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Cronaca

I killer di Livatino e la “nuova” vita «Ogni giorno i conti con i nostri sbagli»

Di Luigi Arcadipane

Agrigento. I palmesi Gaetano Puzzangaro e Salvatore Calafato, condannati all’ergastolo per l’omicidio del giudice Rosario Livatino, hanno preso parte, rilasciando delle significative dichiarazioni, all’ottavo congresso nazionale dell’Associazione «Nessuno tocchi Caino». Tema del congresso: «Il diritto della speranza: l’ergastolo ostativo alla luce delle sentenze della Corte Europea dei diritti dell’uomo e della Corte Costituzionale».

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Alla manifestazione è stato invitato anche il sindaco di Palma di Montechiaro, Stefano Castellino, tra l’altro nipote di Giulio Giuseppe Castellino, pure lui vittima della mafia. L’invito è arrivato a 2 anni di distanza dall’evento, organizzato nella cittadina del Gattopardo, per onorare la memoria del giudice ragazzino con la proiezione del docufilm «Spes contra Sperm - Liberi dentro».

Prima dell’inizio dei lavori, il primo cittadino palmese ha incontrato i due ergastolani. Un incontro ricco di significato – ha spiegato Castellino – «perché continuano ad essere miei concittadini. Sono dell’opinione che alla violenza non si deve mai rispondere con la violenza, ma con il perdono. Il tempo muta tutto. Quegli anni di piombo nel mio paese sono stati anche il risultato del menefreghismo dello Stato che da anni ha lasciato il sud del Paese come una nave alla deriva. Quelli che oggi sono degli uomini maturi, all’epoca erano dei giovani e se un ragazzo di 23 anni decide di passare dalla parte sbagliata della barricata, lo si deve proprio al fatto che non si è mai creato un vero sviluppo dalle nostre parti».

A prendere la parola sono stati anche i due detenuti palmesi. «Con la presenza del sindaco Castellino - ha detto Puzzangaro - oggi mi sono risentito nuovamente nella mia città che mi manca tantissimo. Credevo di non fare più parte di quella comunità perché il passato ritorna sempre. Sto facendo un lungo cammino, che credo non finirà mai. È cominciato 30 anni fa e quando si sta seduti sulle macerie della propria esistenza conviene fermarsi. Mi sono interrogato su quello che non è andato in me. Si può venire a patti con il tribunale penale, ma non con quello della coscienza. Non sono stato un buon cittadino, non sono stato un buon figlio, ma mi sono ravveduto, ho capito i miei sbagli e ci faccio i conti giornalmente».

«Mi sento più palmese oggi che trent’anni fa – ha, invece, detto Calafato - proprio perché è da tutto questo tempo che manco da Palma. Ho perso anche l’abitudine di parlare nel dialetto palmese, parlo un po' toscano, un po' milanese visto che ho girato molti istituti di pena italiani. Sono entrato in carcere a 25 anni ed oggi ne ho 52 e da allora sono molto cambiato. Ho rivisto e continuo a rivedere, giornalmente, i miei errori. Ho capito il male che ho fatto e di questo chiedo scusa, in primis alla mia città, ai familiari delle vittime. Oggi, e questo ci tengo a ribadirlo, c'è un altro Salvatore Calafato».

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