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Il racconto

Kobe Bryant con Federico Buffa diventa infinito: lo spettacolo in scena a Trapani, Palermo e Barcellona Pozzo di Gotto

Federico Buffa racconta Kobe: dalla Mamba Mentality ai ricordi di campo, tra riflessioni sulla leggenda e le tre tappe in Sicilia

16 Febbraio 2026, 14:03

Kobe Bryant con Federico Buffa diventa infinito: lo spettacolo in scena a Trapani, Palermo e Barcellona Pozzo di Gotto

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Raccontare Federico Buffa è quasi un paradosso, visto che in fondo è lui che da anni ci racconta. Tutti, indistintamente. Lo chiamano storyteller, e di certo lo è, ma come quei mondiali di calcio che lui ci ha fatto amare ancora di più. Con le sue telecronache e i suoi dipinti di parole ha scandito, e continua a scandire, il tempo delle generazioni che sono cresciute con lui. Con lui e con i personaggi che racconta, come nel caso di Kobe Bryant con lo spettacolo “Otto Infinito - Vita e morte di un Mamba”, dedicato alla leggenda del basket mondiale, scomparsa a 42 anni nel 2020, in un incidente in elicottero insieme alla figlia Gigi. Tre appuntamenti in Sicilia, organizzati da Marcello Cannizzo Agency, GoMad Concerti e Gianfaby Production, prodotti da Imarts e presentati da Sky Sport: il 19 febbraio a Trapani (teatro Ariston), il 20 febbraio a Palermo (teatro Golden) e il 21 febbraio a Barcellona Pozzo di Gotto (teatro Mandanici).

Federico, quando è morto Kobe il mondo ha perso una persona fondamentale. Su cosa si focalizza il tuo spettacolo?

Mi permetto delle osservazioni su di lui, un personaggio che ha poco in comune col mondo. La sua ultima gara, giocata in quel modo, con 60 punti, non reale. Mentre era in fase agonistica, Kobe era un personaggio intrattabile, dai 38 ai 42 anni, quando è morto, aveva fatto pace con se stesso e con tutto quello che c’era attorno. Umanamente la parte migliore di lui. Un amico comune mi ha detto che voleva diventare presidente degli Stati Uniti.

Chi era Kobe Bryant?

Un fuoriclasse con molte più fragilità di quelle che mostrava, un uomo con una visione planetaria. Tutti i fenomeni hanno queste fragilità, fuori dal campo, e non è facile vivere le due vite in maniera armoniosa, nonostante tutti gli aiuti e con una lega (Nba) che fa di tutto per mettere a proprio agio i giocatori.

La sua ossessione per il successo, la sete di conoscenza e la capacità di ispirare generazioni, la Mamba Mentality. C’è un nuovo Bryant?

Assolutamente no. In molti vorrebbero ma non ci si avvicinano nemmeno vagamente. Il basket Usa è in crisi, non produce più grandi giocatori. C’è qualcuno come Anthony Edwards, ma non c’è il fuoriclasse. Manca quello che Jordan passò a Kobe e quello che Kobe poi passò a Lebron. Manca la consegna mentale, quel testimone di grandezza che oggi non c’è, quell’essere non solo un buon giocatore di basket ma un qualcosa di più.

Hai vissuto anche dal vivo molti “Kobe Moments”, qual è quello che senti più tuo?

I suoi primi tre titoli li ho visti dal campo, dove hai una visione diversa. A Indianapolis, nelle Finals del 2000, 2-1 nella serie, Shaquille O’Neal si prende il sesto fallo, tutti festeggiano a Indianapolis come se già fossero 2-2. Io ero davanti alla panchina e ho visto Kobe decidere. Esce da lì e gioca 3 minuti di basket lunare, a 21 anni, ti rimaneva la sensazione di guardare un predestinato.

Pensi mai al giorno della sua morte?

Ci penso continuamente. Ero a Park City, per un festival del cinema. Faccio leggere ad un amico che era con me il messaggio di Federico Ferri, il mio direttore di Sky, dove c’era scritto che Kobe era morto. Il mio amico è uscito a controllare se fosse vero, è tornato e non abbiamo parlato praticamente per due giorni.