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Cronaca

Cosche "egemoni" in Sicilia orientale e "confini" rigidi per spartirsi gli affari

Di Fabio Russello

Un territorio suddiviso con “rigidi” (o quasi) confini che consentono un controllo capillare del territorio di tutta la provincia di Catania.

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La mappa è stata tracciata nella relazione della Direzione investigativa antimafia sulle risultanze delle indagini e delle operazioni che si sono svolte nel secondo semestre dello scorso anno.

E così è stato rilevato come i Pillera Puntina siano egemoni a Calatabiano e Fiumefreddo con i tentacoli che si allungano fino a Taormina e Giadini Naxos, i Mazzei controllano le attività criminali di Bronte, Cesarò, Maletto, Maniace e Misterbianco, i Toscano Mazzaglia sono “egemoni” tra Adrano, Biancavilla e Paternò, i Cappello Bonaccorsi hanno i loro affari a Calatabiano, ma anche a Catenanuova nell’Ennese e a Porto Paolo di Capo Passero nel Siracusano. Poi ci sono i Laudani, il potente clan mafioso ma di non “stretto rito” corleonese (o di quel che resta dei corleonesi) che hanno interessi crimninali ad Acireale, Adrano, Belpasso, Fiumefreddo, Giarre, Gravina, Mascalucia, Paternò, Piedimonte Etneo, Randazzo, Riposto, San Giovanni la Punta, San Gregorio, Tremestieri, Viagrande e Zafferana Etnea; i Santapaola Ercolano, loro sì di stretto rito “cosa nostra” dominano a Aci Catena, Aci Sant’Antonio, Acireale, Adrano, Bronte, Fiumefreddo, Giarre Palagonia, Paternò, Santa Venerina e Zafferana Etnea. Nel Calatino l’”egomonia” è dei La Rocca che controllano non solo Caltagirone, ma anche Castel di Iudica, Grammichele, Licodia Eubea, Militello, Mazzarrone, Mineo, Palagonia, Ramacca, San Cono e San Michele di Ganzaria e infine gli Sciuto - Tigna che “comandano” a Scordia e Vizzini.

Nei comuni più grandi come si nota c’è la presenza di più clan ma, come rileva la Dia “le dinamiche criminali di alleanze e conflittualità sostanzialmente inalterate rispetto al semestre precedente”. Non si fanno insomma la guerra.

Anche in provincia, così come nel capoluogo, è la droga il vero affare dei clan così come il pizzo resta il sistema tradizionale per imporre il controllo del territorio. Ma è stata anche segnalata «una significativa disponibilità di armi da parte delle organizzazioni mafiose e non solo, a riprova di un una spiccata propensione a commettere reati da parte della delinquenza locale». E se per la cocaina il canale di rifornimento è la ndrangheta calabrese, la Dia segnala la crescita nella provincia etnea, della produzione in loco di talune varietà di cannabis, tra le quali quella denominata skunk, nota per l’alta concentrazione di principio attivo.

In provincia però sono in crescita anche gli episodi di intimidazione, in alcuni casi con il danneggiamento di autovetture, nei confronti di persone che ricoprono cariche amministrative o politiche. Un settore, quello della pubblica amministrazione, su cui a ottobre la Dia di Catania è intervenuta a Aci Catena con una un’indagine sulla legittimità di alcuni contratti sulla fornitura di hardware e software per la gestione informatizzata del Comune. Inchiesta comunque nel corso della quale è emersa “solo” una corruzione senza che i clan ci abbiano messo lo zampino.

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