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I LUOGHI DEL FAI

La notte in cui i busti della Villa Bellini hanno cominciato a parlare

Mazzini, Garibaldi, Verga, Stesicoro: quando i cancelli si chiudono, Catania racconta se stessa

16 Marzo 2026, 20:46

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La notte in cui i busti della Villa Bellini hanno cominciato a parlare

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Sono la Villa Bellini, il cuore verde di Catania. Un tempo ero un labirinto di siepi, grotte, fontane e giochi d’acqua, voluto dal Principe Biscari che si serviva di me per stupire i suoi ospiti. Nell’Ottocento sono stata aperta alla città e da allora sono diventata luogo di passeggio, di giochi, di incontri, di spettacoli e di storie. Ascolto i passi dei catanesi, il riso dei bambini, il fruscio degli alberi e la musica nelle notti d’estate.

Amo tutti i miei sentieri alberati che offrono refrigerio dall’afa, ma ce n’è uno che prediligo: il Viale degli Uomini Illustri. Da quando ha preso il posto dell’antico labirinto, raccoglie molte figure che hanno dato voce alla storia, alla cultura, alle arti e alla scienza della città e dell’Italia tutta. Quando splende il sole i busti osservano i passanti in silenzio, quasi sonnecchiando. La sera, però, quando i cancelli si chiudono e su di me scende la tranquillità della notte, cominciano a parlare piano, come fanno i vecchi amici che condividono ricordi lontani.

Una sera sentii Giuseppe Mazzini parlare per primo, con voce calma e pensosa.

L’Italia — disse — nasce dalle idee prima che dalle battaglie. Sono le idee che insegnano agli uomini a camminare insieme.

Un po’ più in là rispose Giuseppe Garibaldi, con il tono grintoso di chi ha attraversato mari e monti.

— È vero, Mazzini, ma le idee hanno bisogno di eroi perché la libertà non arriva da sola.

Ai due si aggiunse Cavour. — Voi siete uomini di idee e di azione, ma sono state le mie riforme che hanno unificato l’Italia e fatto di Catania una città dinamica e aperta al cambiamento.

— Massimo rispetto per tutti voi, ma una città ha bisogno anche di istruzione e cultura — affermò con convinzione Mario Cutelli.

Mentre parlavano, una voce più antica, uscita dalla polvere dei secoli, si levò poco più in là. Era Stesicoro, il poeta venuto dalla Grecia che trovò casa proprio a Catania.

— Ricordate che anche la memoria è una forma di libertà. Io cantavo eroi e dei, e i miei versi viaggiavano più lontano delle navi.

Intervenne, a quel punto, Caronda, il legislatore. — La città non vive solo di sogni o di poesia — disse — ma di regole giuste. Senza leggi, anche la libertà si perde come un uomo in un labirinto.

Poco più avanti Giovanni Verga ascoltava con la pazienza dello scrittore e lo sguardo acuto del fotografo.

— Nelle strade di una città — disse — ci sono mille storie da raccontare e io ho provato a farlo con la mia penna e la mia macchina fotografica. I suoi amici Capuana e De Roberto, qualche metro in là, annuirono con muta approvazione.

Dopo, parlò Mario Rapisardi, con voce profonda. — La poesia nasce dall’ascolto. Le parole servono a dare forma ai pensieri che gli uomini portano dentro.

Da un lato del viale si udirono le voci piene di curiosità di Giuseppe Gioieni e Carlo Gemmellaro, studiosi della natura e della lava dell’Etna.

— Noi abbiamo osservato la nostra terra — dissero — le sue pietre, i suoi vulcani. Anche la natura racconta storie, se qualcuno ha la pazienza di studiarla.

Il folto gruppo di musicisti, Calì, Pastura, Savasta, Frontini, Sangiorgi e Coppola, si unì alla conversazione.

— La musica — dichiararono quasi in coro — è un’altra lingua ancora. Non ha bisogno di spiegazioni, basta una melodia e gli uomini capiscono ciò che sentono.

Il vento passò tra le foglie e per un momento sembrò che tutto il viale emettesse un unico sospiro.

— Dunque — disse Stesicoro — la città vive nelle storie.

— Nelle regole che la guidano — aggiunse Caronda.

— Nei racconti della sua gente — affermò Verga.

— Nella sua cultura e nella sua arte — proferirono Cutelli e Michele Rapisardi.

— Nelle parole della poesia — continuò Mario Rapisardi.

— Nello studio della natura — dichiarò Gioieni.

— Nella sua musica — concluse Sangiorgi.

E io, Villa Bellini, ascolto queste voci da più di cento anni, le custodisco tra i miei viali, tra le grotte di lava e le scalinate. Chi passeggia sotto i miei alberi forse non se ne accorge, ma attraversa un racconto antico che continua ancora oggi.

Donatella La Rocca
e gli Apprendisti Ciceroni
dell’I.C. “C.B. Cavour” di Catania