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Cronaca

Il Comandante dell'Aliseo: «Siamo vivi per miracolo»

Di Fabio Russello

PALERMO La voce arriva gracchiante, via radio, mentre in sottofondo si sente il rumore del motore del peschereccio. «Siamo vivi per miracolo, ci hanno sparato a pallettoni, qui la cabina è piena di buchi», dice all’ANSA il comandante dell’Aliseo Giuseppe Giacalone, mentre è ancora in navigazione nel Mediterraneo. L’imbarcazione, che ieri è stata mitragliata da una motovedetta libica, arriverà al porto di Mazara del Vallo all’alba di domani scortata dalle motovedette della Guardia Costiera. Ad attendere in banchina i sette uomini d’equipaggio i loro familiari, ansiosi di riabbracciarli, ma anche le autorità pronte a interrogarli. La Procura di Roma, competente per i reati commessi all’estero nei confronti dei cittadini italiani, ha infatti aperto un’inchiesta sull'assalto da parte dei miliziani libici che solo per un caso non ha provocato vittime.
Il comandante Giacalone, ferito lievemente a un braccio e alla testa, non riesce a trattenere la rabbia mentre ripensa a quegli attimi di paura: «Sono un miracolato - continua a ripetere - solo Dio ci ha aiutati. Eravamo in navigazione verso Nord-est quando, intorno alle 14, ci ha raggiunto una motovedetta libica che ha iniziato a sparare». Ironia della sorte si tratta del pattugliatore veloce Obari che è stato ceduto alle autorità di Tripoli proprio dall’Italia, per rafforzare il contrasto all’immigrazione clandestina da parte della Libia.

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E’ sempre il comandante a ricostruire le fasi concitate dell’abbordaggio, con i militari libici che sparano ad altezza d’uomo nonostante le dichiarazioni contrarie del loro portavoce, che ieri ha parlato di colpi esplosi in aria a scopo intimidatorio. «E' stato un inferno. Io sono rimasto ferito al braccio e anche alla testa perchè il finestrino della cabina è andato in frantumi e le schegge di vetro mi hanno colpito». Giuseppe Giacalone racconta che i militari a bordo della motovedetta, non appena si sono resi conto di quanto era accaduto, hanno cercato in tutti i modi di giustificarsi: "perdono, perdono, ora ti soccorriamo» . L’arrivo della fregata Libeccio e di un elicottero della Marina militare italiana convince i libici a rilasciare subito l’Aliseo. Il comandante Giacalone, dopo le medicazioni da parte dei sanitari della Marina, fa una telefonata al figlio Alessandro, che è anche l'armatore del peschereccio, prima di riaccendere i motori e fare rotta verso Mazara del Vallo: «Non preoccuparti, sto bene, tranquillizza tutti a casa».


Ma mentre l’Aliseo è ancora in navigazione nel Mediterraneo, non si attenua la tensione sul fronte Italia-Libia. «Che la guardia costiera libica spari segnali di avvertimento ad altezza uomo è inaccettabile. Ma quelle acque sono pericolose, noi sconsigliamo di andarci, non da qualche mese ma da dieci anni. Dall’altra parte del mare c'è un Paese dove ci sono ancora tensioni» dice il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Il tratto di mare dove è avvenuto l’assalto, particolarmente ricco di gambero rosso, è infatti teatro della cosiddetta «guerra del pesce». I pescherecci della marineria mazarese continuano a "batterlo» nonostante le autorità libiche considerino quelle acque internazionali una loro «Zona di protezione pesca». Non la pensa allo stesso modo il presidente della Regione Nello Musumeci, che prende le difese di pescatori siciliani: «È assurdo che debbano correre il rischio, persino, di perdere la vita andando nel Mediterraneo per portare un pezzo di pane a casa. È assurdo che il governo italiano non abbia ancora avvertito la necessità di chiudere questa partita con il governo libico, aperta da oltre cinquant'anni. È assurdo che si debba continuare a penalizzare un’economia, nel Sud Italia, sul banco di interessi molto più grandi, spesso inconfessabili».

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