"Misericordia": allo Stabile una storia di madri vinte e vincenti
Applausi e ripetute chiamate per lo spettacolo scritto e diretto da un’Emma Dante in stato di grazia: 60 minuti riarsi, oscuri e abbacinanti, impietosi e senz’appello.
Misericordia
Madri davvero. Che importa se all’imbrunire, dimenandosi fino allo spasimo poveramente, pateticamente discinte, si danno senza riserve a clienti brutti, sporchi e cattivi. Anna, Nuzza e Bettina sono comunque onnipresenti e accudenti, sono compatte e guerriere. E sono in perfetta, sacrale e blasfema trinità.
Davvero madri. Esagitate, lacerate, appassionatamente rassegnate, tre donne intorno al cuore infante di Arturo, figlio “ereditato” da Lucia, massacrata di botte prima del parto e morta subito dopo. E con lui, le tre madri sono protagoniste vinte e vincenti di “Misericordia” – al Verga fino a domani per la stagione del Teatro Stabile di Catania - scritto e diretto da un’Emma Dante in stato di grazia non foss’altro che per quei 60 minuti riarsi, oscuri e abbacinanti, impietosi e senz’appello. E in cui gli orli di un’austera “economia” drammaturgica coincidono con il rabbioso, diverso, misuratissimo talento d’attrici di Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco, Leonarda Saffi e la straripante, strabiliante “mimesis” di Simone Zambelli, commovente corpo che parla e sorprendente voce in movimento.
“Misericordia” cioè romantica distopia del femminile ma tragicamente “imbrattata” d’espressionismo.
Un delirio a quattro in apertura, che, per una frazione di secondo, rammenta il felicissimo, deflagrante esordio di “Mpalermu”. Qui ed ora, tuttavia, il martellamento del pensiero e dell’anima è scandito dal ticchettio forsennato di ferri da calza che le donne battono con l’accanimento della peggiore - dunque la migliore, in termini d’efficacia - delle torture cinesi.
Seggiole in fondo alla scena punteggiate da trovarobato di varia natura – più avanti saranno riconoscibili, soverchianti rifiuti («A munnizza è democratica»), tetri e coloratissimi, plastica specialmente. Come dire pioggia di detriti del sentimento - e la strizzatina d’occhio se non è per Ionesco è per Beckett che per Emma Dante sono (stati) padri costituenti. A loro modo ed a suo modo, specialmente.
«Non è vistutu ‘i fimmina, è vistutu ‘i casa», rivendica a tono una della triade materna, quasi vomitando in faccia alle altre due madri in carica che, a differenza delle loro beffarde illazioni, il vestitino addosso ad Arturo non è così segnatamente femminile. Di lì a poco sarà delirio crudele ed esilarante, lacerti di poesia divorati dalle madri: due di loro si esprimono nel consueto (ma non per questo meno irresistibile) sfrontatissimo palermitano, l’altra, invece, parla, a scatti, in una sorta di koiné del Mezzogiorno d’Italia.
E nel delirio incalzante non manca il brutale reportage della “normale” violenza domestica subìta dalla madre “vera”, Lucia.
Fasciato nell’abitino da bambina, prima, e con il solo pannolone poi che sul suo corpo diventa d’eleganza delicatissima ed asessuata, Arturo prende a disegnare il suo moto mimetico a cui viene in soccorso una serie infinita di suggestioni, tra patologia e puro, danzato linguaggio del corpo. Ora vaghi, lirici stralci di coreografata sindrome di Tourette, ora volteggi quasi alla maniera derviscia, il “piccolo” mai cresciuto e non perché nato settimino, domina lo spazio con imponente, drammatica leggiadria.
E se dà corpo e voce al suo desiderio di vedere e seguire la banda, il “picciriddu” affronterà, finalmente da solo!, una vestizione comm’il faut: abbandonato il pannolino, infatti, si concia come un collegiale d’altri tempi dispiegando movenze e mirabili doti da marionetta elastica. E non a caso giungono, ammiccanti, le note di Fiorenzo Carpi per il “Pinocchio” televisivo di Comencini: di “burattino” si tratta, in effetti, giacché figlio di un papà falegname oltre che manesco, il “pezzo di legno” diventerà bambino solo grazie alle guastate, basculanti tre madri.
Riporta alla mente – Arturo – seppure in qualche misura, quel giovinetto irrimediabilmente segnato dalla meningite che, muto, scalciava, al suolo, sotto gli occhi costernati della madre in “La Messa della Misericordia” di Pietro Mignosi, esponente palermitano d’un non meglio riconosciuto espressionismo italiano degli Anni Trenta del secolo scorso.
Il “finale di partita” è di credibilità travolgente e sconvolgente.
Dinanzi all’affrancamento del figlio “ereditato”, le tre madri davvero urlano al miracolo e, dopo una sorta di corsa equestre, gli preparano il bagaglio (valigia, cofanetto con denaro) che vuol fare intendere, forse, un ricovero o, chissà, il definitivo allontanamento dalla vita…
“Mamma!”, verbalizza finalmente il “picciutteddu”. Già, ma quale delle tre?
Applausi sonorissimi e ripetute chiamate, alla fine, ché nessun vero riesce ad essere più vero dell’assurd