Società
Modica, l'Unitre e la poesia dialettale di Franca Cavallo
L'appuntamento culturale ha consentito di porre sotto i riflettori un personaggio culturale di grande spessore
La poesia è stata protagonista del nuovo appuntamento dei “Giovedì dell’Unitre”, dedicato a “Poesia dialettale di Franca Cavallo nel solco della tradizione”, ospitato a Modica nell’Aula magna dell’Istituto Professionale di Stato “Principi Grimaldi”.
L’incontro ha registrato una presenza numerosa e partecipe, con riscontri lusinghieri da parte del pubblico.
Dopo il saluto, la presentazione e l’intervento introduttivo del presidente della sede locale dell’Università della Terza Età, Enzo Cavallo, la poetessa Franca Cavallo ha ringraziato per l’ospitalità e ha inaugurato la serata con la lettura di “Sicilia… terra biniritta”.
A seguire, il Coro dell’Unitre di Modica, diretto dalla maestra Claudia Perrone e accompagnato alla fisarmonica dal professor Giovanni Rosa, ha eseguito l’inno della Sicilia “Terra Madre”.
Come da programma, la poetessa Silvana Blandino ha introdotto l’opera di Franca Cavallo, che ha poi proposto una selezione dei suoi testi, intervallati dagli inserti musicali di Giovanni Rosa alla fisarmonica.
Oltre al brano d’esordio dedicato alla Sicilia, l’autrice ha letto: “Rivuordi”, “Rumani to cuntu”, “U tilaru”, “Primu amuri”, “Ora ca sta scurannu”, “Iu era la to stidda”, “Figgi lontani”, “Risbigghiu”, “Stramuntata”, “Nuddu cchiù s’arricogghi a la scurata”, “A musica ra campagna”, “Macari gn’juornu”, “Ddà unni ’u cielu cari” (rivolta ai bambini di Gaza), “Vientu”, “A vita è sulu ’n’opera ri pupi”.
Particolare consenso hanno suscitato i componimenti di taglio satirico-ironico, nei quali, discostandosi dai temi più consueti, l’autrice esplora la fisiologia dei comportamenti quotidiani, tra dettagli in apparenza minimi che rivelano caratteri e posture dell’animo: “Facciola”, “Lingui priculusi”, “Lapardera”, “Mi fingiu pazza”, “A via ri l’Acitu”.
“Trattasi di poesie che nel solco della tradizione” – ha sottolineato Franca Cavallo – raccolgono l’eredità di poeti che ci hanno preceduti: poeti di un passato più lontano come Carlo Amore o più vicini al nostro tempo come Elio Galfo e Meno Assenza: maestri di chi ama scrivere il dialetto modicano. In una società fluida in continua evoluzione dove la contaminazione linguistica, soprattutto con la lingua inglese, avviene rapidamente nell’immediatezza della comunicazione moderna, il dialetto rischia di scomparire. La poesia dialettale nasce proprio da questa consapevolezza: dal bisogno di tenere viva una lingua che porta con sé secoli di storia, di popoli, di incontri, di dominazioni. In un mondo che corre e uniforma, il dialetto ci distingue, ci ricorda chi siamo, ci restituisce le nostre radici.”