L'inchiesta
La Vardera guida la “censura” all’Ars per Caruso e Barbagallo incalza: «Schifani non dice una parola»
La mozione di Controcorrente contro l’assessore regionale alla Salute anche per le vicende Cefpas e gli appalti sanitari. Marco Falcone: «Attorno al presidente della Regione troppi cortigiani e troppe ombre: glielo avevamo detto»
Una mozione di censura all'Ars. E una richiesta di chiarimento o di dimissioni. Nella bufera dell'ultima inchiesta della Procura di Palermo è finito anche l'assessore alla Salute, Marcello Caruso, che non è indagato, ma nelle carte per un suo incontro con Gaetano Armao del quale non avrebbe parlato ai pm che lo hanno sentito nei giorni scorsi.
Un caso, anche questo, che riguarda il governo di Renato Schifani e nel caso specifico una persona vicinissima al governatore. La mozione di censura, presentata dal gruppo parlamentare di Controcorrente, però, non riguarda soltanto l'inchiesta di Palermo. L'assessore alla Salute viene “sfiduciato” anche per le “gravi criticità del sistema sanitario regionale e alla gestione delle vicende riguardanti il Cefpas e gli appalti sanitari». Controcorrente chiede le dimissioni o la revoca dell’incarico. E del resto, già nella mattinata di ieri, dopo la pubblicazione su “La Sicilia” del contenuto di un'informativa sull’incontro tra Armao e Caruso, il leader del movimento, Ismaele La Vardera aveva attaccato: «Sembra proprio una rete tentacolare, di quelle brutte. Una vergogna senza fine. Caruso non può più stare lì, faccia un passo indietro e si dimetta». Durissimo anche il segretario regionale del Pd, Anthony Barbagallo: «Abbiamo toccato il punto più basso – ha detto alla trasmissione “Il Punto” su Telecolor - c'è una questione morale grande quanto una casa. Non solo per il numero dei 17 deputati indagati o sotto processo. La prima cosa che fa un partito normale o il presidente della Regione è prendere le distanze da quel fatto. Il presidente della Regione rispetto ad Armao e oggi rispetto a Caruso - ha aggiunto - non ha detto di vergognarsi per gente che ha utilizzato il nome della Regione, non si è scusato con i parenti dei malati sottoposti alle cure palliative, una vicenda delicatissima. Quello che più preoccupa è il silenzio del governatore che ancora oggi non dice una parola».
Ma per il governatore sono ore complicatissime. Non solo per le notizie che arrivano dall'inchiesta, ma anche perché la settimana che sta per iniziare sarà decisiva su molti fronti. Compreso quello relativo alla ricandidatura. Il vertice di martedì col segretario nazionale Antonio Tajani e col commissario regionale Nino Minardo, dovrebbe sciogliere qualche nodo, ma le bordate al governo e al partito siciliano a lungo guidato proprio da Caruso, arrivano anche dagli stessi esponenti di Forza Italia. È il caso di Marco Falcone che dagli studi de “L'intervista” di Rei Tv, non ha risparmiato critiche: «Siamo di fronte – ha detto – a fatti non edificanti che creano scoramento, sfiducia e minano la credibilità delle istituzioni, allontanando la gente dalla politica. Serve serietà ed efficienza, non stiamo dando bei segnali». Poi una stilettata indirizzata al cuore del “cerchio magico” di Schifani: «Bisognava fare più attenzione ai cortigiani, non chiudersi in un castello d'avorio. Bisognava invece uscire e ascoltare la gente. E invece siamo lontani dalla gente. Lo abbiamo detto tante volte, ma non ci hanno ascoltato». E Falcone racconta di non essere stato ascoltato nemmeno «quando abbiamo detto: attenzione, c'è qualche ombra». Persino le urne avrebbero lanciato un segnale: “Bronte, Barcellona Pozzo di Gotto e Agrigento non ci hanno insegnato niente?”. Adesso, però, Forza Italia, dopo le parole del commissario regionale Minardo è al bivio: «Al posto suo sarei stato più prudente e quelle cose le avrei dette nelle sedi opportune. Oggi rischiamo di trovarci in uno scontro tra presidente della Regione e commissario, col partito in mezzo e l'elettorato spaesato. Martedì scorso ho detto queste cose anche a Tajani». Riguardo al bis di Schifani, però, Falcone fa notare che «Minardo non ha detto no alla ricandidatura. Certo, qualche critica non strumentale l'abbiamo sollevata anche noi al presidente, ma a volte si è preferito i “signor sì”. In Sicilia c'è una classe dirigente di livello che per troppo tempo ha conosciuto le scelte solo dai giornali. Io candidato alla presidenza? Penso solo che la persona indicata debba essere seria, capace di dare risposte ai cittadini e radicata nel territorio. Quanto a me – conclude - io sono un uomo di partito e resto a disposizione del partito».