“Il silenzio delle corde”: addio a Francis Buchholz, il basso che fece vibrare gli Scorpions
Una scomparsa che pesa come un power chord: il leggendario bassista tedesco se ne va a 71 anni per un tumore. Tra Hannover e il mondo, un’eredità scolpita in groove precisi, tour epocali e hit che hanno raccontato la fine della Guerra fredda
E' morto Francis Buchholz il bassista degli Scorpions. Aveva 71 anni e si è spento dopo una malattia che la famiglia ha definito “una battaglia affrontata insieme”. L’annuncio è arrivato sui social, poi la conferma del management della band: una notizia che risuona come un colpo di rullante nel cuore di chi è cresciuto con “Rock You Like a Hurricane”, “Still Loving You” e “Wind of Change”.
A comunicare per primi la scomparsa è stata la famiglia su Facebook, con parole semplici e feroci nella loro verità: “se n’è andato serenamente, circondato d’amore”. Poche ore dopo è arrivata la conferma dell’entourage degli Scorpions e le condoglianze ufficiali. Alcuni media hanno riportato anche la voce del portavoce del gruppo, Peter Lanz, che ha dato riscontro alla notizia ricevuta dai familiari. L’ultimo saluto, per chi lo ha ascoltato e applaudito per anni, è nelle canzoni: il repertorio che quel basso ha accompagnato con discrezione e duttilità.
Nato ad Hannover il 19 febbraio 1954, Francis Buchholz imbraccia il basso da adolescente, passa per piccole formazioni blues e rock locali e nel 1972 entra nei Dawn Road, insieme al chitarrista Uli Jon Roth. Quell’alchimia confluirà, nel 1973, nella rifondazione degli Scorpions, dove Buchholz trova la sua casa musicale per quasi vent’anni. Non il virtuoso sopra le righe, ma il metronomo musicale che dà struttura: un’eleganza “di servizio”, la scienza del less is more.
Con Buchholz al basso, gli Scorpions attraversano la loro stagione più prolifica. Dal primo contributo in studio con “Fly to the Rainbow” (1974) alle pietre miliari “Lovedrive” (1979), “Animal Magnetism” (1980), “Blackout” (1982), “Love at First Sting” (1984), fino a “Crazy World” (1990), la sezione ritmica scolpisce un’identità sonora in cui riff e melodia coesistono. In quegli anni la band entra nel canone dell’hard rock globale e incide brani destinati a una lunghissima rotazione radiofonica e a un’infinita vita da arena.
L’estetica di Buchholz si riconosce nella pulizia, nella messa a fuoco dei transiti armonici: poche note, tutte necessarie. Sul palco, nella stagione dei tour mastodontici (la leggendaria tournée mondiale dell’1984), il suo basso è un binario che consente alla band di accelerare senza deragliare. Nei concerti all’Madison Square Garden e a Los Angeles, come riportano le cronache, il live sound degli Scorpions si regge su quella regolarità “elastica” che solo una mano esperta sa dare.
Dopo aver contribuito alla lavorazione di “Crazy World” (1990), album che contiene anche la sua unica firma autoriale accreditata negli Scorpions (“Kicks After Six”), Buchholz lascia la band nel 1992. Le motivazioni toccano l’ambito gestionale e personale, come lui stesso avrebbe raccontato in interviste successive. È la fine di un ciclo: quasi 18 anni in cui un bassista apparentemente “invisibile” ha invece dettato i tempi del successo mondiale del gruppo.
Fuori dagli Scorpions, Francis Buchholz non abbandona la musica. Torna a collaborare con Uli Jon Roth a metà anni Duemila e, nel decennio successivo, entra nella formazione Michael Schenker’s Temple of Rock, con cui registra due album in studio, “Bridge the Gap” (2013) e “Spirit on a Mission” (2015), oltre a live celebrati dai fan. In parallelo, si dedica a produzioni, consulenze e a una dimensione più artigianale del suono, forte anche dei suoi studi tecnici. Nel 1996 firma il volume “Bass Magic”, testimonianza di una curiosità mai spenta per la meccanica del groove.
Non tutti lo sanno, ma oltre al palco Buchholz coltivava l’interesse per l’ingegneria del suono e la progettazione di diffusori. Ha contribuito a sviluppare e distribuire particolari cabinet esponenziali, unendo passione tecnica e attenzione alla comunità che lavorava dietro le quinte: una visione che cercava di garantire occupazione ai roadies anche fuori tour. È un dettaglio che restituisce l’idea di un musicista non solo esecutore, ma “costruttore” di ecosistemi musicali.