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Chi avvelena l’Antimafia in Sicilia? Gli attacchi a raffica e la mappa dei nemici, aspettando l’inchiesta-bomba

Di Mario Barresi |

Chi ha paura – o magari è soltanto un’infastidita intolleranza, ma nella sostanza cambia poco – dell’Antimafia regionale?

A pensarci bene c’è l’imbarazzo della scelta. Negli ultimi tempi si moltiplicano gli attacchi, talvolta scomposti, nei confronti della commissione presieduta da Claudio Fava. Che di suo sarà magari antipatico (e snob, elitario, solista, integralista), eppure con un’onestà intellettuale – avendo smentito negli anni, con i fatti, chi lo accusava di aver fatto carriera grazie alla morte del padre, il giornalista Pippo – al di sopra di ogni sospetto.

Eppure più tempo passa e più le inchieste dell’Antimafia dell’Ars, approvate tutte all’unanimità dei variegati componenti, sono oggetto di critiche durissime. Legittime, perché neppure il lavoro di un’istituzione così prestigiosa è intoccabile. Ma quanto fondate? L’ultima in ordine di tempo, di certo autorevole, arriva sulle colonne del Giornale di Sicilia da Costantino Visconti. L’ordinario di Diritto penale all’Università di Palermo, fra gli allievi di un mostro sacro come Giovanni Fiandaca, personalizza il suo giudizio negativo sulle ultime inchieste dell’Antimafia («a rischio propaganda») con una sonora bocciatura del presidente: «Quel ruolo non fa per lui», dunque «meglio lasciar perdere».

L’espediente letterario è l’ultima relazione sui beni confiscati. Quella con più riscontri positivi (dal terzo settore, dai sindaci, dalle forze politiche) e con meno elementi di scivolosità diplomatica, anche per un testo a tratti sin troppo buonista e persino ammiccante. Una parentesi andrebbe aperta sull’opportunità che la stroncatura – ben scritta, ironica e con qualche fondatezza tecnica – arrivi da Visconti. Citato nelle carte del processo a Silvana Saguto (alla quale la relazione di Fava dedica un ampio capitolo), con un’intercettazione in cui promette all’ex zarina delle misure di prevenzione: «Mi devo fare la faccia di culo per parlarne con Dino Petralia», ricostruì il Fatto Quotidiano. L’ex procuratore aggiunto di Palermo negherà poi di aver mai ricevuto nel suo ufficio il docente (non sfiorato dall’indagine) a caccia di notizie riservate, che sarà fra i protagonisti di un convegno di “sanificazione” dell’immagine di Saguto dopo lo scoop delle Iene.

Un indizio, tutt’altro che una prova. Il sentore che magari c’è qualcosa che non quadra. E qualcuno che non digerisce le «sceneggiature» di Fava. Che non ha perso il viziaccio da giornalista, di farsi delle domande e di cercare delle risposte. E, adottando questo metodo con vicende, personaggi e ambienti sacri, anche dell’antimafia, si merita adesso un rogo lento e doloroso.

Ma non abbiamo risposto al quesito iniziale. Chi ha paura del lavoro degli ultimi tre anni, diverso da quello – serio e onesto, ma didascalico e inoffensivo – di precedenti commissioni all’Ars?

Quello più insidioso è il fuoco (si fa per dire) amico. Ovvero i mal di pancia dentro l’antimafia. Un’altra antimafia. E se Antonello Montante, per citare Attilio Bolzoni, ormai è un «pezzo difettoso», a tempo debito sostituito, di una perfetta macchina di potere, la relazione della commissione non è stata il retorico funerale dell’ex paladino della legalità, ma il tentativo di capire cos’è rimasto di quel sistema in Sicilia. Così come l’inchiesta sull’agguato a Giuseppe Antoci non è una bestemmia contro quello che la vittima definì «uno degli attentati più efferati dopo le stragi del 1992».

Al netto della conclusione – quella sì azzardata, perché non è facile motivare che la pista mafiosa sia «la meno plausibile» – bisogna leggere le ricostruzioni tecniche dell’agguato sui Nebrodi (ben poco suggestive e mediatiche), realizzate da fior di consulenti, per capire che il beneficio del dubbio, seppur ignorato dalla Procura di Messina, non è gossip. Ma ricerca della verità in un caso irrisolto.

E anche la singolar tenzone fra Fava e Paolo Borrometi non è il capriccioso complotto per sfrattare dal pantheon antimafioso un giornalista che vive sotto scorta dopo che più volte i boss hanno minacciato di ucciderlo, ma la necessità di ricostruire fatti che hanno segnato la storia, anche minima, di comunità seppellite dalla macchina del fango. Sarà magari un tribunale a stabilire se l’ormai famoso articolo di Borrometi su Scicli fosse taroccato o autentico, ma la commissione ha avuto il merito, remando controcorrente, di denunciare le opacità negli scioglimenti di alcuni Comuni per mafia. Ex post, purtroppo, e non con l’anticipo, anche rispetto ai tempi dei pm, dell’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, in cui alcune «storie» di Fava sono poi diventate atti giudiziari, con arresti e discariche sequestrate.

In quasi tutte queste vicende, l’«autoterapia» del leader dei CentoPassi s’incrocia con Beppe Lumia. Troppo facile, verrebbe da dire, infierire sul “senatore della porta accanto”, demiurgo crocettiano e frequentatore di magistrati e pezzi di Stato, adesso che il vento burrascoso dell’antimafia lo ha scaraventato, in apparenza, nello scantinato della memoria. Eppure le relazioni della commissione, nell’illibatezza penale del potentissimo amico di Montante e non solo, hanno avuto il valore di mettere nero su bianco, in atti parlamentari, ricostruzioni che finora erano soltanto pettegolezzi politici o retroscena giornalistici. Piazzando, plasticamente, Lumia sempre nel posto giusto al momento giusto.

Ecco, magari è proprio quest’antimafia a non tollerare Fava. Che, alla commemorazione del padre, due anni fa, nell’annunciare che non sarebbe più stato su quel palco, disse che «ora bisogna seppellire i morti e pensare ai vivi». Un’eresia, un sacrilegio per i templari dell’antimafia dell’almanacco della memoria, una disastrosa prospettiva per il sottobosco di professionisti e influencer che si auto-attribuiscono il monopolio della legalità.

Per loro è un pazzo da Tso chi, pur potendo campare della rendita di “parente di vittima” a vita, si sporca le mani scovando (assieme a Siciliani Giovani, Arci e Asaec) ville e agrumeti confiscati, ma ancora in mano ai boss. Qui si annidano i nemici. Quelli che si premiano a vicenda. Pronti ad attaccare all’unisono via web e comunicati, in una figura di nuoto sincronizzato, chi rinnega i crismi dell’antimafia convegnistica e autoreferenziale. La stessa che, con alla base migliaia di cittadini in buona fede e all’apice magistrati integerrimi, s’è già scelta le sue nuove icone. Ostentate, purtroppo, anche da molti che all’epoca tenevano in tasca il santino di Montante.

Da questo mondo Fava è stato condannato all’isolamento: da solo deve rispondere sommessamente all’ira di Nino Di Matteo, vittima di lesa maestà perché convocato all’Ars per riferire dei buchi neri del depistaggio Borsellino; non è più alle “primissime” dei libri che contano; nessuna solidarietà, nemmeno dai potenziali amici, quando subisce attacchi sopra le righe. È la rivolta silenziosa dei salotti palermitani, della stessa borghesia di sinistra. Con l’arguta complicità di qualche politico che vede come fumo negli occhi un’eventuale corsa del giornalista a governatore nel 2022. C’è chi – giammai nel M5S, ma nel Pd – aizza le ambizioni di Giancarlo Cancelleri, pur di sbarazzarsi di Fava che potrebbe piacere anche a parte di dem e grillini.

Irriducibili dell’antimafia restauratrice, terrazze radical-chic, qualche toga indignata, rivali politici. E ora anche una buona fetta della sanità. Sì, perché l’ultima inchiesta – da mesi in corso, con la prospettiva di relazione finale entro il 2021 – riguarda proprio il settore che succhia il 50% del bilancio della Regione. Da Cuffaro a Musumeci, passando per Lombardo e Crocetta. Un’altra «sceneggiatura» ad alta tensione. Che ha già spaccato più volte il clima di cordiale concordia della commissione. E che, oltre a denunce forti su malaffare e nomine, porterà con sé un’altra sostanziosa dose di veleni sull’Antimafia regionale. E su Fava, ovviamente.

Twitter: @MarioBarresi

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