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Cronaca

Strage di Via d'Amelio, la verità di Claudio Martelli all'Antimafia

Di Redazione

«Ricordo che l’allora ministro dell’Interno Scotti chiamò il questore, il capo della Polizia mettendoli in guardia sui pericoli che correva Borsellino». Lo ha detto l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli nell’audizione alla commissione antimafia della Regione Siciliana presieduta da Claudio Fava sul depistaggi nelle indagini sulla strage di via D’Amelio.

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Martelli ha ricordato anche che «ci furono riunioni in prefettura a Palermo sia subito dopo la strage di Capaci che dopo via D’Amelio» e ha aggiunto: «Da Roma io ho fatto molto, come Scotti, ho firmato il decreto dell’8 giugno, quello che si è dimostrato il più efficace atto dello Stato contro la mafia, ho chiamato Siclari, Giammanco».

SULL'EX MINISTRO CONSO. «L'allora ministro della Giustizia Conso, a chi gli domandava del perché avesse revocato il 41 bis per centinaia di mafiosi, in due diverse occasioni, rispondeva: “volevamo dare un segnale di disponibilità all’ala moderata di Cosa nostra ai fini di evitare ulteriori stragi”. Io non capisco allora, perché poi ci sia arrovellati su processi quando la verità era lì spiattellata: si è pensato di dare un segnale di disponibilità, di fare delle concessioni. Ho sempre pensato a un cedimento dello Stato, ma non a una trattativa». «Non ho mai creduto a una trattativa, mai pensato che qualcuno si fosse seduto attorno a un tavolo a trattare - dice Martelli - Non penso che nemmeno Mori abbia trattato o se lo ha fatto lo ha fatto per sé, perché lo Stato non tratta».

SULL'EX PROCURATORE GIAMMANCO. «Ricordo che ricevetti al Ministero della Giustizia un plico che conteneva la sintesi dell’indagine del Ros di Palermo sugli appalti inviato dal procuratore Giammanco per sapere come doveva comportarsi. E Falcone, con cui ci davamo del tu, mi disse: “Non aprirlo neanche, ti metti nei guai”. Conteneva l'indagine su cui Falcone aveva chiesto come proseguire al procuratore capo. Era una follia che un procuratore inviasse al ministro gli atti di un’indagine per sapere come comportarsi».

L’EX PRESIDENTE SCALFARO. «Io ho indizi, non ho le prove. Ma credo di essere stato sempre inviso a Oscar Luigi Scalfaro e credo che lo fosse altrettanto il ministro Vincenzo Scotti. Non credo Scalfaro fosse un uomo intemperante, non sino al punto di spingersi a ostracizzare due ministri, salvo che appartenesse a quella schiera di politici prevalentemente democristiani i quali ritenevano che Scotti e io avessimo turbato se non la pax mafiosa, quella coabitazione che alcuni maramaldi della mafia talvolta turbavano con qualche assassinio di troppo e alcuni 'fanaticì servitori dello Stato come Mattarella e Dalla Chiesa, o Scotti e io con le loro esagerazioni».

SU GIOVANNI FALCONE. Al giudice Giovanni Falcone «fu impedito di operare» e fu «bersagliato» «prima dai corvi e poi da coloro che lo denunciarono al Csm, ricordo all’epoca il sindaco Orlando Cascio, o Alfredo Galasso che lo accusavano di tenere nascosti nei cassetti i nomi dei mandanti politici degli omicidi Dalla Chiesa o Mattarella».

L’EX PROCURATORE TINEBRA. L’ex Procuratore di Caltanissetta, Gianni Tinebra, che coordinò l’inchiesta subito dopo la strage di via D’Amelio, «si sarebbe dovuto rivolgere alla Dia, che già c'era e non ai Servizi, come a Bruno Contrada. Non risulta un coinvolgimento dei Servizi, sarebbe stato contra legem» ha risposto Martelli alla domanda se gli risulta che dopo la strage l’allora Procuratore Tinebra si sarebbe rivolto a Contrada. Lo stesso Contrada, in aula al processo sul depistaggio, di recente, a dire: «Era stato il procuratore capo di Caltanissetta a chiedere aiuto ai Servizi segreti» per chiedere una «mano alle indagini sul botto» che uccise Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta.

«Ho avuto una conversazione con il procuratore di Caltanissetta Tinebra il 20 luglio 1992 - aveva detto Contrada - lui mi chiese di contribuire alle indagini, ma tra le varie cose che gli prospettai e le varie obiezioni che avevo fatto alla sua richiesta di collaborare alle indagini, la cosa principale era che non ero più nella polizia giudiziaria. Avevo anche obiettato che non avrei intrapreso nessuna attività sul piano informativo, perché quello era il mio compito, se non d’intesa con gli organi di polizia giudiziaria interessati, sia della Polizia che dei Carabinieri». A fare da tramite tra il procuratore e il numero tre dei servizi sarebbe stato l’allora capo della polizia Vincenzo Parisi.

LA SCORTA A BORSELLINO. «Io sono ancora turbato oggi se penso a ciò che è stato omesso di fare, da tutte le autorità dello Stato a Palermo, nonostante le numerose segnalazioni ricevute ripetutamente da me e dai miei uffici, a partire dal ministro Scotti, sulla tutela e sorveglianza al dottor Borsellino» detto ancora Claudio Martelli.

«Doveva essere messa in atto una protezione di Borsellino - dice - ritenendo che fosse il nuovo bersaglio dopo la strage di Capaci. Dopo la strage Borsellino volai a Palermo e feci una intemerata - dice - affrontai tutti di petto. Tutti i presenti vertici, dai carabinieri alla Polizia di Stato, ai procuratori, ai servizi segreti. Era inammissibile a inaccettabile, per colpevole incuria o di qualcosa di peggio, di non aver provveduto nemmeno a sorvegliare la casa della madre di Borsellino. Ottenni solo la rimozione del Prefetto, se non ricordo male».

LE STRAGI. «Le iniziative stragiste non rientrano in un piano di destabilizzazione politica dello Stato ma in un piano di interessi privati di Cosa nostra» secondo Martelli. «La mafia fa programmi efferati che interessano Cosa nostra».

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