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Cronaca

Rosario Livatino, il giudice-martire che ha svelato l'anima anticristiana della mafia

Di Giuseppe Di Fazio

La data del 9 maggio richiama una svolta epocale nella storia recente siciliana. Fu in quel giorno del 1993 che Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi di Agrigento lanciò il suo monito contro la mafia. Con quell'intervento accorato, a braccio, il Papa polacco riformulò il discorso ecclesiale su Cosa Nostra rompendo antichi silenzi ed evocando nella coscienza collettiva l’inconciliabilità totale fra Chiesa e mafia.

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Il 9 maggio di 28 anni dopo, sempre ad Agrigento si compie un altro atto che parla al cuore di tutto il popolo cristiano: la beatificazione del giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre del 1990.

Oggi, come allora, il messaggio è chiaro. Lo ha detto Papa Francesco: con la sua testimonianza, Rosario Livatino «ha svelato delle mafie la negazione del Vangelo, a dispetto dell’ostentazione di santini, di statue sacre costrette a inchini irriguardosi, di religiosità sbandierata quanto negata».

Certamente, nella valutazione della santità di vita del giudice siciliano ha giocato un ruolo non indifferente la linea indicata da san Giovanni Paolo II durante la sua visita ad Agrigento. Wojtyla in quel maggio del 1993 fu scosso dall’incontro con gli anziani genitori di Livatino. E si dice che dopo quel drammatico colloquio fatto più di sguardi che di parole, Giovanni Paolo II abbia mormorato ai più stretti collaboratori: «Ecco cos’è la mafia. Un conto è studiarla, un conto è vedere cosa ha provocato».

Fu così che nella Valle dei Templi, dopo la liturgia e i discorsi ufficiali, il Papa polacco lanciò il suo monito: «Dio ha detto una volta: non uccidere. Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Lo dico ai responsabili: “Convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!”». In quella stessa occasione Wojtyla definì Livatino un «martire della giustizia e indirettamente della fede». Indicando, di fatto, l’iter da seguire per la sua beatificazione.

Dodici anni più avanti, nel 2005, la Cei - su suggerimento dell’allora arcivescovo di Monreale, monsignor Cataldo Naro - fece una scelta coraggiosa indicando Rosario Livatino tra i sedici laici «testimoni di speranza» da proporre a tutti i cattolici italiani in occasione del convegno nazionale di Verona. Naro giustificava quella scelta sostenendo che parte integrante dell’evangelizzazione in Sicilia è «il riferimento a concreti modelli di santità, cioè di esistenze cristianamente “riuscite”, quali indubbiamente sono state le esistenze di quanti hanno affrontato la morte [resistendo alla mafia] sulla base di un esplicito progetto di sequela di Cristo».

Il magistrato di Canicattì era un personaggio ben voluto nell’ambiente agrigentino per i suoi modi garbati e la sua vita riservata.

Nel 1984, dopo 6 anni di duro lavoro in Procura, Livatino entra in una crisi profonda che è, al tempo stesso, esistenziale e professionale. Il giudice prova una profonda delusione per l’ambiente giudiziario in cui si trova ad operare, avverte la slealtà di qualche collega e prende consapevolezza della fragilità della propria totale dedizione allo Stato. Il suo desiderio infinito di bene, di giustizia e di felicità non può trovare nello Stato la risposta adeguata. Comincia, anche, ad avvertire in quell’anno che l’incorruttibilità lo sovraespone e lo rende bersaglio per la mafia.

Nella Chiesa locale Livatino non aveva avuto incarichi di responsabilità. Anzi, aveva compiuto un lungo cammino prima di abbracciare pienamente la fede dei genitori. All’età di 36 anni, nell’ottobre del 1988 dopo l’uccisione del giudice Saetta, e dopo un lungo periodo di lotta interiore, decide di rompere gli indugi e affidarsi con la ragione e col cuore a Dio. E lo fa chiedendo la cresima, che è proprio il sacramento della confermazione della fede.

Intanto, Livatino avverte che il suo attivismo contro la mafia persino in Procura comincia a essere guardato con fastidio. In lui si ripropone allora la questione su come sia possibile esercitare realmente e compiutamente la giustizia.

Su questo punto Livatino mostra tutta la sua profondità nel coniugare una visione della vita con l’esercizio del proprio lavoro. Il magistrato, infatti, non è un astratto e neutro esecutore delle norme giuridiche. Egli è chiamato a decidere, cioè a scegliere, a volte fra diverse opzioni. «Scegliere - dice Livatino in una conferenza su Fede e diritto tenuta nella sua Canicattì - è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare». «Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare - sostiene Livatino - che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio».

Attraverso le parole del giudice-beato possiamo comprendere meglio il suo “segreto”: la fede, per lui, non era un fatto estrinseco alla vita, ma essa era una luce che illuminava le scelte quotidiane, che faceva vedere negli altri, anche nei più incalliti delinquenti un seme di umanità, che offriva una prospettiva al cammino dell’esistenza.

La testimonianza offerta dal giudice Livatino è quanto mai attuale per la vita sociale nel nostro Paese. Egli, per usare le parole di Papa Francesco, è un “modello” di laico credente «che ha combattuto ogni giorno la buona battaglia della fede con umiltà, mitezza e misericordia. Sempre e soltanto nel nome di Cristo, senza mai abbandonare la fede e la giustizia, neppure nell’imminenza del rischio di morte».

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