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Berlinale 2026, l’Orso d’oro a “Yellow Letters”: il cinema alza la voce e Wim Wenders annuisce

Un premio che vibra di attualità, un verdetto “politico” e coraggioso: la parabola anti‑totalitaria firmata da İlker Çatak conquista la giuria e trascina un palmarès che parla chiaro

21 Febbraio 2026, 22:05

Berlinale 2026, l’Orso d’oro a “Yellow Letters”: il cinema alza la voce e Wim Wenders annuisce

Un premio che vibra di attualità, un verdetto “politico” e coraggioso: la parabola anti‑totalitaria firmata da İlker Çatak conquista la giuria guidata da Wim Wenders e trascina un palmarès che parla chiaro

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“Yellow Letters” — scritto e diretto da İlker Çatak, regista tedesco‑turco già acclamato per “The Teacher’s Lounge” — vince l’Orso d’oro della 76ª edizione del festival. È la prima volta, dopo più di 20 anni (l’ultimo fu “Head‑On” di Fatih Akin nel 2004), che un titolo tedesco si aggiudica il massimo riconoscimento a Berlino. Un dato che parla al presente del Paese e al nervo esposto del dibattito europeo.

Il film è una parabola contro il totalitarismo: mette in scena la caduta, umana e professionale, di una coppia di artisti turchi — una regista teatrale e un attore — travolta da persecuzioni politiche. Non è un’allegoria rarefatta: l’azione si consuma in città identificate, con un realismo che volutamente finge poco — le riprese in Germania ricostruiscono Ankara e Istanbul proprio per suggerire che certe dinamiche possono appartenerci da vicino. Wenders, salendo sul palco, definisce il film “un presagio” e un atto di chiarezza contro “il linguaggio politico del totalitarismo”, segnando il tono del verdetto.

“Yellow Letters” segue Derya (Özgü Namal) e Aziz (Tansu Biçer), due artisti che improvvisamente si ritrovano interdetti dal lavoro per le loro opinioni. Le “lettere gialle” — avvisi, ammonimenti, richiami — diventano la grafica sinistra del controllo. Çatak orchestra una regia tesa, sorretta dalla fotografia di Judith Kaufmann e da un montaggio che sacrifica il superfluo per lasciare affiorare la pressione sociale. È un racconto di coppia che diventa storia collettiva, cronaca di un isolamento forzato che intacca amicizie, economia domestica, libertà di espressione.

Il riconoscimento a “Yellow Letters” è anche un segnale industriale. Sulla produzione compaiono Arte, ZDF, if… Productions e partner francesi e turchi; la distribuzione tedesca è di Alamode Film, con Be For Films alle vendite internazionali. L’uscita nelle sale in Germania è programmata per il 5 marzo 2026: tempismo che cavalca l’onda lunga del premio e prepara il terreno a un dibattito che, con ogni probabilità, travalicherà i confini cinefili.

Non è solo l’Orso d’oro a dire la direzione culturale del festival. Il Gran Premio della Giuria (Silver Bear) va a “Salvation (Kurtuluş)” di Emin Alper, altro racconto tesissimo che, dalle crepe di un villaggio montano, fa emergere conflitti di potere e derive di fanatismo religioso. Un premio che Alper consacra con un discorso vibrante di solidarietà verso oppositori e dissidenti, dalla Turchia a Gaza e Iran, riscuotendo applausi a scena aperta.

Il Premio della Giuria (Silver Bear) va a “Queen at Sea” dell’americano Lance Hammer, che incassa anche l’Orso d’argento per la miglior interpretazione non protagonista, condiviso da Anna Calder‑Marshall e Tom Courtenay. A Sandra Hüller — volto cardine del nuovo cinema tedesco — l’Orso d’argento per la miglior interpretazione protagonista per “Rose” di Markus Schleinzer. Il premio alla miglior regia incorona Grant Gee per “Everybody Digs Bill Evans”, segno che la giuria ha voluto bilanciare l’impegno con un’idea di stile esatto e personale. La miglior sceneggiatura è di Geneviève Dulude‑de Celles per “Nina Roza”. L’Orso d’argento per il contributo artistico celebra il documentario americano “Yo (Love Is a Rebellious Bird)” di Anna Fitch e Banker White. Una mappa di premi che, nel complesso, regala una linea di lettura limpida: il 2026 è un’annata in cui il cinema internazionale si misura frontalmente con il presente.

In giuria, accanto a Wim Wenders, siedono Min Bahadur Bham, Bae Doona, Shivendra Singh Dungarpur, Reinaldo Marcus Green, Hikari, Ewa Puszczyńska. Un mosaico di sensibilità che ha trovato un punto di equilibrio nel dialogo serrato tra linguaggi e tradizioni. La “benedizione” di Wenders al risultato finale non è un dettaglio ornamentale: è la cornice culturale che legittima un palmarès coerente con le tensioni del dibattito globale.

Nato e cresciuto in Germania, con radici familiari in Turchia, İlker Çatak fa di “Yellow Letters” un film di frontiera culturale. Le riprese in Amburgo e Berlino, ambienti che “interpretano” Ankara e Istanbul, non sono un compromesso produttivo ma una scelta poetica: l’“altrove” è qui, e ciò che oggi censura a Est può, domani, bussare a Ovest. In controluce, il film dialoga con la sua opera precedente, “The Teacher’s Lounge”, dove il microcosmo scolastico diventava laboratorio di tensioni sociali. Qui il raggio si allarga, ma la logica resta la stessa: osservare un sistema sotto stress.