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Montante indagato per le accuse a Bolzoni, “discolpati” i pm nisseni

Cronaca

Montante indagato per le accuse a Bolzoni, “discolpati” i pm nisseni

Di Redazione

Caltanissetta. Sul tavolo dei pm di Caltanissetta è tornato, proveniente da Catania, un fascicolo in cui Antonello Montante è indagato per simulazione di reato, calunnia e diffamazione. Nel procedimento è parte offesa Attilio Bolzoni, giornalista di Repubblica, autore, insieme con Francesco Viviano, dell’articolo che nel febbraio 2015 svelò all’opinione pubblica l’inchiesta per mafia a carico dell’ex presidente di Confindustria Sicilia.

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L’indagine parte nel 2019, dopo alcune affermazioni sottoscritte da Montante nell’istanza di remissione del processo (che poi restò a Caltanissetta, con condanna a 14 anni in primo grado per l’imputato), in cui sostiene che «qualcuno della Procura di Caltanissetta ebbe a notiziare illecitamente il giornalista Bolzoni» dell’iscrizione dello stesso Montante nel registro degli indagati e ritiene «molto plausibile che il reato sia stato commesso da un magistrato», rimarcando addirittura che «un pezzo della magistratura nissena volle fare l’operazione, cioè colpire al cuore lo scrivente».

Il procedimento, nel maggio del 2019, era stato trasmesso alla Procura di Catania, che ha competenza sulle indagini su magistrati in servizio a Caltanissetta. Si ricorderà che sotto il Vulcano fu anche aperta un’inchiesta (senza indagati né ipotesi di reato) sui rapporti «più o meno istituzionali» di Montante con «molti magistrati del distretto nisseno», alcuni dei quali gli avrebbero chiesto «l’interessamento» per «una possibile sistemazione lavorativa di parenti e amici» e per «la propria carriera». Il fascicolo - configurandosi, come scrisse il procuratore Carmelo Zuccaro, «in assenza di altri elementi di difficile accertamento», una condotta che «per quanto discutibile, non può certo ritenersi penalmente illecita» - fu archiviato nel novembre del 2016.

Ma a Catania c’era già un altro procedimento sulle rivelazioni di Repubblica. Aperto nel marzo 2019, dopo un esposto di Diego De Simone Perricone (ex capo della security di Confindustria nazionale, condannato a 6 anni e 4 mesi nel processo con Montante), con l’ipotesi di reato di rivelazione di segreto d’ufficio, dapprima a carico di ignoti e poi con l’iscrizione di Bolzoni e Viviano nel registro degli indagati. Nessuna toga nissena sotto inchiesta, ma a piazza Verga vengono sentiti, come persone informate dei fatti, Sergio Lari, Domenico Gozzo, Roberto Scarpinato, Lia Sava e Stefano Luciani. Nell’indagine, delegata alla Squadra mobile etnea, anche gli interrogatori di Bolzoni e Viviano, che, nel maggio dello scorso anno, assistiti dai proprio difensori, si avvalgono della facoltà di non rispondere. I pm etnei non possono però, per loro stessa ammissione, acquisire i tabulati telefonici: la notizia è pubblicata nel febbraio 2015, ma c’è «un limite temporale di 24 mesi».

E allora, dopo «approfondite indagini» ben due carpette seguono il tragitto Catania-Caltanissetta. Una, quella con gli atti di Montante indagato, con biglietto di ritorno perché «non sussiste la competenza ex art. 11 c.p.p.»: non essendo emersa alcuna responsabilità dei propri magistrati, sarà la Procura nissena a decidere il destino dell’inchiesta per simulazione di reato, calunnia e diffamazione a carico dell’ex leader confindustriale. Il secondo fascicolo trasmesso a Caltanissetta riguarda le presunte talpe nell’indagine per mafia. Per i colleghi etnei non sono emerse «specifiche e dirette evidenze a carico di magistrati» e dunque non c’è alcuna ipotesi che possa far radicare la competenza a Catania. Ma i pm catanesi annotano che la conoscenza dell’iscrizione di Montante nel registro degli indagati «non era patrimonio esclusivo» delle toghe, ma anche altri - personale di cancelleria e polizia giudiziaria - potevano averne contezza. Ma è probabile che a questo punto l’indagine sulla fuga di notizie (a Caltanissetta c’era anche un altro fascicolo, aperto contro ignoti nel 2015) sia destinata all’archiviazione.

A meno che i pm nisseni non seguano il “consiglio” dei colleghi catanesi. I quali, citando anche la testimonianza del pm Luciani, ricordano che «una prima notizia» di indagini su Montante fu pubblicata su Centonove, «anticipando quanto poi narrato dai giornalisti Bolzoni e Viviano». Il periodico, che ha sospeso le pubblicazioni nel 2017, era edito a Messina, «luogo ove avvenne la prima divulgazione della notizia dell’indagine a carico di Montante». Ma, carte alla mano, un ulteriore viaggio delle scartoffie verso la città dello Stretto sembra a binario morto.

Twitter: @MarioBarresi

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