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Cronaca

Misteri di mafia, l'omicidio Ilardo: «Per la verità servirebbe un pentito di Stato»

Di Alessandro Anzalone

Mafia e misteri irrisolti. Negli uffici della Procura, si continua a lavorare - dopo quasi trent’anni - a lavorare per fare piena luce non solo sulle stragi, ma anche sui rapporti tra mafia, politica, servizi segreti deviati e massoneria. Uno dei pm in prima linea è Pasquale Pacifico che dieci anni fa a Catania, riaprì le indagini sull’omicidio di Luigi Ilardo, un confidente per quasi due anni e assassinato alla vigilia dell’avvio ufficiale della sua collaborazione.

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Dottor Pacifico, lei ha riaperto le indagini a Catania sul delitto di Gino Ilardo, ma su questo omicidio ci sono ancora tante ombre...

«La ricostruzione dei mandanti mafiosi e degli esecutori materiali del delitto può considerarsi del tutto completa ove si consideri che, oltre ai 4 condannati all’ergastolo ed al collaboratore di giustizia Santo La Causa (condannato a 13 anni con l’abbreviato), sono stati individuati altri due componenti del commando: Piero Giuffrida e Maurizio Signorino non rinviati a giudizio perché uccisi. Le zone d’ombre riguardano le fughe di notizie e le colpevoli omissioni interne alle istituzioni che questo omicidio hanno, se non determinato, quanto meno agevolato».

Come per la strage Borsellino, l’omicidio Ilardo ebbe una accelerazione. Bernardo Provenzano aveva commissionato l’agguato ad Antonino Giuffrè. Poi invece arrivarono di tutta fretta i catanesi di Maurizio Zuccaro ed eseguirono l’agguato. Il pentito Riggio, e non solo lui, ha parlato di soffiata di una talpa della Procura di Caltanissetta.

«Il dato relativo all’improvvisa accelerazione che l’esecuzione dell’omicidio subì è processualmente acquisito e consacrato nella sentenza. Quanto alle fughe di notizie il primo a parlarne fu Giovanni Brusca che utilizzò l’espressione “è probabile che uno spiffero ci sia stato”; Brusca aveva chiesto al Provenzano istruzioni su come comportarsi con Ilardo poiché, all’interno di Cosa nostra, circolavano voci su un suo ruolo di confidente. La risposta del Provenzano, mediante un pizzino sequestrato all’atto dell’arresto di Brusca, arrivò, tuttavia, solo dopo l’omicidio stesso. Anche Giuffrè Antonino, seppur dopo anni, parlò di una fuga di notizie interna ad ambienti giudiziari di Caltanissetta. Quanto alle recenti affermazioni del collaboratore Pietro Riggio, rese nel processo “trattativa”, vanno nella stessa direzione ed avvalorano la ricostruzione secondo cui una fuga di notizie ci fu».

La mancata cattura di Provenzano nel covo di Mezzojuso del 31 ottobre 1995, dove Ilardo voleva portare i carabinieri e il mancato blitz, rappresenta un’altra pagina sconcertante. E pare che nessun ufficio giudiziario venne informato.

«Il Riccio rapportava periodicamente gli esiti investigativi delle informazioni ricevute da Luigi Ilardo alla Procura di Palermo; ed era noto, fin dall’inizio che il vero obiettivo da perseguire attraverso la “fonte Oriente” fosse la cattura di Bernardo Provenzano. Dalle ricostruzioni postume sulla vicenda Mezzojuso, su cui è stata anche emessa una sentenza ormai definitiva, sembrerebbe che nessuna comunicazione ufficiale dell’imminente possibilità di arresto del Provenzano fosse stata fatta dai vertici del Ros alla Procura di Palermo. Certo è che Ilardo ha incontrato anche in altra occasione Provenzano come emerso da una fonte confidenziale gestita dalla Squadra Mobile di Catania in epoca successiva all’omicidio, tanto che detta fonte fu pure in grado di fornire un identikit del superlatitante, rimasto anch’esso per anni lettera morta».

Molto strano anche non mettere sotto protezione Ilardo a pochi giorni dal suo ingresso tra i collaboratori di giustizia dopo l’incontro del 2 maggio 1996 al Ros a Roma.

«La mancata protezione di Ilardo fu senza dubbio un gravissimo errore, soprattutto in rapporto all’importanza della sua collaborazione. La giustificazione ufficiale fornita sul punto fu che Ilardo chiese ancora qualche giorno per avvisare i suoi familiari della decisione di collaborare. Tuttavia è innegabile che in quel caso non fu rispettato nessuno dei protocolli previsti per la protezione dei collaboratori».

Il colonnello Riccio ha accusato, in molti processi, tra cui quello sulla presunta trattativa Stato-mafia, i suoi superiori Subranni e Mori.

«La gestione di Ilardo subì notevoli difficoltà per la carenza di assistenza e di mezzi successivamente al passaggio del colonnello Riccio al Ros dei Carabinieri. Non è d’altronde, un caso che i più brillanti risultati investigativi si ebbero finché il colonnello Riccio prestò servizio alla Dia di Genova. Anche nel processo per l’omicidio Ilardo il colonnello ha riferito di una sistematica attività di ostruzionismo da parte dei suoi superiori culminata, poi, con il mancato blitz nel covo di Mezzojuso».

Dopo il delitto del confidente, vennero messe in giro voci che Ilardo era coinvolto nel delitto dell’avvocato Famà e della moglie di Nitto Santapaola. Un tentativo di depistaggio?

«Certamente! Si trattò di un depistaggio che si mise in moto già prima dell’omicidio Ilardo allorché una nota della Dia di Caltanissetta lo indicò quale autore dell’omicidio dell’avvocato Famà. La Squadra Mobile di Catania, infatti, proprio per quest’ultimo delitto, avviò una serie di attività di indagine nei confronti di Ilardo, attività che furono fatte cessare solo pochi giorni prima dell’incontro a Roma tra l’Ilardo ed i magistrati. Il depistaggio proseguì anche dopo il delitto tanto che solo dopo qualche anno venne fuori il vero movente dello stesso».

Ci sono registrazioni delle dichiarazioni di Ilardo, ma mancano atti importanti, a cominciare da quello che avrebbe dovuto certificare l’incontro a Roma, nella sede del Ros. Un’anomalia?

«Questa è una delle tante anomalie riscontrate nella gestione di Ilardo; nella mia requisitoria per l’omicidio definii questo incontro con il termine di “surreale” perché non ne venne redatto alcun verbale ma vennero presi solo degli appunti dalla dott.sa Principato poi andati smarriti, né fu attivata alcune forma di registrazione fonografica».

Dalla ricostruzione processuale, per la gestione del confidente Ilardo, sarebbe emersa anche una mancanza di pieno coinvolgimento da parte delle Procura di Palermo e Caltanissetta. Forse perché non informate tempestivamente?

«Il flusso di notizie fornite dall’Ilardo al colonnello Riccio ebbe per quasi due anni come destinatario finale la Procura di Palermo. Ciò per una precisa scelta della fonte che, visti gli esiti della vicenda, non a torto, non nutriva alcuna fiducia nella Procura di Caltanissetta. Dell’incontro a Roma con i magistrati il colonnello Riccio ricorda come Ilardo spostò la sua sedia che si trovava di fronte al dott. Tinebra collocandola di fronte al procuratore Caselli dicendogli di aver fiducia solo in lui».

Nel rapporto “Oriente” del colonnello Riccio - che nel 1998 diede origine al blitz antimafia tra Palermo, Catania e Caltanissetta con decine di arresti - non ci sono i nomi di numerosi politici dei quali Ilardo aveva parlato, tra cui il senatore Marcello Dell’Utri e il sostegno che Cosa Nostra avrebbe dato a Forza Italia. Il processo di Catania ha chiarito il perché di questa omissione?

«Sì, su questo punto il colonnello Riccio è stato chiarissimo: gli fu imposto dai suoi superiori di non inserire quel nominativo nel rapporto finale. E’ evidente che le dichiarazioni di Ilardo su Dell’Utri potevano, all’epoca, avere una portata deflagrante, ove si consideri che nemmeno era ancora stato avviato il processo che poi porterà alla sua definitiva condanna per concorso esterno in associazione mafiosa. Addirittura ha raccontato il Riccio che durante il processo a Dell’Utri ci fu un tentativo di suo avvicinamento da parte dei legali dell’imputato perché non riferisse delle confidenze fattegli sul punto da Ilardo».

Luigi Ilardo era a conoscenza di particolari non solo sulla strage Borsellino, ma anche sulla mancata strage dell’Addaura, del delitto Mattarella, sugli omicidi del piccolo Claudio Domino, dei poliziotti Nino Agostino delle moglie e di Emanuele Piazza che lavoravano con i servizi segreti. Sapeva molto anche sui rapporti tra Cosa Nostra, massoneria e servizi segreti. Rappresentava una mina vagante.

«Senza dubbio la collaborazione con la giustizia di Luigi Ilardo avrebbe avuto la stessa portata di quella di Tommaso Buscetta perché era uno dei pochi soggetti a conoscere i perversi intrecci tra mafia, massoneria e pezzi deviati dello stato. Basti ricordare che, in occasione dell’incontro presso il Ros di Roma, l’Ilardo dichiarò al generale Mori che avrebbe riferito che molti dei delitti commessi da Cosa nostra erano stati fatti, in realtà, per volontà dello Stato. Forse con questa affermazione firmò la sua condanna a morte».

Alcuni giorni prima di morire, Gino Ilardo si reca in Calabria, dove aveva tanti contatti, e incontra un professionista che gli avrebbe confermato i nomi di nuovi referenti politici per le cosche siciliane e calabresi. Anche questo può aver decretato la sua condanna a morte?

«I rapporti di Ilardo con questo professionista, l’avv. Eugenio Minniti e con le cosche calabresi, erano senza dubbio consolidati nel tempo. Tra gennaio e marzo del 1996 l’Ilardo, su cui la Squadra mobile di Catania svolgeva indagini per il delitto Famà, si recò almeno due volte in Calabria presso il suo studio e, nell’occasione, si incontrò con alcuni dei più importanti esponenti di ndrangheta. Ebbene anche in relazione a questi incontri si è registrato l’ennesimo mistero in quanto non sono mai state rinvenute nel fascicolo processuale le fotografie che, pure, la polizia calabrese aveva scattato in occasione dei menzionati incontri. Anche in relazione all’ultimo incontro con l’avvocato Minniti intervenne l’ennesima attività di ostruzionismo da parte del generale Mori che proibì al colonnello Riccio di registrare il contenuto dello stesso».

A distanza di quasi trent’anni da tante vicende di mafia, si ha la sensazione che molti episodi avvenuti, a partire dal 1998, in Sicilia, sono collegati da un unico filo. Partendo dalla mancata strage dell’Addaura, dell’estate 1989, alle lettere del Corvo di Palermo che accusavano Falcone, alle stragi del 1992 in Sicilia e dell’anno dopo in Continente, alla presunta trattativa Stato-mafia, per continuare con l’omicidio IIardo. Molte di queste inchieste sono aperte a Caltanissetta. Ma si potrà arrivare alla verità?

«Certamente oggi in Italia si è più pronti a fare i conti con certe scomode verità; le attività di indagine continuano sia pure con tutte le difficoltà legate al decorso del tempo; tuttavia, bisogna sempre distinguere la verità storica dalla verità giuridica degli eventi. L’accertamento giudiziario, infatti, richiede, ovviamente, prove inconfutabili che potrebbero, forse, essere raggiunte solo attraverso le rivelazioni di un “pentito di stato”».

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