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Sempre concentrati sul lavoro e adesso andiamo

Cronaca

Sempre concentrati sul lavoro e adesso andiamo avanti

Di Antonello Piraneo

Che non avessimo portato a casa pane pagato con uno stipendio poco pulito lo abbiamo sempre saputo. Sentirselo dire adesso da un collegio giudicante, leggerlo nelle centodiciassette pagine di una sentenza di un Tribunale di questa Repubblica ci dà ulteriore conforto. Per noi, allora, cambia poco e cambia tanto.

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Poco, perché come abbiamo sempre detto dal settembre 2018 non ci siamo mai fatti distrarre da null’altro che non fosse il nostro lavoro: non è accaduto nei giorni caldi della confisca dei beni di Mario Ciancio Sanfilippo, nei quali pure ci è stato detto di tutto, non potrà certo accadere adesso, impegnati come siamo a raccontare la drammaticità di queste settimane, in cui si perdono affetti, si affievoliscono certezze, si alimentano paure. Cambia tanto perché ci legittima, una volta di più, a seguire la nostra, di linea editoriale: dare voce al territorio, essere parte attiva e propositiva di queste città, delle persone che le abitano.

Un vecchio adagio, proprio di un Paese che si vanta di essere culla del Diritto, ricorda che le sentenze non si commentano ma si rispettano. E noi avremmo rispettato qualsiasi sentenza. Però qualcosa va detto. Mettere in discussione - in un’Aula di Tribunale e non in un dibattito pur severo - una linea editoriale, quindi sostanzialmente un giornale, ha fatto male a chi in queste stanze ha lavorato e lavora, ma anche ai tanti, tantissimi che su queste stesse colonne hanno creduto e credono, hanno scritto e scrivono: magistrati, intellettuali, docenti, sindacalisti, cittadini, soprattutto cittadini. Sapere che “La Sicilia” non è mai stato un giornale mafioso dà sollievo a tutti, non soltanto a noi che qui trascorriamo gran parte della nostra giornata.

La stessa sentenza di ieri ricorda che già nel 2012 la Procura di Catania, allora diretta da Giovanni Salvi, aveva escluso il coinvolgimento diretto di questa testata nel caso Ciancio, che resta complessa e da dipanare in altre Aule. Confidiamo che l’imprenditore, l’editore, l’uomo abbia la possibilità di chiarire anche lì la propria posizione. Per portare “La Sicilia” dov’è ancora oggi, leader nell’Isola e apprezzata anche fuori da tanti colleghi e da tanti commentatori, ci abbiamo messo l’anima oltre che la faccia, andando ben oltre il dovere professionale. Si è trattato di difendere la nostra dignità in una situazione di eccezionalità, quale quella di un giornale sotto sequestro. Adesso andiamo avanti, chiedendo almeno lo stesso impegno a chi guida l’azienda.

Ci abbiamo creduto noi, ci hanno creduto i lettori, il tessuto economico e produttivo, i lavoratori, ci hanno creduto gli amministratori giudiziari che hanno ben presto compreso chi fossimo e che sentiamo il dovere di ringraziare per non avere vanificato i nostri sacrifici, non può adesso non crederci una proprietà lungimirante, pur nella consapevolezza della difficoltà di questi anni, di questa era geologica, davanti alla quale si appalesa una crisi che la pandemia ha reso profonda come un abisso da cui sarà difficile risalire. Un’impresa alla quale “La Sicilia”, nel suo piccolo, vuole contribuire.

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