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vincolo di esclusività

Professoressa gestiva un agriturismo: stangata di 270mila euro dalla Corte dei conti

Incompatibile il doppio lavoro. Respinta la tesi della buona fede sostenuta dalla difesa

11 Ottobre 2026, 10:21

10:31

Corte Conti a Palermo

La Corte dei Conti di Palermo

Una docente agrigentina è stata condannata dalla Corte dei conti a risarcire 270.235,20 euro all'amministrazione scolastica per aver gestito per anni un'azienda cui faceva capo un agriturismo in provincia, nonostante fosse incompatibile con questo ruolo.

L'origine della vicenda risale a una segnalazione che denunciava l'attività parallela non autorizzata, celata all'assunzione tramite una falsa dichiarazione di insussistenza di cause ostative. Le verifiche della Guardia di Finanza hanno accertato che l'impresa costituiva un complesso organizzato con dipendenti e spiccata vocazione turistica. La difesa ha sostenuto la buona fede e il conferimento di una procura generale, contestando il calcolo basato sull'imponibile fiscale. 

I giudici hanno respinto le tesi, affermando che l'attività commerciale viola il dovere di esclusività e fa sorgere l'obbligo di riversare i compensi. Respinta l'eccezione di prescrizione, la corte ha escluso il dolo ma ravvisato colpa grave per inescusabile ignoranza: in sostanza la docente non poteva non sapere che quell’attività fosse irregolare e che vigesse un vincolo di esclusività nella prestazione lavorativa. Riguardo ai dettagli delle somme movimentate nel giudizio, la procura regionale aveva inizialmente quantificato la pretesa risarcitoria in 544.892,67 euro, calcolandola sull'intero reddito lordo dichiarato al fisco nel periodo di riferimento. 

La difesa ha replicato producendo una perizia estimativa che riduceva il reddito reale a 271.093,00 euro a fronte di un'imposizione fiscale pari a 245.618,50 euro. Il collegio contabile, pur non accogliendo interamente i conteggi difensivi, ha provveduto a depurare il reddito lordo dalle imposte nette e a riconoscere una riduzione discrezionale del venti percento, determinando l'importo definitivo della condanna a 270.235,20 euro, oltre alla rivalutazione monetaria, agli interessi legali maturati e le spese di giustizia, tutelando rigorosamente l'erario. 

La magistratura contabile ha così voluto bilanciare attentamente la gravità della violazione amministrativa con i dati contabili effettivi, escludendo le pretese originarie più gravose e applicando criteri di equità basati sull'effettivo arricchimento netto conseguito dalla dipendente durante gli anni di attività sostanzialmente l’illecito.