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Al Golden Globes 2026 il rosso (carpet) batte forte: tra lampi d’archivio, “naked dress” e omaggi ad Armani, ecco chi ha davvero vinto la notte
Dal nero “old Hollywood” alle paillettes liquide: una guida critica e utilissima ai look migliori (e peggiori) della serata, con stilisti, dettagli e trend che contano davvero
Immaginate il foyer del Beverly Hilton la sera di domenica 11 gennaio 2026: un brusio di tappeti trascinati, l’odore dei laccaspray, i flash che rimbalzano sui cristalli. Poi, uno strappo: un lungo giallo acceso taglia il buio del dress code total black. È Wunmi Mosaku, che con un abito fluido color canarino e un sorriso svela un baby bump destinato a ridefinire l’umore di una serata dominata dal nero. È il segnale più sincero di questi 83esimi Golden Globes: sotto lo scintillio si è cercata una forma di verità. E, quando è arrivata, ha lasciato il segno.
Il contesto in due coordinate (per capire il resto)
- Luogo e atmosfera: Beverly Hills, tappeto rosso al Beverly Hilton, tendenza diffusa al nero, al minimal “Old Hollywood” e a tocchi di metallici intelligenti.
- Leitmotiv stilistico: omaggi a Giorgio Armani (scomparso da poco), silhouette pulite interrotte da dettagli-scultura, qualche “naked dress” ben calibrato, e i nuovi codici del “whale tail” (il g‑string a vista), con esiti alterni.
I look top: semplicità, impatto, coerenza
Tessa Thompson, l’eleganza come sottrazione
La più convincente? Tessa Thompson. Il suo abito verde — un’armatura di paillettes a scaglie, linea netta, schiena nuda — firmato Balenciaga (direzione Pierpaolo Piccioli) dimostra che la grande moda da red carpet non ha bisogno di urlare per farsi sentire. Un colore “difficile”, la luce che scivola uniforme, zero orpelli oltre a un bracciale importante: è la prova che la regola d’oro del tappeto rosso resta la stessa da decenni: se l’idea è forte, tutto il resto è rumore. Il nome in etichetta conta, certo, ma qui vince soprattutto la coerenza del messaggio.
Wunmi Mosaku, la gioia come dichiarazione
Con un abito giallo personalizzato Matthew Reisman, Wunmi Mosaku ha trasformato il red carpet in un racconto personale. Il giallo rimanda al detto yoruba “Iya ni Wúrà” (“la madre è d’oro”), un ponte tra radici e presente che spiega perché tutti ricordiamo il suo passaggio: non per la lunghezza dello strascico, ma per la precisione del significato. Abiti così funzionano perché non esitano: la palette è piena, la linea scivolata, l’effetto è una luminosità che non grida, avvolge. In una serata con molto nero, quel giallo è stato il vero punto di bianco.
Emma Stone, la leggerezza ragionata
Tra i “colpi di colore”, Emma Stone (ambasciatrice Louis Vuitton) ha optato per un due pezzi burro — corto top e gonna longuette a frange di perline — che gioca con il tema della pelle a vista senza farne un totem. L’insieme è fresco, costruito sul contrasto tra superfici: la trama fitta delle perline “spegne” la parte scoperta e la rende grafica. Nota di metodo: quando un look nude funziona, di solito c’è un controllo millimetrico di peso e movimento; qui la gonna fa il lavoro più importante, trasformando la luce in paillettes liquide.
Selena Gomez, manuale di sobrietà “d’autore”
Il nero di Selena Gomez in Chanel è l’esempio di come il “classico” non sia sinonimo di noia. Taglio pulito, piume bianche a contrasto, un bob lucidissimo: pochi elementi, leggibili da 10 metri e riconoscibili in foto in 0,5 secondi. Il punto non è stupire, ma dichiarare appartenenza a un certo vocabolario couture e maneggiarlo con disinvoltura. Qui succede.

Rose Byrne, il nero con contenuto
Alla categoria “se conosci la tecnica, si vede” appartiene Rose Byrne in Chanel: un abito off‑shoulder la cui ricchezza è “nascosta” nel lavoro di ricamo — migliaia di cristalli e ore di sartoria — capace di dare al nero profondità e moto senza appesantire. Un caso di scuola: decorazione come struttura, non come peso.
Elle Fanning, il romanticismo che non addormenta
A metà tra diva d’altri tempi e “principessa moderna”, Elle Fanning in Gucci scommette sul chiaroscuro argento‑azzurro con una linea che scolpisce senza irrigidire. È un linguaggio che conosce bene, ma qui c’è un passo in più: l’ornamento non è zucchero, è architettura.
I rischi calcolati (e quelli che non tornano): le scelte meno riuscite
Jenna Ortega, quando i dettagli sono troppi
Dopo due stagioni di Wednesday, il nero appartiene per DNA a Jenna Ortega. La scelta Dilara Findikoglu — collo alto, spalle imbottite, frange di strass, cut‑out profondi, schiena completamente aperta con “whale tail” a vista — è coerente con l’estetica gotica che l’ha resa iconica. Il problema? La somma dei dettagli crea rumore. In foto, ogni elemento (colletto, frange, aperture laterali, coda bassa dei capelli, sopracciglia schiarite) reclama proscenio; insieme, si pestano i piedi. L’idea è forte, ma il montaggio avrebbe giovato di una sforbiciata del 30%.
Cosa impariamo: il “g‑string” scoperto è un trend reale, ma sul tappeto rosso funziona quando è il “punto” di un discorso chiaro, non quando arriva come l’ennesima virgola.
Lisa in Jacquemus, il nudo che chiede fuoco (e luce) giusti
Il debutto dark di Lisa (membro delle BLACKPINK) in Jacquemus va letto con attenzione: la trasparenza velata e la drappeggiatura nera giocano con l’idea di “naked dress” in versione poetica. Ma il nero assoluto su una tinta unita di set fotografico altrettanto scura appiattisce i volumi. Qui l’abito chiede un controluce e un gloss di pelle più deciso per leggere il gesto del drappeggio; senza, rischia di sembrare più semplice di quanto sia. Non è un errore, è una questione di regia.
I “troppi segni” della serata
- “Nude” iper‑decorati come quello di Jennifer Lopez (vintage Jean‑Louis Scherrer) sollevano sempre un dilemma: il confine tra citazione storica e déjà vu è sottile. Il ventaglio di tulle a sirena e i ricami floreali appesantiscono una figura che non ne ha bisogno.
- Alcuni completi satin maschili con rose metalliche, catene e camicie sbottonate “fino a lì” inciampano nel rischio costume. La lezione resta: un accessorio di troppo può trasformare un look da “sì” a “vorrei ma non posso” in tre secondi.
I trend che contano (e come riconoscerli al volo)
1) Il ritorno responsabile del nero
- Parole chiave: Old Hollywood, tagli netti, spalle strutturate, pettinature scolpite (bob lucidissimi, onde a dito).
- Funziona perché: il nero annulla il rumore e fa parlare la costruzione. Se il taglio è impeccabile, la foto fa il resto.
- Riferimenti utili: Ariana Grande in Vivienne Westwood che abbandona il rosa zucchero per un nero disciplinato; Selena Gomez e Rose Byrne come casi-scuola di profondità su base nera.
2) Colore come dichiarazione d’identità
- Parole chiave: gialli solari, verdi pietra o chartreuse, rosa vivo strategico.
- Funziona perché: colore + narrativa = memorabilità. Il giallo di Wunmi Mosaku non è “carino”: è un messaggio.
- Attenzione: il verde è traditore. Su Tessa Thompson funziona perché è una tonalità saturo‑fredda con finitura “a scaglie” che spezza la massa cromatica.
3) Metallico intelligente
- Parole chiave: perline fitte, paillettes micro, lamé “liquidi”.
- Funziona perché: trattiene la luce ma la filtra, regalando profondità (vedi Emma Stone, Elle Fanning).
- Nota pratica: se il metallico è pieno, trucco e gioiello vanno in sottrazione.
4) Il “naked dress” è evoluto
- Dal nudo shock al nudo “curato”: tagli controllati, sottovesti tecniche, ricami che strutturano (non decorano soltanto).
- Funziona quando: c’è un solo punto focale (scollatura, schiena, fianchi). Se i punti sono tre, lo sguardo perde gerarchia (vedi alcuni abiti criticati della serata).

5) Il ritorno dell’accessorio‑segnale
- Spille importanti su smoking maschili (brooch mania), occhiali tinta whisky su completi marroni, collane serpentine su camicie sbottonate.
- Funziona perché: un segno forte aggiorna il classico senza travestirlo.
Stilisti e case di moda: chi ha vinto la narrazione
- Balenciaga: l’intervento di Pierpaolo Piccioli porta in dote una grammatica dell’impalpabile‑scultoreo che conquista il red carpet. L’abito di Tessa Thompson è già tra le immagini destinate a durare.
- Louis Vuitton: tra Emma Stone e diversi metallic look, la maison conferma una mano solida sulle superfici complesse.
- Chanel: quando si parla di ricamo come architettura, poche case sostengono il confronto. Il lavoro su Rose Byrne è prova concreta.
- Gucci: glamour narrativo e “modern princess” ben dosata su Elle Fanning.
- Giorgio Armani Privé: tra omaggi e presenze su star di peso, la serata racconta quanto il lessico Armani resti un riferimento quando serve disegnare l’idea di eleganza con la E maiuscola.
- Jacquemus: il “nudo poetico” di Lisa segna una linea interessante, da testare con regie luci più favorevoli.
- Dior, Givenchy, Valentino, Prada: presenze diffuse che consolidano la mappa del potere sul tappeto rosso, tra rigore, citazioni e qualche scommessa.
Beauty e accessori: dove si giocava la partita
Capelli
- Bob lucidissimi e corti tagli chirurgici (vedi Emma Stone): danno grafica al viso e puliscono la zona collo‑spalle, fondamentale con scolli importanti.
- Onde “quasi bagnate” e code basse: funzionano se il tessuto dell’abito ha una componente rigida (paillettes, ricami), perché aggiungono morbidezza.
Trucco
- Labbra nude e bleached brows su Jenna Ortega: scelta coerente per non competere con il vestito, ma da gestire con attenzione sotto i flash perché può “svuotare” il viso.
- Boccate di rosso ciliegia e eyeliner Old Hollywood a bilanciare il nero diffuso.
Gioielli
- Spille su smoking maschili, pendenti singoli su scollature a V (vedi Julia Roberts nell’omaggio ad Armani), diamond line sottili quando il vestito già parla. La regola del pollice: un solo pezzo statement, il resto accompagna.
Lezione di stile: come leggere (e usare) un red carpet
- Non è una sfilata: è una vetrina narrativa. Un abito vince quando dice “chi sei” in 3 mosse: colore, linea, un dettaglio‑firma.
- La memoria fotografica premia la semplicità ad alto contenuto: Tessa Thompson e Wunmi Mosaku restano negli occhi non perché “tanto” ma perché “giusto”.
- Trend da maneggiare: il “whale tail”. Esiste, funziona in chiave editoriale, ma sul red carpet chiede disciplina.
- Il nero: non stanca se lavora di texture e taglio.
- Il nudo: oggi è ingegneria. Se si vede la struttura (foderature, sostegni, pannellature), si perde poesia.

