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Cronaca

Dissesto Catania, ecco perché la Procura ha chiesto il processo per Bianco e altri 29

Di Mario Barresi

E all’orizzonte c’è già l’appuntamento a Piazza Verga. In una data che l’Ufficio del Gip fisserà a breve. Sul tavolo la richiesta di rinvio a giudizio, da parte della Procura di Catania, per 30 dei 36 indagati, a vario titolo, per il crac finanziario del Comune. Fra questi l’ex sindaco Enzo Bianco, assieme a ex assessori, dirigenti e revisori dei conti. L’atto, risalente alla scorsa settimana, è del procuratore aggiunto Agata Santonocito e dal sostituto Fabio Regolo. Gli stessi magistrati firmatari, il 4 giugno, di una nota (indirizzata al procuratore generale della Corte dei conti e al sindaco di Catania) in cui si comunica di aver «esercitato l’azione penale nei confronti dei seguenti soggetti imputati e per le sotto meglio specificate imputazioni». In pratica: lo show down dell’inchiesta penale, per la quale nello scorso novembre erano stati notificati gli avvisi di conclusione indagini.

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L’accusa ricorrente in quasi tutti i 13 capi d’imputazione contestati è di falso in atti pubblici.

Si parte dai bilanci di previsione del quinquennio di Bianco. Per quello del 2013 sono coinvolti, oltre al sindaco, gli assessori Luigi Bosco, Saro D’Agata, Fiorentino Trojano, Giuseppe Girlando, Angela Mazzola, Salvo Di Salvo e Marco Consoli, ma anche il ragioniere generale Ettore De Salvo, il dirigente Orazio Palmeri e i membri del Collegio dei revisori (Natale Strano, Calogero Cittadino e Fabio Sciuto). La contestazione è su «previsioni di entrata per il 2013 dolosamente sovrastimate» (soprattutto da alienazioni di immobili, per cui viene chiamato in causa Palmeri, ma anche riscossione di Tarsu), oltre a previsioni «scientemente sottostimate» sui debiti delle partecipate e a omissioni sui debiti fuori bilancio. Previsioni di De Salvo, «del tutto incoerenti e spropositate rispetto ai dati delle annualità precedenti», che «pure erano noti» a sindaco e assessori, che «dolosamente omettevano» l’iscrizione di adeguate poste in bilancio, con i revisori che «falsamente» ne «attestavano la congruità, la coerenza e l’attendibilità contabile».

Lo stesso copione nel bilancio di previsione 2014. Che chiama in causa Bianco (sempre con gli assessori Bosco, D’Agata, Trojano, Girlando, Licandro, Mazzola, Di Salvo e Consoli), di nuovo il ragioniere generale De Salvo, stavolta col dirigente Francesco Gullotta, e gli stessi tre revisori dell’anno precedente. Anche in questo caso si parla di «previsioni dolosamente sovrastimate». Le medesime contestate sul bilancio 2013.

Quasi tutti gli stessi protagonisti sul previsionale 2015, con qualche assessore che nel frattempo è subentrato e firma la delibera di approvazione: oltre a Bianco (con Bosco, D’Agata, Girlando, Licandro, Mazzola, Di Salvo e Consoli) stavolta ci sono Angelo Villari e Valentina Scialfa. Identici i burocrati e i revisori.

Il sistema non cambia nel 2016, nonostante il turn over nei ruoli di ragioniere generale (subentra Massimo Rosso) e di dirigente generale (c’è Massimo Trainiti) e il cambio di 2/3 del collegio dei revisori, nel quale resta solo Sciuto, affiancato da Francesco Battaglia e Massimiliano Lo Certo. I componenti della giunta che firmano la delibera incriminata sono sette: il sindaco Bianco e gli assessori Bosco, D’Agata, Villari, Girlando, Scialfa e Consoli. Anche in questo caso l’intera filiera (burocrati, amministratori e professionisti), secondo la Procura, attestava «falsamente la veridicità e l’attendibilità delle risultanze contabili dell’ente». Fra le nuove poste contestate anche i tributi per le pubbliche affissioni. Così come nei bilanci di previsione dei due anni successivi. Stessi vertici amministrativi, stessi revisori, con Bianco e gli assessori. Nel 2017 D’Agata, Villari, Di Salvo e Consoli con i nuovi Agatino Lombardo e Salvatore Andò; nel 2018 il sindaco non firma la delibera, in giunta invece Consoli, Lombardo, D’Agata, Parisi, Andò, Di Salvo e le new entry Maria Auslia Mastrandrea, Fortunato Parisi e Michele Giorgianni. Fra i nuovi addebiti l’aver «dolosamente sovrastimato» imposta comunale di pubblicità ed entrate da alienazione rete gas.

Sotto i riflettori anche la presunta falsità del «rispetto del patto di stabilità interno da parte del Comune di Catania» per gli anni 2013 (accusati Bianco, De Salvo, Strano e Cittadino), 2014 (Bianco, Politano, Strano, Cittadino e Sciuto) e 2015 (Bianco, Politano, Battaglia e Sciuto). Un documento contabile importante per la vita dell’ente, falsificato, secondo la tesi della Procura, perché privo dei «requisiti per la conservazione dei residui attivi (pur nella consapevolezza dell’incapacità dell’ente di procedere alla relativa riscossione)», con l’omissione di «considerare l’ingente importo dei debiti fuori bilancio, pur essendo a conoscenza degli stessi».

Il nastro si riavvolge per i capi d’imputazione sul bilancio consuntivo 2013, per il quale i pm inchiodano il ragioniere generale De Salvo, il dirigente Gullotta e i revisori Strano, Cittadino e Sciuto, stavolta in compagnia di Pietro Belfiore in veste di comandante della polizia municipale. Il falso sarebbe fondato, fra l’altro, sulla «inesigibilità dell’accertamento per l’anno di riferimento» di 28,6 milioni di Ici e 4,1 milioni di Tosap, ma anche di quasi 27 milioni di proventi di multe del 2007 e del 2009. Sul consuntivo 2014 le accuse riguardano gli stessi cinque indagati, ma aumentano le presunte poste sovrastimate: 30 milioni di Ici, quasi 56 milioni di Tarsu, oltre 46 milioni di contravvenzioni. Sul consuntivo 2016 viene tirato in ballo (oltre a Belfiore e ai tre revisori), Marco Petino come direttore dell’Ufficio ragioneria comunale. Per il 2017 subentra, nel ruolo di quest’ultimo, Clara Leonardi, accusata assieme ai revisori.

Rispetto alla lista dei 36 indagati iniziali, mancano sei nomi. Quattro sono di dirigenti comunali, a vario titolo coinvolti nelle indagini preliminari: Angelo Greco, Alessandro Mangani, Salvatore Nicotra e Stefano Sorbino. Gli altri due sono più pesanti: Giorgio Santonocito e Maurizio Lanza (oggi manager di punta della sanità) per i quali La Sicilia apprende che è stata formulata richiesta di archiviazione. Erano indagati per il falso in bilancio in veste rispettivamente di ragioniere generale e direttore generale di Palazzo degli Elefanti alla fine della sindacatura di Raffaele Stancanelli. Sono proprio Santonocito e Lanza gli artefici del piano di riequilibrio che avrebbe dovuto evitare il default delle casse comunali. Un atto ereditato e fatto proprio da Bianco. Con un potenziale effetto di retrodatare parte di responsabilità. Adesso, forse, venuto meno.

Twitter: @MarioBarresi

I nomi degli indagati

1) Ettore De Salvo

2) Orazio Palmeri

3) Enzo Bianco

4) Luigi Bosco

5) Rosario D’Agata

6) Fiorentino Trojano

7) Giuseppe Girlando

8) Orazio Licandro

9) Angela Mazzola

10) Salvatore Di Salvo

11) Marco Consoli

12) Natale Strano

13) Calogero Cittadino

14) Fabio Sciuto

15) Francesco Gullotta

16) Angelo Villari

17) Valentina Scialfa

18) Massimo Rosso

19) Maurizio Trainiti

20) Francesco Battaglia

21) Massimiliano Lo Certo

22) Agatino Lombardo

23) Salvatore Andò

24) Maria Ausilia Mastrandrea

25) Fortunato Parisi

26) Michele Giorgianni

27) Pietro Belfiore

28) Marco Petino

29) Clara Leonardi

30) Roberto Politano

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