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Cronaca

Il killer di mafia: «Mi chiamo Farina, mi dissocio dai miei reati e chiedo perdono ai familiari delle vittime»

Di Mary Sottile

CATANIA - «Mi chiamo Farina Alessandro, il mio nome lo conoscete già in quanto sono stato arrestato molte volte, mio rivolgo a voi giornalisti per comunicare che ho preso una decisione giusta e onesta, di dissociarmi da tutto e da tutti. Questa mia decisione è maturata soprattutto per i miei figli che per i miei reati». Inizia così una lettera, scritta nel carcere di Ascoli Piceno, dove si trova rinchiuso, da Alessandro Farina, 35 anni, paternese, residente a Santa Maria di Licodia e inviata nei giorni scorsi al nostro quotidiano.

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Uomo del clan Rapisarda, legato ai Laudani di Catania, Alessandro Farina, lo scorso anno è stato condannato a 20 anni di reclusione, nell’ambito del procedimento con rito abbreviato, scaturito dall’operazione antimafia En Plein 2, condotta dai carabinieri del comando provinciale di Catania, coordinati dalla Dda etnea. Con lui, il gup ha condannato anche la moglie, Vanessa Mazzaglia (per lei una pena di 12 anni e 1 mese di reclusione); il suocero Antonino Mazzaglia (anche per lui una pena di 12 anni e 1 mese); e il nipote, Emanuele Farina (13 anni di reclusione). Sulle sue spalle anche una condanna all’ergastolo, arrivata nel novembre del 2019, per l’omicidio di Turi Leanza.

Chi è, dunque, Alessandro Farina? Come ricostruito dai carabinieri l’uomo, insieme ad Antonino Barbagallo, Antonio Magro, Vincenzo Patti, Francesco Santino Peci e Sebastiano Scalia, avrebbe fatto parte del commando che il 27 giugno 2014, uccise Salvatore Leanza, conosciuto come “Turi Padedda”. Salvatore Leanza, elemento del clan Assinnata-Alleruzzo, condannato all’ergastolo, era uscito nel marzo del 2013 dal carcere ed era sottoposto a libertà vigilata.

Quella mattina del 27 giugno, stava uscendo, accompagnato dalla moglie, ma non ha fatto in tempo a lasciare lo spiazzo davanti casa, in viale dei Platani. Qui il commando l’ha raggiunto e dopo aver circondato l’auto ha cominciato a fare fuoco, uccidendo Leanza e ferendo gravemente la moglie che è riuscita a salvarsi. A chiamare in causa Alessandro Farina e gli altri componenti del commando sono stati i collaboratori di giustizia, Francesco Musumarra (anche lui nel gruppo di fuoco che uccise Leanza) e Orazio Farina, fratello di Alessandro. Secondo quanto avrebbe raccontato quest’ultimo agli inquirenti, il fratello Alessandro sarebbe stato anche nel gruppo che voleva uccidere Antonino Giamblanco, con l’agguato scattato il 30 luglio del 2014 a Motta Sant’Anastasia e maturato nell’ambito della faida che aveva portato alla morte un mese prima di Turi Leanza. Giamblanco, però, riuscì a sfuggire all’agguato, salvandosi la vita.

Nella lettera Alessandro Farina dice «voglio dissociarmi da tutto questo». Non è chiaro cosa intenda dire per dissociarsi, se come il fratello abbia deciso di collaborare finalmente con la giustizia. Va evidenziato che a parte le parole espresse nella lettera, ad oggi, alla Procura di Catania, non risulta nessuna richiesta dell’uomo di voler dare un concreto contributo alla legge.
«Siccome sono cresciuto in un paese di Paternò non ci sono speranze e futuro per i giovani - scrive ancora Alessandro Farina - ho cominciato presto a commettere reati e a fare uso di sostanze stupefacenti, colgo l’occasione di fare un appello ai giovani della mia città e del mondo di non fare uso di sostanze stupefacenti e di non commettere reati. Voglio precisare che la malavita organizzata è un male, salvatevi, vi rovinate solo la vita, come me. Questa mia dissociazione è maturata nella speranza di riuscire a dare un futuro ai miei figli e moglie».

In questo secondo passaggio della missiva, Alessandro torna a ribadire di aver scelto la via della dissociazione, ma in ambienti giudiziari si fa giustamente notare che servono atti concreti - al momento c’è solo una lettera - anche per allontanare i sospetti che si possa trattare di una mera strategia processuale (è in corso l’appello) per ottenere uno sconto di pena, come accaduto in altri casi sui quali non a caso la Procura nazionale antimafia ha acceso un “faro”.

Un’ultima annotazione: Farina parla di Paternò come di una realtà senza futuro. Da qui, come dice, la scelta quasi obbligata di delinquere. In realtà basta guardare alle migliaia di giovani che studiano e lavorano a Paternò per capire che l’alternativa onesta alla delinquenza c’è, basta saper scegliere lo studio, il lavoro, contro la criminalità, il denaro facile, con quest’ultima strada che porta, inevitabilmente ad un percorso senza uscita. Poi, forse il passaggio più importante della lettera: «Chiedo perdono alla famiglia della vittima anche se è difficile perdonarmi».

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