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Cronaca

Richiamo ufficiale per la sindaca di Augusta che si fa chiamare sindaco

Di Agnese Siliato

AUGUSTA - Non ha gradito mai di essere chiamata sindaca, Cettina Di Pietro alla guida del Comune megarese dal giugno del 2015. A tale appellativo ha reagito sempre con contrarietà ma anche con ironia.

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Nelle scorse settimane però quando il consigliere di Articolo Uno, Giancarlo Triberio in Aula rivolgendosi di lei, come ha sempre fatto, ha usato il sostantivo coniugato al femminile è nato un dibattito acceso.

E così l’episodio è stato segnalato alla consigliera di Parità della Regione Margherita Ferro. A scriverle chiedendone l’intervento sono state le augustane Francesca Di Grande Maria Leonardi Francesca Marcellino Paola Perata. E quest’ultima ha dato la sua risposta.

«La lingua italiana come sa bene, prevede la declinazione al maschile e femminile e voler negare la declinazione al femminile, soprattutto quando sono le donne ai vertici delle istituzioni o comunque hanno ruoli di primo piano, vuol dire escludere e oscurare il genere femminile da carriere e professioni», sostiene Margherita Ferro nella nota ufficiale inviata a Cettina Di Pietro e a Sarah Marturana, presidente del Consiglio comunale.

«Il 4 dicembre nell’aula consiliare un dibattito acceso– riferiscono le 4 cittadine - durante l’intervento del consigliere d’opposizione Giancarlo Triberio, esponente LeU, lo stesso si è rivolto alla prima cittadina chiamandola sindaca. Quest’ultima ha preso la parola interrompendo il consigliere nell’esercizio delle sue funzioni e, stizzita, lo ha invitato a chiamarla sindaco piuttosto che sindaca. Il consigliere ha replicato dicendo che altre donne prime cittadine e pentastellate nel resto d’Italia si fanno chiamare sindaca senza riserve. Per porre fine allo scambio di battute la prima cittadina ha ribattuto: «Allora io la chiamerò Giancarla! Ho deciso di chiamarla Giancarla».

«Siamo deluse, amareggiate e basite perché qualcuno nella posizione di massimo potere amministrativo esplicita un comportamento discriminatorio in Consiglio comunale scagliando come una freccia il nome femminilizzato del consigliere d’opposizione. Tale condotta è discriminatoria in quanto volta a sminuire il ruolo di chi si ha davanti proprio appellandolo al femminile, facendo passare il messaggio che la declinazione femminile sia un disvalore».

«A fronte di una ascesa in ruoli, carriere, professioni e visibilità delle donne - dichiara la consigliera di Parità - ancora oggi assistiamo a resistenze nel riconoscere questi ruoli anche nel linguaggio, usando il maschile attribuendo una falsa neutralità. Giova ricordare che già nel 1986, Alma Sabatini, linguista e insegnante, impegnata in numerose battaglie per i diritti civili, scriveva una importante pubblicazione "Il sessismo nella lingua italiana" nella lingua italiana" sottolineando il mancato uso di termini istituzionali e di potere declinati al femminile (ministra, sindaca, assessora ecc.), proponendo delle linee guida per
eliminare g li stereotipi di genere nel linguaggio che discrimina le donne in quanto le esclude».

Anche «l'Accademia della Crusca - aggiunge Margherita Ferro - ci ricorda che la declinazione femminile innovativa di molte professioni non solo è corretta dal punto di vista linguistico, ma è lo specchio dei tempi».

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