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Processo Ciancio, dissequestrati i beni: anche "La Sicilia" torna all'editore

Cronaca

Processo Ciancio, dissequestrati i beni: anche "La Sicilia" torna all'editore

Di Redazione

CATANIA - La Corte d’appello di Catania ha disposto il dissequestro di tutti i beni di Mario Ciancio Sanfilippo e dei suoi familiari che era stato deciso dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale etneo.

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Secondo i giudici di secondo grado il decreto impugnato dai legali dell’editore e imprenditore «va annullato» perché, scrivono nelle 119 pagine della decisione motivata, «non può ritenersi provata l’esistenza di alcun attivo e consapevole contributo arrecato in favore di Cosa nostra catanese». Inoltre «non può ritenersi provata alcuna forma di pericolosità sociale" né «alcuna sproporzione tra i redditi legittimi legittimi di cui Mario Ciancio Sanfilippo e il suo nucleo familiare potevano disporre e beni mobili e immobili a loro riferibili».

Tra i beni interessati dal provvedimento, oltre a conti correnti e immobili, vi sono il quotidiano "La Sicilia", la maggioranza delle quote della "Gazzetta del Mezzogiorno" di Bari, due emittenti televisive regionali, "Antenna Sicilia" e "Telecolor" e la società che stampa quotidiani Etis.

Il decreto della Corte d’appello di Catania che dispone il dissequestro totale dei beni, entra nel merito delle vicende legate alla realizzazione di centri commerciali, del Pua e di vari investimenti sottolineando che in tutti i casi «non è emerso alcun rapporto tra Mario Ciancio Sanfilippo e Cosa nostra». E che lo «"schema trilatero" ipotizzato tra "politica-mafia-imprenditoria" resta una mera ipotesi investigativa priva di idonei contenuti probatori» e, inoltre, "in nessuna delle singole condotte esaminate può dirsi raggiunta la prova di alcun consapevole contributo in favore» della mafia.

La Corte d’appello afferma però come tra «Cosa nostra catanese e l’imprenditore si sia progressivamente consolidato nel tempo un rapporto di "vicinanza/cordialità"» dopo che la mafia ha «imposto un «rapporto di protezione» con «il pagamento da parte della vittima del "pizzo"» per «garantire al "protetto" la possibilità di continuare a svolgere la propria attività senza "rischi" e senza il pericolo di subire "atti ostili" nei confronti di un imprenditore che «viene poi considerato "amico"». Pagamenti che l’editore ha sempre smentito.

Il sequestro finalizzato alla confisca per beni stimati in complessivi 150 milioni di euro era stato chiesto dalla Procura Distrettuale ed eseguito il 24 settembre del 2018 dai carabinieri del Ros e del comando provinciale di Catania nell’ambito del processo per concorso esterno all’associazione mafiosa in cui l’imprenditore è imputato, dopo una prima archiviazione del Gip poi annullata dalla Corte di Cassazione.

Contro il decreto della Corte d’appello di Catania la Procura generale può presentare reclamo in Cassazione e chiedere, ad un altro collegio giudicante, il 'congelamentò dell’esecutività del dissequestro.

 

I legali

«Con l’articolato provvedimento di quasi 120 pagine, la Corte catanese ha affrontato tutti i temi del 'processo Cianciò, dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia alle compravendite dei terreni sui quali sono sorti o sarebbero dovuti sorgere alcuni centri commerciali. La Corte ha affrontato punto per punto tutti i temi trattati nel decreto del Tribunale e i relativi motivi di impugnazione proposti dai difensori, concludendo che "non può ritenersi provata l'esistenza di alcun fattivo e consapevole contributo arrecato da Ciancio Sanfilippo in favore di Cosa Nostra catanese"». Lo scrivono in una nota i legali dell’imprenditore ed editore, gli avvocati Carmelo Peluso e Francesco Colotti.

«Conseguentemente - aggiungono i penalisti - i giudici di appello hanno affermato che non sussiste alcuna forma di pericolosità sociale che possa consentire l’applicazione di una misura di prevenzione, né personale, né patrimoniale».

«Con il provvedimento adottato oggi - osserva il collegio di difesa - la Corte di Appello chiude il lungo e doloroso calvario della misura di prevenzione nei confronti di uno dei più noti imprenditori siciliani, confermando la validità di tutte le argomentazioni difensive da sempre sostenute dagli avvocati Carmelo Peluso e Francesco Colotti, soprattutto nella parte in cui è stato escluso che Mario Ciancio abbia dato alcun "contributo fattivo alle attività e allo sviluppo del sodalizio criminoso". Con la pronuncia sulla inesistenza di una sperequazione tra i redditi conseguiti e il patrimonio della famiglia Ciancio - sottolineano i legali - la Corte ha censurato anche il presupposto su cui il Tribunale aveva fondato la confisca dei beni, confermando la validità della minuziosa opera di ricostruzione reddituale e le puntuali osservazioni contenute nella consulenza tecnica del dottor Giuseppe Giuffrida, validamente collaborato dal dottore Fabio Franchina». 

 

Le reazioni

Il sindacato dei giornalisti, in una nota congiunta della Fnsi e delle Associazioni regionali della Stampa di Sicilia, Puglia e Basilicata sottolinea che «il dissequestro dei beni di Mario Ciancio Sanfilippo restituisce la gestione delle testate al loro editore» e  afferma che «si chiude così il lungo periodo di amministrazione giudiziaria, cominciato il 24 settembre 2018  che ha acuito i problemi delle testate producendo gravi ripercussioni sull'organizzazione delle redazioni, sugli organici e sulle retribuzioni di giornalisti e maestranze. Adesso - per la Fnsi - è necessario che l’editore riprenda in prima persona le redini delle aziende, avviando una politica di rilancio all’insegna di una profonda discontinuità gestionale e manageriale».

Anche l’Associazione Siciliana della Stampa ha accolto «con soddisfazione la notizia che la Corte d’appello di Catania ha disposto il dissequestro di tutti i beni di Mario Ciancio Sanfilippo, a seguito del provvedimento della sezione Misure di prevenzione del Tribunale del 2018». «Un giornale che torna ad avere il suo editore - si legge in una nota dell’Assostampa Siciliana - è una bella notizia che ci auguriamo consenta ai giornalisti di recuperare quella serenità che per diversi mesi è stata messa a dura prova». «I quotidiani cartacei siciliani - prosegue - hanno un ruolo fondamentale non soltanto nella diffusione delle notizie, come sta dimostrando l’attuale emergenza sanitaria, ma anche perché devono continuare ad esercitare il ruolo di sentinella della legalità e della democrazia in un territorio, come la Sicilia, in cui la pressione della criminalità è sempre molto alta» 

L’Ordine dei giornalisti di Sicilia, dal canto suo, prende atto della decisione della Corte d’appello di Catania che pone fine al sequestro-confisca dei beni dell’editore de La Sicilia, Mario Ciancio Sanfilippo. «Si trattava di un provvedimento senza precedenti nel mondo editoriale», afferma l’Ordine e si augura «che la fine dell’amministrazione giudiziaria, che pure ha lavorato con forte determinazione per garantire la sopravvivenza delle testate del gruppo, possa diradare ogni incertezza sul futuro dei giornalisti, che in questi 18 mesi travagliati hanno prodotto, con grandi sacrifici, uno sforzo straordinario». «Come Ordine siamo stati vicini a loro, ne abbiamo apprezzato la compattezza e l’orgoglio, la capacità di sapersi mettere in discussione e di innovare, come hanno fatto a La Sicilia, non solo con una nuova grafica, ma con un modo nuovo di essere giornale», prosegue la nota. «Auspichiamo - conclude - che con il ritorno dell’editore, al quale auguriamo buon lavoro, si possa ancora di più percorrere la via del rilancio, proseguendo sulla strada fin qui intrapresa, con questa nuova immagine che tanto è stata apprezzata dai lettori». 

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