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Si torna al lavoro: e i figli piccoli? L'alternativa degli Asili nel bosco

Cronaca

Si torna al lavoro: e i figli piccoli? L'alternativa degli Asili nel bosco

Di Ombretta Grasso

Tutto il giorno all’aperto. A camminare tra i boschi dell’Etna o sulla spiaggia di Vendicari, a inseguire bruchi e farfalle, scoprire il ciclo della vita “dai girini alle rane”, arrampicarsi sugli alberi, saltare nelle pozzanghere di fango. La scuola che non sta al chiuso tra quattro mura esiste già ed è un’alternativa possibile da cui ripartire al tempo del Coronavirus: lezioni fuori dalle aule, per i bimbi di infanzia e primaria, distanziati e aiutati dal clima e dal sole dell’Isola.

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In Sicilia c’è una rete di “Asili nel bosco” che da tempo realizza progetti educativi all’aperto in cui i bambini imparano dal contatto diretto con la natura, sperimentano nel gioco libero e attivo la loro capacità e la loro fantasia. Floriana Cataldo, la referente della Rete Siciliana, ha lanciato quasi un manifesto, un invito a “contagiare” questo modello.

«È un’educazione emozionale, i bambini vengono immersi nel ciclo delle stagioni, e fanno esperienze che li portano a seguire le loro inclinazioni, a portare fuori i loro vissuti emotivi, accoglierli e trasformarli nel gioco. La natura in questo è maestra. I genitori sono parte attiva, creiamo una comunità che educa insieme», spiega Loredana Battaglia presidente dell’associazione FuoriLuogo, nata nel 2018 a Viagrande, che collabora anche con la scuola pubblica “Calvino” di Catania. I bambini, dai 2 anni e mezzo ai 6, stanno all’aperto tutto l’anno, con la pioggerella indossano tute impermeabili e stivali di gomma, se diluvia, hanno una zona al chiuso.

«Giocano con la terra e le foglie, passeggiano tra gli alberi, “cucinano” con il fango, fanno l'orto, si prendono cura di animali e piante, manipolano, danno sfogo alla fantasia». Tutto il contrario della quarantena, in cui, sottolinea Loredana, «i bambini rinchiusi a casa vivono un disagio. Stiamo pensando ai loro bisogni? All'importanza delle relazioni con gli altri bimbi, a quanto questo tempo di isolamento incide sulle loro emozioni e sviluppo psicofisico? È questo il momento di dare soluzioni alle esigenze dei bambini, di ripartire mettendo loro al centro per un vero cambiamento della società».

A Noto, il gruppo di 26 bambini di “Piccoli passi”, che esiste da 7 anni, passa le giornate con cinque educatori, tra le dune, i pantani e il mare della Riserva naturale di Vendicari. «I bambini non hanno bisogno di giocattoli di plastica e dispositivi elettronici. Hanno solo bisogno di essere “accompagnati” in un’altra aula dove l’apprendimento avviene da sé, nel gioco spontaneo con gli elementi naturali, in libertà. Il contatto con la natura, con gli altri esseri viventi è un bisogno innato. E’ il sole, oltre al cibo, a dare l’energia per crescere», racconta Marco Formica, uno degli educatori.

Molti genitori possono avere paura delle situazioni di pericolo, dei figli che stanno al freddo o sotto la pioggia. «Sono coperti, hanno abiti impermeabili. All’aperto i piccoli rafforzano le loro difese immunitarie, molto più che stando 5-6 ore di seguito seduti in una stanza - prosegue Marco - Riempiano le loro giornate di attività, ma i bambini hanno anche bisogno di annoiarsi per inventare giochi propri, senza adulti che dicano sempre cosa fare, cosa dire».

Non ci sono imposizioni, ma regole condivise. «Puntiamo su autonomia e autodeterminazione. Stiamo accanto ai bambini, li prepariamo, li osserviamo, ma diamo loro fiducia affinché il bambino abbia fiducia in se stesso». Come sarà dopo la quarantena? «Questa emergenza ci porta a riflettere - conclude Marco - Spero che nascano tante realtà di educazione in natura dopo la ripresa».

Nel 2016 è nata anche una rete di scuole pubbliche che fa didattica all’aperto. «Ciascuna la adatta alla sua situazione, ci sono scuole di montagna o in piena città – spiega Milena Viani, pedagogista “di Terra”, formatrice, coordinatrice e facilitatrice della didattica all’aperto nelle scuole pubbliche siciliane - La “Giovanni XXIII” di Acireale, ad esempio, ha fatto un accordo con il Comune per gli scuolabus che accompagnano i bambini nel bosco di Jaci».

La “ripartenza” dei bambini, imprigionati da quasi due mesi, è uno dei temi cruciali. «Il virus sta offrendo l’opportunità di ripensare la scuola. Non tutti gli istituti hanno spazi per il distanziamento, serviranno accordi con il territorio, con le amministrazioni, per trovare nuove aule – commenta Milena - La didattica a distanza è stata finora l’unica possibile, ma non può restarlo per sempre. Quella all’aperto può essere un’alternativa di qualità nel ciclo dell’infanzia e della primaria: mentre un gruppetto di studenti fa scuola in aula, un altro fa scuola fuori. Esistono progetti educativi che possono entrare a pieno titolo nel modo di fare scuola. Il bambino fino a sette anni apprende in modo naturale attraverso il corpo, nella didattica all’aperto si punta sulla curiosità innata del bambino, sull’uso dei sensi, sulla capacità di sviluppare competenze attinenti alla sua natura».

Anche in questo tipo di istruzione si svolgono i programmi ministeriali. «La matematica, ad esempio - spiega Milena - si può fare con il corpo, usando i sensi, saltando, giocando, contando sassi e foglie o creando uno scambio di mercato che permetta di contare, sommare, sottrarre».

Il futuro? «E' una situazione nuova per tutti. La grande differenza la farà la capacità di osare, di trovare nuovi modi e spazi che portino la scuola anche fuori dalle aule, lì dove c'è un mondo da apprendere».

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