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Terreni introvabili e boss "residenti" Fava: «Alt a bando su beni confiscati»

Cronaca

Terreni introvabili e boss "residenti" Fava: «Alt a bando su beni confiscati»

Di Mario Barresi

Catania - C’è un casolare con un enorme agrumeto attorno, nella Piana di Catania, di cui «il coadiutore giudiziario sconosce letteralmente l’ubicazione». E ci sono altri casi, ben più inquietanti, di immobili «tuttora occupati da soggetti riconducibili alle organizzazioni criminali a cui erano stati confiscati». Per questo, ma non soltanto. Claudio Fava chiede di “congelare”, per la Sicilia, il bando di assegnazione diretta dei beni confiscati alla mafia, in scadenza il prossimo 31 ottobre. Il presidente dell’Antimafia dell’Ars ha scritto al direttore dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati e sequestrati, il prefetto Bruno Corda, e, per conoscenza, al ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese.

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La richiesta di Fava è fondata anche sui primi (concreti e numerosi) riscontri dell’inchiesta che la commissione regionale ha aperto «sulla gestione e l’assegnazione dei beni confiscati alle mafie in Sicilia». In Antimafia sono emerse le storie e le difficoltà di numerosi soggetti del terzo settore sul primo “concorsone” nazionale, in cui lo Stato mette in palio direttamente 1.400 particelle catastali, quasi la metà (652) in Sicilia. Uno spirito «apprezzato» dall’Anfimafia regionale, «soprattutto per il significato che tale bando può assumere al fine di superare le difficoltà finora riscontrate nell’iter di assegnazione». Il riferimento è alla polverizzazione, alla lentezza e ai deludenti risultati della procedura finora legata ai Comuni. A Catania, per fare un esempio, appena un bando dal 2015 a oggi.

Le buone intenzioni, dunque, ci sono tutte. Ma i potenziali beneficiari riscontrano problemi ben più concreti. «Nel corso di diverse audizioni di soggetti del terzo settore», scrive Fava all’Agenzia nazionale, sono emerse «forti preoccupazioni sullo stato reale di diversi beni presenti nel bando in Sicilia». L’ex patrimonio dei boss si presenta «in condizioni spesso fatiscenti, con terreni difficilmente raggiungibili e privi di utenze o con immobili raggiungibili solo tramite passaggi di proprietà». Un «quadro desolante», come emerge da alcune audizioni in cui si descrivono «condizioni strutturali pessime», «abusi edilizi insanabili» e terreni «inutilizzabili per l’agricoltura in assenza di ingenti investimenti». A proposito: un altro “baco” del bando è la copertura fino al massimo del 20% delle spese di ristrutturazione e messa in sicurezza, con a disposizione un fondo di appena un milione per circa mille particelle, in teoria 1.000 euro per ognuna. Ma «ancora più preoccupante», per Fava, è che da diverse audizioni emerge l’«impossibilità materiale di compiere i sopralluoghi obbligatori previsti dal bando». In pratica: i beni, «i pochi di pregio, peraltro», sono inaccessibili a chi vorrebbe gestirli. In alcuni casi perché - come per il terreno confiscato a Palagonia nell’ambito del processo Iblis - sono “introvabili” per il pubblico ufficiale che dovrebbe assistere al sopralluogo. In altri perché ancora di fatto nella disponibilità di «soggetti riconducibili» ai mafiosi a cui i beni sono stati confiscati.

Anche su quest’ultimo versante sono molto utili i primi risultati di un censimento dei beni confiscati curato, nel Catanese, da Arci Sicilia e I Siciliani Giovani. Con l’emblematico caso del quartier generale della famiglia Zuccaro. Un “compound” (ville e palazzine, piscine, giardini e garage) a Gravina, confiscato nel 2013 - fra altri beni del valore complessivo di 30 milioni - a Maurizio Zuccaro, ritenuto esponente del clan Santapaola (è cognato del boss Vincenzo Santapaola, nipote di Nitto e figlio del defunto boss di San Cosimo Rosario Zuccaro). Alcuni immobili del lussuoso complesso di Gravina, come emerge anche dalle audizioni in Antimafia, «risulterebbero attualmente occupati» e «alcuni familiari risulterebbero ancora residenti in quei locali». Zuccaro deve scontare due ergastoli, l’ultimo dei quali per l’omicidio di Luigi Ilardo. E recenti indagini della Dda etnea (l’operazione “Zeta”, in cui fu arrestato il figlio Filippo, cantante neomelodico più noto col nome d’arte Andrea Zeta) hanno mostrato come Zuccaro «continuasse a comandare il clan dal carcere».

Una situazione molto delicata. «Le forze dell’ordine, compulsate dalle associazioni interessate ai sopralluoghi, hanno risposto - scrive Fava a Corda e Lamorgese - che non sono in condizioni di intervenire in assenza di una specifica richiesta dell’Agenzia. Finora mai arrivata». Un muro di gomma, per associazioni ed enti non profit. Alcuni, alla commissione di Fava, hanno anche raccontato la disarmante risposta ricevuta da funzionari dell’Agenzia sollecitati per avere risposte sui beni “proibiti” messi a bando: «Ma non potete cercarne altri?». Il tempo stringe. E Fava pressa, col dovuto garbo, l’Agenzia nazionale: «Di fronte a condizioni ostative così gravi e non ancora rimosse a pochi giorni dalla scadenza prevista dal bando, avvertiamo il rischio che questo bando certamente in Sicilia - possa non rappresentare una reale opportunità per i soggetti del terzo settore e per le comunità locali». Così scrive il presidente dell’Anfimafia regionale. Chiedendo «di valutare l’opportunità di sospendere i tempi» del bando, «in attesa di una verifica sullo stato di tali beni e sulla loro effettiva fruibilità».

Twitter: @MarioBarresi

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