Musica
“Panta Rhei”, il nuovo viaggio sonoro della violinista siciliana Francesca Guccione
Tutto scorre, nulla rimane uguale. Il terzo album dell'artista in uscita il 20 marzo per Neue Meister
La violinista e compositrice originaria di Modica
Il tempo come materia sonora, il cambiamento come principio creativo. Con Panta Rhei: An Ontology of Becoming, in uscita il 20 marzo 2026 in CD, vinile e digitale per l’etichetta berlinese Neue Meister, la violinista e compositrice siciliana, originaria di Modica, Francesca Guccione, firma il suo terzo album, proseguendo un percorso artistico che intreccia musica da camera, elettronica e ricerca filosofica.
Dopo The Geometry of Time, Guccione torna a interrogarsi sul tema della trasformazione, costruendo un lavoro che nasce più come processo che come progetto prestabilito. Ne abbiamo parlato con lei.
“Panta Rhei” richiama il celebre frammento di Eraclito: tutto scorre. Da dove nasce questo album?
«È nato in modo molto organico. Non avevo in mente un concept rigido: sono partiti singoli brani, cellule sonore in movimento. Solo dopo mi sono accorta che stavano convergendo verso un ciclo coerente. Il tema del divenire è emerso quasi spontaneamente, come qualcosa che già abitava il mio modo di scrivere».

Si tratta di una naturale prosecuzione di “The Geometry of Time”?
«Sì, direi di sì. Se nel disco precedente riflettevo sul tempo come struttura, qui mi concentro sul tempo come trasformazione. Mi interessa ciò che muta, ma anche ciò che rimane, magari in forma diversa. Continuità e cambiamento convivono».

Al centro del lavoro c’è il dialogo tra archi ed elettronica. Come si sviluppa?
«Per me non è una sovrapposizione, ma un dialogo dinamico. Gli strumenti classici e l’elettronica si fondono in uno spazio sonoro che cambia continuamente. Ci sono ostinati, cicli, metamorfosi timbriche: elementi che non funzionano solo come motore ritmico, ma come invito all’immersione. È un flusso in dieci movimenti dove realtà e immaginazione si intrecciano».
La sua musica viene spesso definita “modern classical”. Lei come la descriverebbe?
«Faccio fatica a collocarla in una categoria precisa. Preferisco parlare di “classica alternativa”. Per me musica e arte abitano dimensioni profondamente personali e astratte. Mi muovo tra motivi neoclassici, texture ambient e colori elettronici sottili. È una scrittura che cerca sospensione più che spinta».
Il violino resta il fulcro del suo linguaggio?
«Assolutamente sì. A volte è un impulso delicato, altre una traccia sospesa nell’ensemble. È l’elemento unificante del disco. Attorno al violino si intrecciano risonanze familiari e timbri inattesi».
L’album vede la partecipazione di numerosi musicisti internazionali. Quanto è stato importante il confronto?
«Fondamentale. Hanno partecipato, tra gli altri, Bryan Senti, Violeta Vicci, Antonella Solimine, Francesco Angelico, Chiara Trentin, Robert Gromotka e Frieder Nagel. Ognuno ha portato una sensibilità diversa, tra formazione classica e ricerca contemporanea. È nato un paesaggio sonoro ispirato alla filosofia e alla natura».
Anche il lavoro in studio ha avuto un ruolo centrale.
«Sì, la collaborazione con il mixing engineer Gabriele Gambera e con i tecnici del suono Saretto Emmolo e Alessio Vanni è stata decisiva. La profondità e la trasparenza del suono sono parte integrante del progetto. La produzione non è un dettaglio tecnico, ma un elemento espressivo».

Il suo percorso artistico intreccia musica e immagine. Quanto incide la formazione in musica per film?
«Moltissimo. Mi ha insegnato a pensare il suono come architettura percettiva del tempo. Ho studiato composizione e musica per film, conseguendo un Master con il massimo dei voti. Scrivo tra musica da camera, elettronica analogica e produzione in studio. Gli ostinati e i cicli, per me, non sono solo propulsione ma sospensione e immersione».
Dal debutto con “Muqataea” a oggi il suo percorso è stato in costante crescita. Quali tappe considera decisive?
«Il primo album, pubblicato nel 2021 per Whales Records con Giovanni Sollima come direttore artistico, è stato un punto di partenza importante. Poi l’EP Utopia Aerial View in collaborazione con Moog Music e, nel 2024, The Geometry of Time con Neue Meister. Parallelamente, le esperienze dal vivo in Europa — dall’Opera Prima Festival a Blaues Rauschen, fino al Colosseum di Berlino — hanno consolidato il mio percorso».
Ha lavorato anche per il cinema, con produzioni presentate a Venezia e Roma. Che esperienza è stata?
«Nel 2023 ho collaborato alla colonna sonora di Lubo di Giorgio Diritti, presentato all’80ª Mostra del Cinema di Venezia, e al film finlandese Death Is a Problem for the Living, in concorso alla Festa del Cinema di Roma. Sono esperienze che ampliano lo sguardo e mettono la musica in dialogo con altre forme narrative».
Accanto alla pratica artistica c’è una forte dimensione di ricerca.
«Sì, ho lavorato su Jóhann Jóhannsson nell’ambito di un progetto PRIN, presentando i risultati in diverse università italiane. Attualmente sono dottoranda tra i Conservatori di Rovigo e Vicenza, dove indago la composizione contemporanea all’intersezione tra scrittura per archi, produzione digitale e pratiche elettroacustiche. Mi interessa esplorare i workflow basati su DAW e le nuove forme di notazione».
In definitiva, che tipo di ascolto richiede “Panta Rhei”?
«È un album scritto per un ascolto attento. Fluttua tra realtà e immaginazione, e attraverso sfumature sottili rende percepibili sia il cambiamento sia la permanenza. È un invito ad abbandonarsi al flusso continuo».

Con Panta Rhei, Francesca Guccione conferma una poetica sospesa tra rigore e visione, radicata in una formazione solida ma aperta alla sperimentazione. Un lavoro che, fedele al suo titolo, invita ad accogliere il divenire come forma stessa dell’esistenza — e del suono.