “The End” sull’indagine per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e anche (per prescrizione) per il presunto insabbiamento dell’inchiesta “mafia-appalti” risalente al 1992. Quest’ultimo filone vedeva coinvolti i magistrati Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli oltre che l’ex generale della Guardia di finanza Stefano Screpanti. I loro nomi sono “frequenti” nel decreto d’archiviazione del filone investigativo di “mafia-appalti” contro ignoti - aperto dalla procura di Caltanissetta sulle stragi di Capaci e via D’Amelio - che ieri il gip Santi Bologna ha archiviato sposando, ma non del tutto, il lavoro di ricostruzione storica-giudiziaria del pool di pm guidato da Salvatore De Luca.

Al centro dell’attenzione dei magistrati l’isolamento dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino all’interno dell’ufficio palermitano all’epoca guidato da Pietro Giammanco (ormai morto). Nelle 600 pagine si legge: «L'analisi svolta, pur evidenziando il clima ostile nel quale si trovarono ad operare i dottori Falcone e Borsellino all’interno della Procura di Palermo nel biennio 1990-1992 e pur mettendo in luce la distanza siderale esistente tra la loro capacità professionale e quella di tanti altri magistrati a loro coevi, che si trovarono ad operare in relazione ai procedimenti che toccavano uno degli argomenti di maggior interesse per gli stessi Falcone e Borsellino (il rapporto tra cosa nostra e il sistema degli appalti pubblici) non ha consentito di individuare alcun elemento probatorio, autonomamente persuasivo, che possa portare all’identificazione di specifici soggetti tra i magistrati o tra esponenti del mondo politico-imprenditoriale legati a costoro da poter iscrivere quali concorrenti morali (e ancor più materiali) in relazione alle due stragi». Per il gip di Caltanissetta (che prenderà servizio al tribunale di Catania martedì prossimo) invece c’è stata invece una «attività depistante posta in essere dal senatore Scarpinato nei confronti di Natoli» che emerge chiaramente. Il riferimento è alla riunione del 14 luglio del 1992: era stato comunicato o meno a Paolo Borsellino dell’archiviazione del fascicolo “mafia-appalti” su cui i Ros guidati da Mario Mori e Giuseppe De Donno avevano lavorato per anni? Troppi gli interrogativi senza risposte.

Natoli, prima dell’audizione in commissione Antimafia, è stato intercettato e con il senatore del M5S ha parlato a lungo, anche del periodo antecedente la strage di via D’Amelio.

A Caltanissetta, quindi, non ci sono dubbi che l’indagine “mafia-appalti” sia una delle concause della strage di via D’Amelio. Ma per il gip è anche vero che le indagini devono proseguire sul depistaggio, che «deve rappresentare il punto di partenza di una serie di ulteriori sviluppi investigativi» perché «ciò che fu vestito non fu (solo) un “pupo” ma un’autovettura, l’unica prova incontrovertibile, muta ma univoca, che non si sarebbe potuta sopprimere o alterare», come è stato evidenziato nella sentenza di primo grado a carico di tre poliziotti. Questo perché «i problemi meccanici della Fiat 126 utilizzata come autobomba e la necessità di trainarla subito dopo il furto erano circostanze di cui poteva essere a conoscenza solo il ristretto novero di persone che si era occupato “davvero” del furto. Capire come (tramite fonte confidenziale o in maniera “diversa”) e quando (prima o dopo la strage) tali informazioni siano diventate patrimonio conoscitivo degli inquirenti può essere rilevante sia in relazione alla tematica dei concorrenti esterni, sia in relazione alla piena comprensione di scopi e obiettivi dell’attività di depistaggio». Un’archiviazione sofferta, ma che comunque vuole portare a scoperchiare i troppi misteri sulle stragi.