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Il bilancio di ottant’anni di Leo Gullotta tra Fortino e palcoscenico

L'attore catanese, che è sempre rimasto legato alle sue radici, racconta la “giornata particolare” del 9 gennaio

11 Gennaio 2026, 11:05

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Il bilancio di ottant’anni di Leo Gullotta tra Fortino e palcoscenico

L’attore catanese forma con Fabio Grosso una bella coppia nell’arte e nella vita: insieme hanno festeggiato ma Leo è stato anche ospite di diverse emittenti dove ha riepilogato la sua vita d’artista partito dal basso, dal quartiere polare Fortino dove vide la luce nel 1946.

Una bella giornata?

“Dimostrazioni di affetto e di stima, interviste. La gente nota che ho tenuto sempre la stessa linea. Ho tante cose importanti da ricordare e le ho ricordate in questi giorni: incontri con presidenti della Repubblica, cerimonie per il ritiro di premi importantissimi come Nastri d’argento e David di Donatello. Le tengo nella mente e nel cuore e se ti danno un premio vuol dire che sei osservato. Non sono mai stato sul trespolo”.

Sensibile al tema mafia, ha interpretato “Il delitto Mattarella” di Aurelio Grimaldi. E’ legato all’opera di Giuseppe Fava giornalista, scrittore e drammaturgo assassinato dalla mafia nel 1984. “La conoscenza con Pippo mi ha istillato l’attenzione per i problemi sociali”.

A “I ragazzi di Pippo Fava”, docufilm di Gualtiero Peirce e Antonio Roccuzzo, regia di Franza Di Rosa, trasmesso da Rai3 nel 2014 ha dato una partecipazione straordinaria. «Ho avuto l’onore – ha detto a La Sicilia nell’occasione - di conoscere Pippo Fava quando ero ragazzino curioso e lavoravo al Teatro Stabile di Catania. Diventammo amici. Riuscì a trasmettermi valori in cui credo ancora oggi: la libertà, il senso del rispetto, la dignità.” In teatro ha interpretato molto Pirandello, Sciascia, Dostoevskij, Durenmatt, Martoglio, De Roberto, Buchner, Arrabal. Attore di razza che spazia dal dramma alla commedia fa molta tv e molto cinema.

Voltandoti indietro, cosa vedi?

Io e moltissimi italiani oggi viviamo nella libertà e abbiamo un presidente saggio che va ascoltato. Negli anni Cinquanta il Paese era in ricostruzione, a Catania lavoravano tutti. Non c’era niente per i ragazzini dopo la scuola. Ma io ho avuto fortuna: a 15 anni ho partecipato all’inaugurazione del Teatro Stabile diretto poi da Mario Giusti per 30 anni. Ricordo le tournée in Sudamerica e un corteo di persone da Turi Ferro a Salvo Randone fino al siparista che mi hanno insegnato cose basilari. Ave Ninchi mi ha stimolato ad andare a Roma ospite suo per 6 mesi poiché non avevo mezzi. In seguito ho abitato in una pensioncina in via Panisperna. Con la mia formazione teatrale mi sono inventato la faccia buffa nel cabaret: un passaggio positivo. Anche il periodo di latte e biscotti lo ricordo con tenerezza” dice sorridendo.

Si riferisce agli anni del Bagaglino la compagnia di varietà fondata nel 1965 da Castellacci e Pingitore dove ha lavorato con Pippo Franco e Oreste Lionello: massima la popolarità grazie alla messa in onda tv (dal 1972). Archiviata l’esperienza ne riconosce l’importanza.

C’è stata una sorta di pregiudizio e mi è dispiaciuto che nel 2014 nel festeggiare i 60 anni della tv non si è considerato il Bagaglino che fece 14 milioni di telespettatori. La gente aveva voglia di ridere e di sapere cos’era la politica in quegli anni attraverso uno show. Lionello, Pippo Franco ed io eravamo personaggi e la mia signora Leonida era il trionfo delle signore ignoranti che però avevano fatto i soldi”.

Il pubblico cosa ti da?

Ho sempre rispettato il pubblico, mi preparo come si deve: autori come Camilleri e Sciascia mi hanno lasciato un segno forte. Col “Giorno della civetta” assieme a Pattavina e Musumeci siamo stati in tournée in tutta Italia. Il pubblico era incuriosito e impaurito perché per la prima volta si vedeva la mafia in scena nella sua brutalità. L’attore dev’essere attore con la maiuscola, deve conoscere i linguaggi del palcoscenico. Allo Stabile sono rimasto per 10 anni. Ho guardato tutto, non ho mai imitato semmai rubato”.

Come trovi oggi Catania?

La amo nonostante tutto: questo cancro della mafia, l’imbarbarimento, il vendersi la propria dignità. Tutte le volte che mi si è prospettato un progetto culturale in Sicilia come quello relativo al rifacimento della casa di Pirandello ad Agrigento ho partecipato. Ho dato la voce a Pirandello. Non ho chiesto denari e sono fiero d’averlo fatto”.