musica
"Quest'Isola deve uscire dal pantano del clientelismo"
Pippo Pollina, dalla Sicilia alla Svizzera, un tour per risvegliare le coscienze
C’è musica oltre Sanremo. E scusate se non ci piace allinearci al mainstream delle note da supermercato. Preferiamo essere tacciati di nostalgismo (quello bello, puro) per un sound più di nicchia, meno rumoroso e per niente modaiolo, da consumare preferibilmente entro le quattro mura di casa con lo scricchiolio della puntina del nostro vecchio Thorens, o in qualche locale dai tavolini macchiati di birra e dal palco semibuio dove un’orchestra di gatti ci propina un’ouverture...
È comodamente seduto nella sua casa di Zurigo, Pippo Pollina, cantautore, in pausa dal suo tour. Palermitano costretto a lasciare casa per riempire la valigia di sogni e realizzarli lontano miglia e miglia dalla comfort zone della sua città, della sua famiglia.
In quella Svizzera perfetta, ordinata, puntuale. Almeno fino alla tragedia di Crans-Montana.
«Già. Quello che è successo la notte di Capodanno è un classico esempio di incuria e di incoscienza da parte di chi ha partecipato a questo convivio, non rendendosi conto di quello che stava succedendo. Poi, credo che in Svizzera ci sia ancora molto da fare dal punto di vista della sicurezza. Io vado a suonare in certi locali, club storici, e mi chiedo: ma se dovesse succedere qualche cosa? Siamo messi male. Me lo son detto mille volte. Ecco perché quanto accaduto non mi ha stupito più di tanto».
Tutto il mondo è paese?
«Non direi. In Italia succede il contrario. Da lavoratore dello spettacolo, mi rendo conto che ogni tanto, questa cosa diventa un’arma della burocrazia per produrre denaro per cose che potrebbero benissimo essere considerate inutili».
Viriamo verso la musica. Pensi che sia un’arma per lanciare messaggi?
«Non ne sono convinto. Quando scrivo e compongo obbedisco ai suggerimenti della mia anima e della mia coscienza. Dopodiché, se ci ragiono, a parte il fatto che di musica impegnata non si parla più da 35/40 anni, oggi si fa solo intrattenimento».
Edoardo De Angelis parlava di «cantautore necessario».
«Necessario per chi?», ride.
Forse per i giovani?
«Io faccio fatica ed essere ottimista. Ho l’impressione che per una rinascita è necessaria la grande tragedia. Il mondo si è rialzato nel 1945 dopo la fine della II Guerra Mondiale con i suoi 70 milioni di morti e ha deciso di prendere la strada della democrazia, almeno nel mondo occidentale, ripudiare la guerra. Abbiamo scritto magnifiche costituzioni, e piano piano le autocrazie, comprese quelle spagnola e portoghese, hanno lasciato spazio alle volontà dei popoli. Ora sono passati 80 anni. Le parole, i ricordi dei nostri nonni valgono meno di una lira ed ecco che si ricomincia a parlare di cose assurde che sembravano morte e sepolte. Eppure il dibattito sul fascismo è ancora molto attuale perché evidentemente coloro i quali credevano in tutto questo si erano nascosti nelle maglie larghe della democrazia e i loro figli e i loro nipoti sono usciti e reclamano spazio, potere e autorità».
Difficile riportare l’intervista sul terreno della musica, ma ci proviamo.
Il tuo ultimo disco, «Guerra e Pace» trasuda Sicilia. Penso alla presenza, tra gli altri, di Marcello Mandreucci, un’icona della musica «made in Palermo».
«Quando l’ho conosciuto era già molto attivo, faceva concerti, si destreggiava abbastanza bene nell’ambito musicale. È nata una bella amicizia. Ha una sensibilità umana che lo rende una rarità nel panorama della musica animata da uno spirito piuttosto egocentrico. Ogni volta che vado a Palermo, ormai ogni due/tre mesi, ci vediamo, facciamo musica, parliamo, e l’ultima volta gli ho fatto sentire un brano. C’erano con noi anche Alfonso Moscato e Raquel Romeo, ed è nata l’idea di interpretarlo. Il video di “Questo tempo insieme” lo abbiamo girato ai Quattro Canti come se fossimo artisti di strada. È molto bello».
E Palermo vista dalla Svizzera, com’è?
«Non ha fatto grossi passi in avanti dal punto di vista urbanistico e della vivibilità, sono accadute delle cose motu proprio, penso al risveglio delle coscienze negli Anni ’90, il centro storico è stato rivitalizzato grazie a un’opera mirata voluta da Leoluca Orlando».
Era l’epoca dei sindaci «illuminati», da Orlando a Bassolino a Enzo Bianco a Catania.
«Sì, c’era questo vento che tirava di cui ancora oggi si notano gli effetti. Però adesso bisognerebbe compiere un passo ulteriore. Non c’è un’idea, non c’è fantasia, strategia, visione. C’è clientelismo, come sempre. La Sicilia vive di questo, la Regione, i Comuni sono legati a persone che non hanno idee, prospettiva, cultura. Stanno lì per coltivare gli interessi soliti, e questo si vede. La città, al di là dei vecchi problemi, dell’immondizia, dell’incuria, soffre la mancanza di strategia nell’educazione civica, perché il cittadino deve dare il suo contributo, non si può delegare tutto all’amministrazione, il funzionamento di una città passa anche dalla coscienza che il cittadino singolo deve avere. Chi ci guida non è un padre saggio, è un padre scellerato. Non che dall’altra parte siano meglio...».
-1771776941747.jpg)
Julian e Madlaina hanno collaborato al tuo disco. A proposito di padri scellerati. Tu che padre sei?
«Bisogna chiederlo a loro. Forse anch’io sono uno scellerato. Scherzi a parte hanno fatto la scelta di dedicarsi alla musica e lo fanno bene. Si sono affrancati molto presto dal linguaggio del papà per intraprendere un cammino artistico autonomo che non sfruttasse eventuali celebrità paterne o materne. Per questo li ammiro moltissimo».
Che rapporto hanno con la loro terra d’origine?
«Julian ha un rapporto più profondo perché ha coltivato amicizie a Palermo che ritrova ogni volta che torna. Mia figlia un po’ meno ma ogni volta che viene è felicissima. Mio figlio sta a Vienna, mia figlia a Parigi. Ci incontriamo a Palermo».
E della nostra isola cos’è che non ti può mancare?
«La passeggiata a mare visto che dove vivo io il mare non c’è. E le cose che la natura ti dispone davanti agli occhi fin da quando arrivi all’aeroporto, scendi dall'aereo e guardi il mare, il colore del cielo, l’aria, ritiri il bagaglio, vai al bar e finalmente ti prendi un caffè come Dio comanda».