Ulisse in guantoni: Stefano Accorsi in un umanissimo "Nessuno" al Teatro Abc
Teatro fisico, drammaturgia energica e una Penelope sensoriale. Spettacolo fino all'8 marzo a Catania
Stefano Accorsi, non si lascia spingere nell'angolo, indossa gli abiti di un instancabile pugile e porta in scena (al Teatro Abc di Catania, fino al prossimo 8 marzo) un umanissimo Ulisse. "Nessuno", diretto da Daniele Finzi Pasca, rompe le convenzioni, nondimeno lascia illesa l'universalità di una «vicenda» millenaria, costellata da ciclici desideri e furori. La regia verticale (introspettiva), dinamica, distinta da un'impronta brillante, conscia dell'eternità di un immaginario incorruttibile, «sposa» perfettamente il testo di Emanuele Aldrovandi. Una drammaturgia energica (magnetica) che favorisce un'azione scenica incessante, in cui il movimento fisico è strettamente legato alla parola.
È così che ascoltando sovviene, dal Canto XXVI dell'Inferno di Dante, un celebre passo attribuito a Ulisse: "Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza", incitazione al coraggio, alla curiosità intellettuale e, come nel caso in specie, allo «scavo» interiore. «Le parole hanno bisogno di sudore, per essere suonate con eleganza. Perché possano diventare leggere vanno spogliate, smussate rendendole ciottoli multicolori di una spiaggia immaginaria. Vengo da un teatro dove il corpo martella le parole forgiando immagini incoerenti simili a sogni. Per trovare questi punti di disequilibrio ci vogliono attori forti e delicati allo stesso tempo, abituati ad usare il corpo con l'elasticità e la potenza di un arco che scaglia immagini negli occhi degli spettatori», chiarisce Finzi Pasca. Sulla scena rivive il sogno (del teatro), rivive quella eccitazione intellettiva del dare forma alle cose mediante la concretezza della «comunicazione» (nella sua complessità, verbale e paraverbale).
Un'ora e trenta minuti senza interruzioni, per un «viaggio» tra salti temporali e cambiamenti repentini di «luoghi», «accenti» e «personaggi» (dallo sbigottimento di Telemaco, l'assenza di Filottete, agli incontri con Polifemo, con il signore dei venti, Eolo, all'ira di Poseidone, agli incantesimi di Circe, figlia di Helios, alla discesa nell'Ade, verso l'ombra della madre Anticlea…), forze contrapposte a nutrire tensione emotiva, celebrazione (solleticata, sollecitata con divertente ironia; ricordiamo che Finzi Pasca, intercalando la risata ci riconduce a noi stessi, alle nostre ferite, alle nostre vulnerabilità, in una parola alla nostra fragilità, leva sostanziale che rende moderno questo magnifico Ulisse) e attenzione al momento presente, «le avventure epiche si trasformavano nella quotidianità di vite ordinarie e le avventure dei semplici diventavano la sottile trama di vite straordinarie», custodendo consonanze.
Incantevole (in evidente «affinità elettiva» con Accorsi) Francesca Del Duca, perfetta artefice di vibrazioni fluttuanti, sinestetiche, pulsanti, complice, oltreché una voce ora calda, ora grave e profonda, la padronanza di una «pioggia» di strumenti a percussione, varietà timbriche e ritmiche, è riuscita a ricreare spazi, ambientazioni, sentimenti, intense atmosfere intatte fino (impersonando Penelope) alla scena ultima del «riconoscimento», agognato ricongiungimento con Ulisse. Perfetta anche la scenografia (scene di Luigi Ferrigno, costumi di Giovanna Buzzi; produzione di Nuovo Teatro, diretta da Marco Balsamo; la foto di scena pubblicata in copertina è di Viviana Cangialosi) essenziale e versatile, capace di lasciare spazio all'immaginazione del pubblico che ha fatto sentire la propria presenza con prolungati applausi, anche a scena aperta. E del resto, per dirlo con Carmelita Celi: «il teatro è per la gente, non per i critici».