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Dalle banane alla lastra-killer, il racconto del blitz etneo del capitano

Cronaca

Dalle banane alla lastra-killer, il racconto del blitz etneo del capitano

Di Mario Barresi

Il risveglio di Matteo Salvini, nel giorno del giudizio, è carezzevole. Con la fidanzata Francesca Verdini, nella suite dove, fra gli altri, hanno dormito Giorgio Napolitano e Claudio Baglioni. E poi una colazione di coalizione. Col sole ancora estivo che bagna un mare ribelle, mentre alla Scogliera si fa jogging, spunta persino una dispettosa nuvoletta di Fantozzi, quando, in una saletta riservata del’hotel Baia Verde, si sono già materializzati Giorgia Meloni e Antonio Tajani.

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Lui, l’imputato, mangia due banane e beve un caffè. «Grazie, non era scontato che foste qui. E l’ho molto apprezzato», smozzica il Capitano mentre gusta il frutto alla maniera di Ignazio La Russa: a pezzetti, intinto nello zucchero. Quasi a rischio diabetico, il training dei vertici del centrodestra italiano prima dell’udienza dell’alleato.

E dire che fino a venerdì notte il “caffè solidale” (annunciato alle 8,30 in piazza Duomo da Forza Italia in un comunicato che ha imbarazzato la Prefettura e innervosito i convitati) rischiava di saltare. «Non se ne fa niente», l’amara risoluzione prima che le colombe ricucissero lo strappo poco prima di mezzanotte. «Alla fine abbiamo preferito fare una cosa sobria per evitare problemi», dirà Meloni.

Un buffet di dolci, frutta e caffetteria per una dozzina di persone, fra cui lo staff dell’ex ministro dell’Interno e gli ospiti. Oltre a Francesco Lollobrigida, capogruppo di FdI alla Camera, c’è anche Salvo Pogliese. Il sindaco sospeso di Catania saluta Salvini con affetto ricambiato e magari rafforzato da una condivisa arsura di giustizia. «Non mi è parso molto preoccupato, ma immagino che ci sia una tensione in lui», confessa Meloni all’uscita dall’hotel. Per correre verso la storica ex sede del Msi, in corso Sicilia, per un affollato flash mob sovranista. «La difesa dei confini è sacrosanta», campeggia su uno degli striscioni. Tajani va all’assemblea azzurra organizzata all’hotel Nettuno da Marco Falcone, che spinge su «buongoverno e movimentismo per il futuro del partito e del centrodestra». I tre leader della coalizione non s’incontreranno più, nella loro giornata catanese.

Salvini esce alle 8,57 dal quartier generale degli ultimi due giorni. Nel portabagagli della blindata sistema, con cura, la busta di una rinomata pasticceria di Francavilla, con dentro un dolce souvenir dei suoi comizi nel Messinese. Un ospite dell’albergo gli sussurra un «in bocca al lupo, Matteo!», lui ricambia con un sorriso tirato.

Intanto le due piazze della Catania blindata per la salvineide sono presidiate dall’alba. Il leader della Lega, in compagnia di Giulia Bongiorno (senatrice, ministro leghista all’epoca del caso Gregoretti, ma a Catania in veste di avvocato), sale con ritmata velocità la scalinata del tribunale. Vista da lassù piazza Verga sembra essere tornata la desertica cartolina del lockdown, ma in stato d’assedio. Le forze di polizia controllano gli accessi (consentiti soltanto ai 200 giornalisti accreditati), mentre al di là delle transenne si forma un capannello di curiosi. Di diverse tifoserie avversarie. Nessun estremista violento (tutta la giornata si svolgerà senza incidenti), l’innesco della scintilla sono cinque pensionati. «Venduti, state con uno che ha rubato 49 milioni di euro», urlano contro un gruppetto di salviniani.

Si arriva quasi al corpo a corpo, intervengono i poliziotti. Mentre, da un portone di un distinto stabile di corso Italia, esce un signore con con la moglie a braccetto. «È indiano, è il portiere», dicono. E Seeparsad Moheeputh si schiera: «Io sto con Salvini, sono italiano da 35 anni. Ha fatto bene a bloccare i migranti. Ma è troppo irruento, deve usare di più il cervello prima di parlare». La lite continua a distanza e i fan di Matteo, armati di cartelli sul “processo ingiusto” invitano i rivali ad «andare a piazza Trento insieme a quelli come voi».

In effetti, a 400 metri di distanza, attraversando uno spettrale viale XX Settembre, c’è la colorata (e pacifica) piazza della rete “Mai con Salvini”. Che si permette il vezzo goliardico di esporre, sopra un furgone a noleggio, un lenzuolo con il loro verdetto: “Abbiamo già la sentenza: Salvini merda!”. In mezzo tanti giovani, fra cui la portavoce Francesca Egitto, studentessa di Relazioni internazionali. «Siamo qui da tutta la Sicilia, vogliamo la nostra terra libera da razzismo, odio e discriminazione».

Accanto al chiosco (chiuso) di piazza Trento c’è Paolo Ferrero, ex segretario di Rifondazione comunista. «Non è un caso catanese, ma nazionale: Salvini s’è comportato come un ministro fascista del Ventennio». Oltre alle bandiere comuniste, i simboli di Potere al popolo e di tante altre associazioni. E c’è anche il Pd. Senza simbolo, come annunciato. Un militante ha con sé una bandiera: la “piazza” lo invita, più o meno garbatamente, a non esporla. Eppure il segretario dem Angelo Villari - dententore del copyright della definizione di «turismo giudiziario» riferita al raduno nazionale leghista - rivendica la presenza «in una battaglia di partecipazione e di civiltà che è di tutti e non di una parte». Villari, al corteo con l’ex deputata regionale Concetta Raia, è fra due fuochi: da un lato l’insofferenza della gauche più purista, dall’altro le bordate che Salvini poco dopo riserverà al Pd: «Manco in Venezuela un partito di governo aderisce a una manifestazione di piazza che vede a processo il leader dell’opposizione».

L’udienza comincia alle 9,45. Il palazzo di giustizia sembra enorme, con dentro soltanto i giornalisti. Annoiati dall’attesa di notizie dall’udienza a porte chiuse. Il momento più eccitante della mattinata è quando spunta il senatore La Russa. S’infila nell’ultimo corridoio in fondo a destra, quello delle aule dei gip. E fuoriesce, col suo ghigno mefistofelico, dopo qualche minuto. «Non sono entrato, ma ho sbirciato: Salvini sembra sereno, il verdetto sarà positivo», rivela in vena di voyeurismo giudiziario.
Anche a due chilometri di distanza, nel terzo vertice del triangolo di questa giornata particolare, c’è chi pensa che «andrà tutto bene».

Al porto, nel parcheggio Borsellino, c’è la maratona oratoria dei leghisti che aspettano Salvini di ritorno dal tribunale. Qualche centinaio di persone, anche meno di venerdì sera, quando alla fine dell’intervista-show, il Capitano s’è sciacquato la bocca con gli organizzatori. Igor Gelarda, capogruppo del Carroccio a Palermo, fa spallucce. «Dobbiamo organizzarci meglio, parlare di più con i territori». Per aprire le rese dei conti interne si aspettano i risultati dello spoglio delle Amministrative. Fra bandierine e t-shirt con #processateancheme, sbuca Sonia Grasso, ex sacerdotessa firrarrellian-castiglioniana officiante il Rito del Pistacchio, ora sincera (e brillante) convertita alla Lega. Addita la «codardia di chi si nasconde sotto la gonna di un potere giudiziario». Sul palco si alternano gli oratori salviniani.

Fra i siciliani parlano il capogruppo all’Ars, Antonio Catalfamo, e l’assessore regionale Antonio Samonà (che, dichiarando guerra al «mondialismo e al politicamente correto», spiega che «un leghista può rappresentare l’identità siciliana»), sul palco anche i sindaci Salvatore Gallo (Palazzolo), Francesco Du Giorgi (Chiusa Sclafani), Anastasio Carrà (Motta) e Matteo Francilia (Furci), uno dei giovani pupilli di Stefano Candiani, che traccia un bilancio positivo della kermesse: «Gli altri descrivono la irrealtà dei fatti, noi ci siamo confrontati per tre giorni sui problemi concreti del Paese e della Sicilia». Sui telefonini rimbalzano notizie del processo: la Procura risollecita l’archiviazione, il gup si chiude per un’ora in camera di Consiglio, Salvini sui social si dice «tranquillo e sereno come non mai». Il tempo passa, il pubblico si dirada.

Sul palco sale l’antenata dei leghisti siciliani, Angela Maraventano, ex senatrice di Lampedusa, che espone una sua balzana teoria: dopo aver accusato il governo di essere «complice dei trafficanti», accusa «anche la mafia, che non ha più quel coraggio e quella sensibilità che aveva prima». La performance negazionista è una delle ultime. Candiani conferma che in tribunale «i tempi si stanno dilungando», alle 13,25 lo speaker annuncia il rompete le righe. Niente più comizio finale di Salvini, che «verrà per un saluto». Mentre il popolo leghista sciama verso la Vecchia Dogana, Alessandro Pagano abbraccia uno spilungone veneto con la maglietta blu. Il deputato nisseno ultracattolico gli spiega «la radice del cognome Cuffaro, che sta per musulmano convertito». Una crociata dell’ex Fi-Pdl-Ncd per il neo-centrismo leghista professato da Giancarlo Giorgetti nei divani della convention?

Arriva Salvini. E due pescatori catanesi si avvicinano all’entrata. «Uora voli fari a vittima, si puttau macari na vicchiaredda ca’ seggia a rotelli», sentenzia il più antipoliticamente complottista dei due. Non sapendo che quella in carrozzella è l’avvocato Bongiorno. Vittima - “parte lesa” verrebbe da dire - di un clamoroso incidente sul lavoro: una lastra di marmo, «di cinquanta chili» per Salvini, staccandosi da una parete del tribunale, le ferisce una caviglia. Otto punti di sutura e il senatore all’attacco: «La colpa non è del presidente del tribunale di Catania, che aveva fatto decine di segnalazioni. Chiederemo conto al ministro Bonafede». Il Guardasigilli grillino annuncia «accertamenti», mentre da fonti di piazza Verga si apprende che «nessuna segnalazione era pervenuta al Tribunale sulla situazione». Un perito della Corte d’Appello, precipitatosi sul luogo del delitto, parlerà poi di «un improvviso cedimento del collante».

Davanti ai giornalisti Salvini si presenta da vincitore. Dice «grazie ai giudici di Catania», sibilando che «abituato ai telefilm, non avevo mai visto un processo in cui accusa e difesa chiedono la stessa cosa». E, pur gongolando per la convocazione di mezzo governo giallorosso al processo, ostenta fair play. «In questo momento da italiano vorrei che il premier e i ministri si occupassero h24 della situazione economica e non dovessero andare in tribunale a raccontare quello che tutti sanno». E l’avvocato Bongiorno rivela a favore di telecamere: «Io volevo chiedere di sentire anche gli altri esponenti di governo, ma Matteo Salvini ha detto che non era corretto farlo e non l’ha voluto fare». Il leader della Lega parla anche della federazione con Nello Musumeci (ieri assente da Catania perché impegnato con la prima tappa del Giro d’Italia), assicurando che «ci stiamo lavorando, dateci il tempo di rinsaldare».

In tutto tre quarti d’ora di sfogo liberatorio. «Dovevo prendere l’aereo alle tre, l’ho spostato. E ora non vedo l’ora di tornare a Milano...», sospira scambiando uno sguardo complice con la fidanzata, nascosta in fondo alla sala. Ed è il sorriso “assolutorio” di Francesca, preludio al plateale bacio fra gli applausi dei commensali, il verdetto più atteso di quest’infinita giornata dolceamara a Catania.

Twitter: @MarioBarresi

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