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Cronaca

Morto Michele Mazzara, era soprannominato il «Berlusconi di Dattilo»

Di Redazione

TRAPANI  - E’ morto per cause naturali Michele Mazzara, 62 anni, soprannominato il «Berlusconi di Dattilo» nella frazione di Paceco (Trapani) dove viveva. Era malato da tempo.

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Nel 1997 venne arrestato con l’accusa di associazione mafiosa perché avrebbe favorito la latitanza del boss mafioso Matteo Messina Denaro fornendogli una copertura sicura, luoghi in cui nascondersi e anche luoghi da utilizzare per i summit mafiosi.    

Condannato nel 2015 a 4 anni e tre mesi per intestazione fittizia di beni dal Tribunale di Trapani, il reato poi venne prescritto. Mazzara ha subito un sequestro di beni per un valore di oltre 20 milioni di euro; tra questi figuravano 99 immobili, tra i quali anche terreni per un totale di 150 ettari e alberghi, otto automobili tra cui due Suv, 17 automezzi agricoli e ben 86 conti correnti e rapporti bancari. Inoltre il provvedimento contemplava tre società che operavano in settori diversi, la Asa srl, Azienda Siciliana Alberghiera in quello della ristorazione, l'impresa edile Nicosia Francesco & Vincenzo snc e la Villa Esmeraldo di Di Salvo Piacentino Giuseppa & C snc che invece si occupava di assistenza residenziale per anziani. Nel provvedimento fu  inserita anche l'amministrazione controllata della Antopia di Agosta Antonella & C. Sas che si occupava di acquisto, valorizzazione e l'utilizzazione di terreni, aree e fabbricati destinati ad uso agricolo, industriale e turistico alberghiero.

Da coltivatore diretto ad immobiliarista, quella di Mazzara è stata un'ascesa repentina. Da contadino in poco tempo Mazzara si è trasformato in un ricco imprenditore a capo di aziende nel campo agricolo e alberghi in zone appetibili dal punto di vista turistico ed economico come San Vito Lo Capo, anche se, dicono gli investigatori, presentava una dichiarazione dei redditi, da semplice coltivatore diretto. In particolare avrebbe costruito alberghi a San Vito Lo Capo e Castelluzzo-Makari e realizzato immobili tra Paceco e Trapani, opifici per l'ammasso di cereali e olio, diventando «l'Ispiratore occulto di diverse iniziative imprenditoriali», come hanno sostenuto gli inquirenti. Dietro le sue fortune ci sarebbero stati Cosa nostra e in particolare il boss latitante Matteo Messina Denaro. 

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