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Cronaca

Catania, che telenovela: un'altra firma blocca il parcheggio maledetto

Di Mario Barresi

Come volevasi dimostrare. Anche ieri è stato un buco nell’acqua. E per il proprietario del parcheggio nei pressi del Garibaldi di Nesima continua il supplizio: la sentenza del tribunale civile di Catania, che impone la restituzione del terreno oggetto di un contenzioso che dura ormai da più di sette anni, non è stata eseguita. Con un’ulteriore beffa: all’ufficiale giudiziario, che ieri non ha eseguito il rilascio del bene, è stato consegnato un altro contratto, con un’altra firma che Michele Saraceno disconosce, con cui l’affittuario (condannato con sentenza passata in giudicato in sede penale e soccombente nella causa civile che ha disposto la restituzione del terreno) dichiara di aver già «rilasciato» il bene.

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A comunicare la notizia, dopo una mattinata piuttosto convulsa, sono gli avvocati di Saraceno, Emanuele Passanisi e Bruno Fiorito. «Ci siamo trovati davanti a un atto arbitrario e irrituale da parte dell’ufficiale giudiziario Di Bella addetto al rilascio», spiegano. In pratica al momento del dunque, ieri mattina, «l’avvocato Annamaria Indelicato, presente in sostituzione del collega Luciano Cannata, ha esibito un verbale di consegna del terreno, datato 13 novembre 2020, che il nostro assistito, ovviamente, non ha mai firmato e quindi disconosce».

Una firma, un’altra firma. La stessa più volte presente in questa vicenda - che La Sicilia ha raccontato in un’ampia inchiesta pubblicata domenica scorsa - incredibile. Breve riassunto: nel 2007 Saraceno affitta una parte del terreno ad Antonino Scalia, con il quale entra in causa per la mancata restituzione, per lo sconfinamento (circa 11mila dei 2mila metri quadri inizialmente concessi per un semestre) e per i danni subiti.

Ma nel corso del processo - una lunghissima odissea con molte interruzioni e buchi neri, anche da parte del sistema della giustizia - Scalia esibisce un nuovo contratto, anzi due, con una firma di Saraceno che ben due perizie (la prima del Ctu e la seconda addirittura di un collegio nominato da tribunale) dichiarata falsa. Scalia, assieme al cugino Alfio, nel frattempo al suo fianco nella gestione del parcheggio, viene condannato (in primo e secondo grado, con pena di otto mesi, sospesa) in sede penale per illecita occupazione di fondo e danneggiamento. E anche la causa civile, dopo il cambio di giudice e mille altre peripezia che allungano in processo per circa sei anni, viene vinta dal proprietario, il quale non entra nel suo terreno ormai dal 2007.

La quinta sezione civile del Tribunale di Catania, lo scorso 15 luglio, dichiara «la risoluzione del contratto di locazione» e condanna Scalia «a rilasciare libero e sgombero da persone e cose il terreno» oltre che al pagamento di 126mila euro al proprietario, più le spese processuali. Nel corso del processo, inoltre, un perito del giudice dà una valutazione commerciale del bene. Fra dicembre 2007 e dicembre 2014 il valore di locazione è pari a 3.238.378 euro, quello fra gennaio 2015 e dicembre 2019 è di 1.543.080 euro. Nel primo periodo, per l’attività di parcheggio, si stima un incasso annuo di 305mila euro, per il secondo addirittura di 990mila euro, in pratica più di 2.700 euro al giorno.

Ma Saraceno non ha avuto un centesimo e non è entrato in possesso del suo bene, anche perché, ribadiscono gli avvocati, «l’ufficiale giudiziario riteneva prudenzialmente di non dare seguito all’atto di preavviso già notificato» fino allo scorso 31 dicembre, assimilando una norma del decreto “Cura Italia”, la sospensione dei provvedimenti di «rilascio degli immobili» al caso del terreno “usurpato”.

Ieri doveva esserci il rilascio, finalmente. Ma invece il colpo di scena: un nuovo atto, una nuova firma che sembra identica alle precedenti. E con la strana coincidenza rispetto a un altro contratto, che Saraceno dichiara di non aver mai firmato, con la società, la Multipower, che ha presentato (e ottenuto) la Scia al Comune di Catania, con il dirigente delle Attività produttive, Gianpaolo Adonia, che in una nota al nostro giornale ribadisce che «su quel parcheggio gli uffici comunali hanno puntualmente rispettato la legge». Ma i legali di Saraceno, che hanno informato proprio quegli uffici di tutta la vicenda (depositando anche le sentenze) esprimono «perplessità sull’accezione di verifica della sussistenza dei requisti della Scia», ai sensi dell’articolo 19 della legge 241/90. Insomma: in questo caso specifico è legittimo “accontentarsi” della regolarità formale di atti prodotti da chi chiede di avviare un’attività su un terreno oggetto di un contenzioso dai contenuti così chiaramente definiti?

Ma tant’è. L’ufficiale giudiziario, ieri, ha anche acquisito una fotocopia del fantomatico contratto (sempre con firma smentita da Saraceno) con cui la società sostiene di avere diritto a restare nel parcheggio. «Ma nessuno ne aveva chiesto l’acquisizione - precisano gli avvocati - e l’ufficiale giudiziario, in assenza dei titolari, s’è recato nel casotto della direzione e s’è fatto consegnare da un dipendente, le cui generalità sono state messe a verbale, un atto mai firmato dal nostro assistito».
Altre due firme (ritenute taroccate, come le altre che tempestano questa lunghissima storia) incastrano di nuovo il proprietario del parcheggio, storico gestore dei campetti “Internazionale” impiantati proprio su quel terreno prima che iniziasse quest’incubo burocratico-giudiziario.

Il finale formale è questo: l’ufficiale giudiziario ha rinviato l’esecuzione della sentenza (dello scorso luglio) che prevedeva il rilascio del terreno, rimettendo la questione al giudice per le esecuzioni. «Ma nessuno ha chiesto formalmente di rinviare il rilascio», contestano gli avvocati Passanisi e Fiorito che hanno invocato con forza, ma invano, che, come scritto nella sentenza del giudice Francesco Cardile, il terreno fosse rilasciato «libero e sgombero da persone e cose il terreno». La palla, ma anche la patata bollente, passa adesso al presidente della quinta sezione civile, Roberto Cordio. E la telenovela continua.

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