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Il pestaggio, la vendetta e il "piombo" dei Cursoti milanesi: i retroscena della sparatoria di Librino

Cronaca

Il pestaggio, la vendetta e il "piombo" dei Cursoti milanesi: i retroscena della sparatoria di Librino

Di Concetto Mannisi

CATANIA - Equilibri che cambiano. Clan apparentemente in difficoltà che dimostrano di avere trovato nuova linfa e che, per questo, non hanno paura di andare alla guerra. E poi, non è da escludere, pure qualche “tragedia” strategicamente pianificato con l’intento di smuovere le acque nel mare sporco di una criminalità organizzata che per troppo tempo a Catania, in nome degli affari da portare avanti in qualunque modo, anche andando a braccetto con i nemici, si era premurata di mantenere il profilo basso.

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Siamo all’inizio di una nuova guerra di mafia? Oggi è difficile affermarlo con certezza, anche perché il gruppo dei “cursoti milanesi”, che nella sparatoria di viale Grimaldi in cui hanno perso la vita Luciano D’Alessandro e Vincenzo Scalia ha avuto un ruolo preponderante, appare oggi notevolmente ridimensionato. Di certo c’è che le indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo del comando provinciale, coordinati dal procuratore aggiunto Ignazio Fonzo e dal sostituto procuratore Alessandro Sorrentino, a loro volta in contatto diretto col procuratore Carmelo Zuccaro, questa guerra potrebbero evitarla. E ciò perché sono stati a sottoposti a fermo di indiziato di delitto cinque persone che negli ultimi sette-otto giorni in città un po’ di maretta l’hanno fatta.

Si tratta di Carmelo Di Stefano, 50 anni, figlio di “Tano Sventra” e fratello di “Ciccio pasta cca’ sassa”, figure storiche dei “cursoti milanesi”, nonché Martino Carmelo Sanfilippo (26 anni), Antonino Marco Sanfilippo (23), Roberto Campisi (50) e Santo Tricomi (44), tutti con precedenti nel campo degli stupefacenti e Tricomi con un tentativo di furto di bancomat ai danni dell’ufficio postale di via Canfora, nel febbraio di due anni fa.

“Tragedie”, si diceva. E una di queste potrebbe essere quella legata all’aggressione che Carmelo Di Stefano, secondo le indagini dei carabinieri, avrebbe ordinato ai danni di Gaetano Nobile, 33 anni, commerciante considerato vicino al clan Cappello, nipote da parte di madre di due “cappelloti” come Aurelio e Sebastiano Balbo, il primo deceduto per morte naturale qualche anno fa, entrambi rimasti coinvolti nel 2003 nell’operazione “Murder”, quella che contribuì a fare luce sull’omicidio in una sala da barba di San Cristoforo di Massimiliano Bonaccorsi, uno dei “carrateddi”.

Al Nobile nel 2017 furono sequestrati gli eleganti “Bar Diaz” e “Bar Castello 2”, in via Armando Diaz (poi restituiti). E proprio nella bottega a due luci attigua al “Bar Castello 2” oggi manda avanti una sorta di mini market là dove venerdì scorso ha ricevuto - così come immortalato dalle telecamere di videosorveglianza - la visita tutt’altro che amichevole e fors’anche provocatoria dei “cursoti milanesi”. Della spedizione punitiva pare avrebbero fatto parte Campisi, Tricomi e i due Sanfilippo, che nell’occasione avrebbero schiaffeggiato Luciano D’Alessandro e Concetto Bertucci, infierendo con dei caschi da motociclista proprio nei confronti del Nobile.

Quest’ultimo, manco a dirlo, d’accordo con i due amici, si sarebbe rivolto proprio a personaggi di peso del clan Cappello, mettendo in moto il meccanismo che forse doveva portare a un chiarimento, più probabilmente - vista anche la presenza di qualche arma - a una ritorsione. Giusto per chiarire chi comanda in quelle zone, in cui i “cursoti milanesi” hanno comunque radici forti.

Dopo un appuntamento alle 18 in via della Concordia, uno sciame di moto e scooter comincia a cercare i “cursoti milanesi”, battendo San Berillo Nuovo, San Leone, la via Palermo, via Acquicella e, infine, il viale Grimaldi a Librino. I “milanesi” vengono avvertiti del “movimento” e, da parte loro, si preparano ad affrontare coloro i quali li stavano cercando senza farsi annunciare.
Poco dopo le 19,30, in viale Grimaldi 18-19, si verifica l’incontro. E qui, fors’anche prima di cominciare a parlare, pistole in pugno, avviene il pandemonio: Luciano D’Alessandro è il primo a cadere, al fianco proprio di Concetto Alessio Bertucci (rimasto sul selciato e poi trasportato in ambulanza in ospedale). A una coscia rimane ferito anche il “cursoto” Martino Sanfilippo, che secondo le testimonianze raccolte, ovviamente tutte da verificare, potrebbe essere il materiale esecutore dell’omicidio del D’Alessandro e il feritore del Bertucci.

Nell’occasione rimaneva ferito anche Luciano Guzzardi, altro personaggio considerato vicino al clan Cappello, nonché Riccardo Pedicone, altro soggetto incline a ritrovarsi nei guai. Ciò mentre non è stato chiarito, almeno al momento, l’identità di chi avrebbe colpito mortalmente lo Scalia.

Va dato atto che i carabinieri del Nucleo investigativo hanno lavorato sodo e bene per far quadrare il mosaico investigativo, in cui forse potrebbe ancora andare a collocarsi qualche tessera. Non per nulla un paio di soggetti che si erano dati alla macchia hanno deciso di costituirsi in caserma quando hanno compreso di essere finiti nel mirino dell’Arma.

Nei prossimi giorni, alla luce di ulteriori risultanze investigative, è probabile che la Procura possa decidere di alzare il velo sull’episodio e su altri retroscena. A quel punto si capirà se è stata sventata o meno una guerra di mafia.

 

Per un malaugurato errore, determinato dal sistema di archiviazione, ieri abbiamo pubblicato per alcuni minuti la foto del signor Martino Sanfilippo a corredo del servizio sulla sparatoria del viale Grimaldi. Il signor Martino Sanfilippo nulla ha a che vedere con la sparatoria in questione né con altri fatti di mafia. Di questo dobbiamo farne ammenda, scusandoci con lo stesso signor Sanfilippo e con i nostri lettori.

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