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L'8 marzo e la corsa a ostacoli delle donne: «Ma questo è il momento giusto per emergere»

Cronaca

L'8 marzo e la corsa a ostacoli delle donne: «Ma questo è il momento giusto per emergere»

Di Franca Antoci

Sì, ci risiamo, è l’8 marzo e si parla di donne. Ma quest’anno è diverso: nel mondo post-covid, nella prospettiva di una ripartenza che sia più equa e sostenibile come da più parti si auspica, non è più possibile soprassedere sul ruolo delle donne nella società, e sul fatto, soprattutto, che questo debba cambiare nel progettare il futuro sociale, economico e politico da lasciare alle prossime generazioni.

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Per esempio, il  70 per cento degli iscritti in Medicina è donna, ma soltanto una bassissima percentuale raggiunge ruoli di leadership. E' il dato da cui parte Francesca Rubulotta, laureata in Medicina e chirurgia all’Università di Catania, dove è nata, e specializzata a Trieste in Anestesia e Rianimazione, per lanciare un messaggio di cambiamento alle donne che lavorano in uno dei contesti professionali a tutt'oggi di prerogativa maschile.

Ricercatrice, impegnata da sempre nella lotta per i diritti delle donne, la dott.ssa Rubulotta ha lavorato in Belgio, Paesi Bassi e Stati Uniti per fermarsi a Londra dove da 14 anni lavora come anestesista all'Imperial College che si prepara a lasciare per raggiungere Montreal e dirigere la divisione di Anestesia e rianimazione della McGill University di Montreal. Non intende, però, spezzare il legame con la sua terra. E' infatti a Catania che vuole realizzare un sogno diventato progetto con la collaborazione di un team specializzato che la coadiuva. Si chiama "I win" ed è una piattaforma in cui si offre un network e una possiblità di carriera a quante hanno sviluppato progetti nell'ambito delle pari opportunità.

«Catania non è solo la mia città - dichiara Francesca Rubulotta che il 24 giugno presenterà “I win” a Catania - è anche cuore del Mediterraneo e quindi un ponte con i Paesi che vi si affacciano perché chi proviene da un bacino in via di sviluppo trova le nostre stesse barriere e si scontra con gli stessi pregiudizi che non ritengo comunque difficili da oltrepassare. L'obiettivo è confrontarci con altre culture per arricchire il panorama di iniziative, sperimentazioni e idee che possano colmare un gap professionale ingiustificato e penalizzante».

Dal'esplosione della pandemia, la Terapia intensiva è stata un approdo, spesso doloroso e senza ritorno, per i malati di Covid-19. Lei ha vissuto la tragedia inglese quotidianamente.

«La nostra Rianimazione è allo stremo, abbiamo 4 infermieri ricoverati, due medici in condizioni disperate. E due giorni fa abbiamo perso il caposala. Aveva 50 anni. Il morale è molto, molto basso. Io sono da nove giorni in Rianimazione. Tanti i colleghi che sono venuti ad aiutarci, chirurghi, otorini, medici generalisti che assistono i pazienti che fanno da infermieri, sostituendoli durante la pausa pranzo o anche solo per consentire loro di togliere la mascherina che indossata h24 diventa una tortura. Ogni giorno, incontro infermieri che mi parlano delle loro paure, che hanno avuto il covid e temono per le loro condizioni di salute. E' un'esperienza dura, che non dimenticherò. I colleghi dell’italia sono stati fondamentali e ci sono stati vicini nei momenti più difficili. Grazie a loro, sono stata la prima in Inghilterra a usare il Cortisone e mi hanno aiutato nei processi di coagulazione. Collaborare con colleghi di tutto il mondo è stata sicuramente la nota straordinaria che ci ha dato la possibilità di utilizzare l'esperienza di ognuno per salvare vite umane».

Un anno complicato, a cui in Inghilterra si è aggiunta la brexit.

«Sì e la mia vita è cambiata totalmente. La brexit sta creando tasse, disoccupazione e moltissimi limiti nella routine di tutti i giorni. Ha modificato profondamente i rapporti con i miei colleghi inglesi. I prodotti italiani sono introvabili e persino trasportare una bicicletta, come ho tentato di fare dall'Italia a Londra, è diventata un'impresa titanica e costosa visto che la spedizione costa 900 euro».

Già, la bicicletta, passione e mezzo che ha consacrato Francesca Rubulotta, sportiva ed ex pallanotista, "regina del'Etna", il vulcano che ha scalato percorrendo 190 km e ottenendo anche un record di velocità con l'obiettivo di raccogliere fondi a supporta della Fondazione di “I win”.

Una scalata dopo l’altra nella carriera e un cambiamento di vita importante.

«Inizierò un'altra avventura in Canada, arricchita dalle esperienze di quest’ultimo anno e dalla svolta che la pandemia ha consentito alla ricerca che non è mai stata così supportata. Il mondo si è reso conto di ciò che facciamo e dell'importanza della nostra disciplina e quindi io raccomando a chiunque lo stia già facendo o voglia fare ricerca di portarsi avanti, tentare, proporre e testare le proprie idee e capacità in un momento in cui c'è la possibilità reale di farlo. Abbiamo l'esempio dei vaccini realizzati in 9 mesi, dei ventilatori e dell'evoluzione della medicina stessa in pochissimi mesi. Alle mie colleghe italiane voglio dire che questo è professionalmente un momento d'oro in cui si può agire rapidamente e bene. Per cui vorrei suggerire di sfruttarlo al massimo e un network internazionale come "I win" può essere uno dei modi migliori per inserirsi e testare le terapie che facciamo tutti i giorni nella cura del malato clinico. Andate sul sito della nostra piattaforma e a giugno seguite la presentazione a cui parteciperanno donne che hanno raggiunto posizioni apicali nelle più importanti società mondiali. La sponsorizzazione e l'aiutarsi l'una con l'altra è fondamentale per arrivare ai nostri obiettivi».

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