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Se lo Stato deve chiedere permesso nell’agrumeto confiscato alla mafia: il caso di Palagonia

Cronaca

Se lo Stato deve chiedere permesso nell'agrumeto confiscato alla mafia: il caso di Palagonia

Di Mario Barresi
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L’ex tesoro immobiliare di Sangiorgi, suddiviso in una trentina di lotti del valore complessivo stimato in circa 680mila euro, è inserito nel bando nazionale dell’Agenzia dei beni sequestrati e confiscati, destinato alle associazioni del terzo settore, il cui termine è stato prorogato al 15 dopo la richiesta di Claudio Fava, presidente dell’Antimafia regionale, che aveva denunciato a Roma numerose anomalie. La più clamorosa, documentato da La Sicilia, riguarda il complesso residenziale confiscato a Gravina al boss ergastolano Maurizio Zuccaro. In un sopralluogo delle associazioni, alcuni immobili presentavano chiare tracce (compresa una mascherina anti-Covid) di un recente utilizzo.

Il copione si ripete nel terreno di Palagonia. Come già mostrato da un servizio del TgR Sicilia, i beni sembrano ancora nella disponibilità degli ex proprietari. Fino a qualche giorno fa, come ci conferma Matteo Iannitti (I Siciliani Giovani): «La scorsa settimana ci siamo recati sul posto per avere un quadro logistico per la conferenza stampa che stiamo organizzando, e abbiamo trovato gente lì dentro». L’evento a cui fa riferimento Iannitti si è svolto questa mattina  all’ingresso della tenuta di Palagonia. Con I Siciliani Giovani c'erano anche Arci Sicilia, Asaec Catania e Aiab. Il tema, alla presenza di una delegazione della commissione Antimafia dell’Ars, è in chiaroscuro: i beni confiscati ai boss fra «carenze istituzionali» ed «enormi potenzialità».

L'agrumeto e gli immobili annessi risultano finora beni sconosciuti allo Stato. Il coadiutore giudiziario, Angelo Bonomo, ha fatto sapere a più interlocutori che «non c’è stato il passaggio di consegne». Non a caso la richiesta ufficiale di sopralluogo delle associazioni, del 10 settembre scorso, è caduta nel vuoto. E dunque i beni di Palagonia restano in un limbo a tinte grige: pubblici al catasto, ma privati di fatto. Come tanti altri, nella lista di 652 particelle (quasi la metà delle circa 1.400 messe in palio dall’Agenzia nazionale) di un bando che rischia di restare virtuale. Beni in pessime condizioni, quando non introvabili o peggio ancora nelle mani dei mafiosi. Altri esempi, nell’esperienza delle associazioni in prima linea, dopo Gravina, emergono ancora nel Catanese (a Pedara), ma anche a Siracusa e Messina.

Ma oggi i riflettori sono puntati su Palagonia. Dove c’è un doppio giallo sull’effettiva notifica del decreto di confisca (in paese c’è chi sostiene che non sia avvenuta) e sulla presunta titolarità dei beni in capo all’Ismea, circostanze smentite dalle carte, oltre che fonti dei carabinieri. Qui questa vicenda, però, s’innesta sulla capacità di resistenza di un sistema. Che, sfrondato da connotati criminali, è soprattutto politico. Di potere. Più che mai attuale. Per questo motivo, in un contesto in cui la mafia trasparente ha spesso avuto copia delle chiavi dei palazzi, oggi sarebbe il caso che si sciogliesse un legittimo sospetto. Ci dicano se l’impraticabilità di campo, nell’agrumeto confiscato da tre anni, dipende soltanto da inefficienze e sciatteria. Oppure da una rete di connivenze e complicità ben più strutturata.

Twitter: @MarioBarresi

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