15 marzo 2026 - Aggiornato alle 03:13
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l’intervista

L'avvocato d’insuccesso Malinconico sbarca in Sicilia. Gallo: «In un’epoca in cui tutti devono apparire perfetti, a lui non importa»

Da stasera a Palermo, poi Catania e Messina. «Un personaggio che mi sono cucito addosso», racconta l'attore volto noto del piccolo schermo che a breve debutterà anche al cinema come regista

13 Marzo 2026, 08:35

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L'avvocato d’insuccesso Malinconico sbarca in Sicilia. Gallo: «In un’epoca in cui tutti devono apparire perfetti, a lui non importa»

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Si chiama Malinconico, e non potrebbe chiamarsi in un altro modo. Avvocato poco fortunato e molto incline a interrogarsi sulla vita, Vincenzo Malinconico inciampa nei processi e si perde nei pensieri, attraversando i giorni con autoironia e una fragilità che non prova a nascondere. Creato da Diego De Silva, a teatro ha il volto di Massimiliano Gallo, che ne firma la regia e dirige Biagio Musella, Eleonora Russo, Diego D’Elia, Greta Esposito, Manuel Mazia. Lo spettacolo arriva al Teatro Al Massimo di Palermo da oggi fino al 21, il 25 e 26 marzo al Teatro Metropolitan di Catania e dal 27 al 29 al Teatro Vittorio Emanuele di Messina.

Quali sono state le difficoltà nella trasposizione teatrale e quali sono i punti di forza dello spettacolo?

«Le difficoltà erano tante e inizialmente avevo pensato a un monologo con musica, ma volevo una commedia. Curando regia e testo insieme a Diego, ho pensato la scenografia non come sfondo, ma come strumento narrativo. Luigi Ferrigno ha creato uno spazio essenziale e flessibile, capace di seguire il flusso del racconto di Malinconico. Ogni oggetto, luce o proiezione fa emergere il mondo interiore del protagonista, i suoi ricordi, i suoi dubbi, le sue emozioni. La musica di Joe Barbieri e le luci di Alessandro Di Giovanni completano questa architettura emotiva, trasformando il palco in un luogo dove il pubblico può immedesimarsi, ridere e riflettere insieme a lui. Volevo che il teatro diventasse una sorta di “specchio” della sua vita, semplice ma evocativo, dove ogni dettaglio ha un significato e ogni spazio può raccontare una storia. È uno spettacolo molto stratificato che fa divertire tantissimo. Le scene più comiche sono quelle al tribunale in cui affronta cause impossibili e poi c'è il macrotema dell'amore e il rapporto con sua figlia che poi è figlia della sua prima moglie».

Com’è stato scriverlo insieme a Diego De Silva?

«Divertente e un po’ folle. Io ero in giro con uno spettacolo, lui a presentare libri, e nei ritagli ci mandavamo pezzi di scena, sottovalutando la complessità dello spettacolo».

Dopo il successo in diverse città italiane, Malinconico arriva finalmente in Sicilia.

«Sono curioso di vedere come andrà, la Sicilia ha una grande tradizione teatrale. Non vengo da tempo e non vedo l’ora di tornare».

Quanto c'è di Malinconico in lei?

«È un personaggio che amo e che mi sono cucito addosso. C’è la simpatia e il modo di sdrammatizzare le situazioni complesse, e l’empatia verso gli altri. Non ci somigliamo nell’atteggiamento verso la vita: lui non vuole partecipare alla gara della vita, non è proprio interessato; io invece sono l’opposto, anzi direi competitivo».

Qual è il segreto del suo successo?

«Il suo lato rassicurante. In un’epoca in cui tutti devono apparire perfetti e performanti, a lui non importa. È scorretto ma empatico, odia il politicamente corretto e, in tempi violenti, uno che racconta di vivere l’amore ancora con le farfalle nello stomaco, preoccupandosi degli altri, diventa rivoluzionario».

E il pubblico che ne pensa?

«Dopo aver visto lo spettacolo mi scrivono di essersi divertiti e di sentirsi rassicurati sapendo che c’è qualcuno che fallisce più di loro».

Televisione, teatro, cinema, tanti panni da indossare e mezzi da frequentare.

«In Italia c’è ancora distinzione netta tra i mezzi. Altrove non è così. Se sei un attore formato e maturo, sai fare di tutto. Il teatro per me è un’esigenza fisica. Ho bisogno di adrenalina, del ritorno del pubblico e del contatto fisico. Ogni replica è unica».

E mentre è in Imma Tataranni, debutterà presto sul grande schermo come regista con “La salita”.

«Il film è ambientato negli anni ’80. Il carcere femminile di Pozzuoli chiude per danni da bradisismo e le detenute sono trasferite, alcune vanno a Nisida. Eduardo De Filippo, senatore a vita, visita spesso Nisida, ristruttura il teatro, crea scuole di scenotecnica e recitazione e organizza il primo spettacolo teatrale in un Istituto Penitenziario Minorile italiano. Il film unisce realtà e fantasia nell’incontro tra un giovane detenuto e una detenuta, raccontando un affresco di emozioni e passioni nella Napoli di 40 anni fa. Volevo mostrare la forza salvifica dell’arte. C’è tanto Eduardo».

Cosa è Napoli per lei?

«Senza non potrei vivere. Ha un’energia unica, forse dovuta al magma del vulcano. Sforna talenti, si fa contaminare e contamina, e non si tira indietro nelle sfide».